Inizia oggi e proseguirà fino al 28 maggio al Cinema Kappadue Sguardi oltre le mura – Giornate di Cinema della città di Verona, la rassegna curata dal Circolo del Cinema che, giunta alla sua terza edizione, continua a costruire un dialogo tra la città e le nuove traiettorie del cinema contemporaneo. Dopo un’edizione 2025 fortemente incentrata sull’adolescenza e sulle inquietudini delle giovani generazioni, la rassegna sembra oggi allargare ulteriormente il proprio orizzonte, esplorando la pluralità dei linguaggi cinematografici e interrogandosi sulle trasformazioni del nostro presente attraverso forme narrative molto differenti tra loro.

La manifestazione, organizzata dal Circolo del Cinema con il sostegno del Comune di Verona, proporrà sei opere provenienti da cinematografie lontane e spesso poco distribuite nel circuito italiano: Stati Uniti, Belgio, Lituania, Kenya, Svizzera, Giappone e Francia. Film che condividono uno stesso desiderio: raccontare esseri umani sospesi dentro mondi fragili, instabili, attraversati da paure, migrazioni, crisi identitarie e mutazioni tecnologiche. L’ingresso, come le passate edizioni, è gratuito previa prenotazione online.

Il programma

Ad aprire la rassegna sarà Good Boy dell’americano Ben Leonberg, curioso esperimento horror che sceglie di osservare la paura da una prospettiva radicalmente inedita: quella di un cane. Indy, animale domestico e presenza emotiva centrale del film, diventa lo sguardo attraverso cui il regista costruisce la tensione, trasformando il rapporto tra uomo e animale in un dispositivo narrativo profondamente empatico. Più che sull’orrore esplicito, Leonberg lavora sull’atmosfera, sui rumori, sui vuoti dello spazio domestico, sui dettagli che lentamente incrinano la quotidianità. Il film sembra inserirsi in quella recente tendenza del cinema di genere indipendente americano che usa l’horror non tanto per spaventare, quanto per riflettere sulla vulnerabilità, sulla malattia e sulla solitudine.

La stessa serata proseguirà con Clara della regista belga Marta Bergman, opera ispirata a un reale fatto di cronaca avvenuto in Belgio nel 2018. Qui il cinema si confronta direttamente con il tema della migrazione clandestina e della violenza istituzionale, ma evita il tono didascalico del cinema civile più convenzionale. La regista sceglie invece di concentrarsi sui corpi stanchi, sugli sguardi impauriti e sul senso di precarietà vissuto dai protagonisti, trasformando il viaggio migratorio in una sospensione emotiva continua. È un cinema che guarda ai margini dell’Europa contemporanea e che sembra interrogarsi su cosa significhi davvero attraversare un confine oggi.

Il trailer di Good Boy

Tra i titoli più attesi della rassegna compare certamente Toxic di Saulė Bliuvaitė, vincitore del Pardo d’Oro al Festival di Locarno. Il film racconta la storia di due adolescenti lituane che cercano una possibilità di riscatto attraverso il mondo della moda, ritrovandosi invece intrappolate in dinamiche tossiche e manipolatorie. Bliuvaitė sembra osservare le sue protagoniste senza mai giudicarle, lasciando emergere la fragilità dei loro sogni dentro paesaggi periferici e degradati. È un racconto di formazione durissimo, che usa il corpo adolescenziale come terreno di conflitto sociale e culturale, ma che trova nel legame tra le due ragazze un inatteso spazio di tenerezza.

Ancora più particolare appare Memory of Princess Mumbi di Damien Hauser, forse il titolo che meglio rappresenta la volontà della rassegna di interrogare il rapporto tra cinema e nuove tecnologie. Ambientato in un futuro distopico, il film riflette apertamente sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella creazione audiovisiva, trasformando questa tematica in parte integrante della propria narrazione. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un esperimento tecnologico: Hauser utilizza infatti le immagini artificiali per costruire una riflessione poetica sulla memoria, sull’identità e sulla possibilità di trovare ancora umanità in un mondo devastato. Non è casuale che il film richiami anche l’immaginario visivo di Miyazaki, evocando un futuro malinconico e sospeso, dove la rovina convive con la meraviglia.

Il trailer di Toxic

Tra distopie e realtà

Il 28 maggio la rassegna si sposterà invece verso territori più contemplativi con The Whispering Star di Sion Sono. Il regista giapponese, noto soprattutto per il suo cinema eccessivo e visionario, qui sceglie sorprendentemente il silenzio, l’attesa e la sottrazione. In un universo quasi completamente abitato da robot, una androide attraversa la galassia consegnando oggetti apparentemente insignificanti agli ultimi esseri umani rimasti.

Il film sembra interrogarsi sul valore emotivo degli oggetti e sul bisogno umano di conservare tracce della memoria. È fantascienza minimale, quasi meditativa, che usa il viaggio cosmico per parlare della nostalgia e della perdita.

A chiudere il festival sarà infine Vapore di Anush Hamzehian e Vittorio Mortarotti (che incontreranno il pubblico in sala prima della proiezione), documentario dedicato al fenomeno degli jōhatsu, i cosiddetti “evaporati” giapponesi: persone che decidono di sparire volontariamente dalla propria vita. Ambientato sull’isola vulcanica di Sakurajima, il film sembra muoversi continuamente tra documentario e noir esistenziale, utilizzando il paesaggio naturale come metafora della dissoluzione identitaria. Il vulcano che incombe sui personaggi diventa così immagine concreta di una tensione pronta a esplodere, mentre il tema della scomparsa assume un significato profondamente contemporaneo: quello del desiderio di sottrarsi alle pressioni sociali, economiche e relazionali del mondo moderno.

Più che limitarsi a proporre “film d’autore”, Sguardi oltre le mura sembra dunque voler costruire un percorso coerente attorno alle trasformazioni dello sguardo contemporaneo. Un cinema fatto di corpi vulnerabili, identità in crisi, memorie residuali e immagini che cambiano natura. In un panorama culturale sempre più dominato dalla velocità algoritmica e dal consumo distratto delle immagini, la rassegna veronese rivendica invece il valore della sala come spazio di attenzione, ascolto e attraversamento del reale. Guardare oltre le mura, oggi, significa forse proprio questo: tentare di ritrovare nel cinema una possibilità ancora umana di osservare e attraversare il mondo.

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