Il secondo incontro dell’Extra Festival del Giornalismo di Verona 2026 si è svolto a Povegliano Veronese, presso la Sala Savoldo, in una serata organizzata da Heraldo in collaborazione con l’Associazione Ineditamente e con il patrocinio del Comune di Povegliano. Un incontro che ha avuto come tema centrale lo sport, il calcio e lo scudetto. Due scudetti, per la precisione, tanto diversi quanto complementari, distanti nel tempo ma straordinariamente simili. Parliamo della vittoria della Lazio di Maestrelli nel 1973/74 e del Verona di Osvaldo Bagnoli nella stagione 1984/85.

I giornalisti Guy Chiappaventi e Adalberto Scemma – moderati dalla collega Francesca Castana – hanno condiviso i retroscena di quelle che si potrebbero definire le due imprese più stupefacenti della storia del campionato italiano.

Pistole e Palloni, Provincialismo Trionfante

Pistole e Palloni è il titolo del romanzo firmato Guy Chiappaventi che racconta la Lazio del 1974. Una Lazio con uno spogliatoio indomabile, diviso in due schieramenti e a tratti persino violento. In perfetta linea, peraltro, con gli stravolgimenti sociopolitici che gli anni di piombo hanno portato con sé. Provincialismo Trionfante è invece un epiteto legato allo scudetto dell’Hellas Verona, l’ultima città non capoluogo di Regione ad alzare il tricolore al cielo, specialmente in un calcio in cui l’accezione “provinciale” implica un muro invalicabile fra sé e le grandi vittorie. Il racconto di Paolo Condò e Adalberto Scemma, intitolato “Lo scudetto del Verona”, è ciò che meglio racchiude l’essenza dell’irripetibile impresa gialloblù.

Da un lato, una rosa di banditi, pistoleri appassionati di armi, simbolo della lotta armata come strumento di rivoluzione delle gerarchie sociali. Dall’altro, una squadra unita, umana, disponibile e sinceramente familiare. La Lazio con uno spogliatoio diviso a metà, due clan interni in un conflitto costante e reciproco. Il Verona con la forza del provincialismo, della ruralità che schiaccia le grandi metropoli, uniti nella lotta contro i potenti.

I biancocelesti segnati dalla Roma degli anni ’70, tra il referendum sul divorzio e il primo terremoto nella Democrazia Cristiana. Il Verona, invece, animato da un gruppo squadra genuino, tenero e sinceramente semplice. Da una parte, morti premature, omicidi irrisolti, pistole P38, scommesse e night club; dall’altra, un’amicizia sincera e duratura, una solidarietà fraterna che resiste nel tempo e unisce nella vecchiaia. Due scudetti agli antipodi, che dimostrano come il calcio possa unire nella divisione, diventando il collante perfetto per storie che altrimenti si spegnerebbero, dissolvendosi senza lasciare traccia.

I due romanzi raccontano di un calcio ormai scomparso. Un calcio in cui giornalisti, ma soprattutto tifosi, conoscevano ogni giocatore che portava con orgoglio lo stemma sul petto, quel simbolo per cui la domenica si andava allo stadio con il cuore in gola. Un calcio dove i giocatori erano uomini comuni, non supereroi rinchiusi in una bolla, ignari di ciò che accadeva oltre il campo di gioco. Un calcio in cui contratti milionari, diritti televisivi, calendari spezzettati e competizioni spesso superflue non avevano ancora travolto l’essenza profonda di questo sport: la passione autentica di chi lo viveva. Dalle gradinate al prato verde, dal pub alla curva.

Due romanzi per la gente, che rispettano la tradizione di un movimento ora al collasso, dal campo alle tribune. Le connotazioni storiche che accompagnano la corsa verso il tricolore delle due formazioni racchiudono quindi il senso del racconto stesso. All’interno di essi, un mix di storia, sport e retroscena singolari.

La nostalgia evocata da Chiappaventi e Scemma ha coinvolto anche chi non ha mai avuto a che fare con questo sport. Una dimostrazione di come il calcio custodisca al suo interno una miriade di storie da vivere con autentica passione. Un tempo queste storie erano trasparenti e dirette, mentre oggi sono spesso filtrate da una barriera invisibile e difficile da superare.

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