C’è un luogo in cui le rotte del commercio globale incontrano le scelte individuali. Un luogo in cui la merce si muove come un sistema circolatorio del mondo e in cui, talvolta, qualcuno decide di fermare il flusso. Quel luogo è il porto. E a raccontarlo, con uno sguardo che intreccia lavoro, attivismo e memoria civile, è Portuali, il docufilm della regista Perla Sardella proiettato ieri sera al centro culturale “La Sobilla” durante la seconda anteprima della sesta edizione del Festival del Giornalismo di Verona organizzata da Heraldo in collaborazione, in questo caso, con l’associazione Veronetta Centoventinove.

Dopo la proiezione, Sardella ha dialogato con la giornalista di Nigrizia Jessica Cugini in un incontro che ha trasformato il film in un terreno di riflessione più ampio. Il punto di partenza è noto: la protesta dei lavoratori del porto di Genova che nel 2019 rifiutarono di caricare armi destinate a zone di guerra. Ma il film, e la conversazione che ne è seguita, mostrano come quella vicenda sia in realtà un nodo in cui si incontrano molte storie: diritti del lavoro, antimilitarismo, solidarietà internazionale, antifascismo e persino la lotta contro la violenza di genere, evocata nel ricordo di Martina Rossi, morta nel tentativo di sfuggire alla violenza sessuale di due “uomini”.

Il docufilm ricostruisce un passaggio emblematico. I portuali genovesi, indagati per associazione a delinquere dopo le proteste contro il traffico di armi, vengono poi prosciolti. A sostegno delle loro ragioni c’è una norma precisa: la legge 185 del 1990 sul commercio degli armamenti. Una legge che, come è stato ricordato durante l’incontro, definisce ciò che è lecito e ciò che non lo è nel trasferimento di armi verso paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani.

Nel racconto di Sardella la vicenda giudiziaria non è un episodio isolato ma il riflesso di un clima più ampio, quello di un progressivo irrigidimento nei confronti delle proteste sociali. «Questa modalità di repressione del conflitto e delle proteste è diventata sempre più diffusa», osserva la regista ricordando come negli ultimi anni le accuse di blocco stradale o altri reati siano diventate strumenti ricorrenti contro chi manifesta.

Eppure proprio il conflitto, parola spesso rimossa dal lessico pubblico, torna nel film come elemento generativo della democrazia. «Il conflitto è una parola che quasi non si può più dire», spiega Sardella, «ma è necessaria per la conquista dei diritti». Non è uno slogan, ma una constatazione che emerge dalle assemblee sindacali, dalle discussioni tra lavoratori, dai momenti in cui la protesta prende forma prima di arrivare in piazza.

Il film segue infatti anche il lavoro invisibile che precede la mobilitazione. Riunioni, dibattiti, divergenze interne, tentativi di costruire un linguaggio comune. «Arrivare a quei momenti di piazza, che sono anche potenti e coreografici, comporta tantissimo lavoro dietro», racconta la regista. «Assemblee, parole, il mettersi d’accordo, analizzare il presente».

Foto di Alice Silvestri

La storia dei portuali di Genova diventa così un prisma attraverso cui osservare un intreccio di battaglie. Nel film si parla di precarietà e contratti, di salari e sicurezza sul lavoro, ma anche di questioni ambientali e di solidarietà internazionale. In anni recenti, ricordano i protagonisti del docufilm, i lavoratori del porto hanno partecipato attivamente alle mobilitazioni legate alla guerra a Gaza e alle proteste contro il traffico di armi. Non solo lavoratori, dunque, ma anche attivisti.

«I portuali, oltre ad essere lavoratori, sono anche attivisti», spiega Sardella. «Le tematiche sociali le attraversano e spesso le portano avanti proprio loro». Il motivo, suggerisce, sta anche nella natura stessa del lavoro portuale: un luogo dove le merci attraversano il mondo e dove chi lavora può vedere concretamente il funzionamento dell’economia globale.

Durante la pandemia questa consapevolezza si è fatta ancora più evidente. Quando tutto sembrava fermo, i porti continuavano a funzionare. «Dal Covid si sono resi conto di essere un servizio essenziale», racconta la regista. «Quando capisci che il tuo lavoro può bloccare o far passare le merci, capisci anche che quello è un ingranaggio decisivo».

Portuali racconta questa consapevolezza anche attraverso un dialogo continuo tra passato e presente. Il film si apre con immagini d’archivio delle lotte dei camalli negli anni Sessanta e Settanta e si chiude con le generazioni di oggi che continuano a lavorare nello stesso porto. Una scelta narrativa accompagnata da un elemento grafico particolare: scritte che scorrono dal basso verso l’alto, come container impilati.

«Per me la grafica è importantissima», spiega Sardella. «Quel movimento dei testi ricorda i container che costruiscono queste mura colorate del porto». Un modo per suggerire che anche le parole, come le merci, si accumulano e costruiscono paesaggi.

Il porto, nel film, resta quasi sempre fuori campo. Entrarvi è complicato, sia logisticamente che simbolicamente. «Entrare in porto ormai è quasi impossibile», racconta la regista. «Servono tantissimi permessi. Per questo abbiamo scelto di entrarci solo con loro, nel finale». Una scelta che trasforma il porto in una sorta di spazio mitico, attraversato attraverso i racconti e le vite di chi lo abita.

Genova, del resto, non è solo uno sfondo geografico. È una città con una storia politica e sociale forte, segnata dalla Resistenza e dalle mobilitazioni operaie. Nel film emerge anche questo filo storico, che passa dalle proteste del 1960 contro il congresso del Movimento Sociale Italiano fino alle lotte contemporanee.

Foto di Alice Silvestri

«Politicamente sono tutti molto diversi», racconta Sardella a proposito dei portuali. «Ma il pilastro fondamentale è l’antifascismo». Un’identità condivisa che affonda le radici nella storia della città e che continua a riemergere nelle manifestazioni e nelle ricorrenze.

Durante l’incontro veronese si è parlato anche del rapporto tra le lotte del porto e il mondo sindacale. Il film racconta infatti la transizione di alcuni lavoratori dalla CGIL verso sindacati di base, una scelta difficile e dolorosa. «Stracciare la tessera della CGIL era quasi come fare un torto ai propri cari», ricorda la regista. «Ma quando si sono sentiti soli dopo il primo sciopero del 2019 hanno deciso di cambiare strada».

In questo quadro il porto diventa anche un laboratorio di relazioni internazionali. I portuali genovesi hanno costruito negli ultimi anni una rete con altri scali europei e mediterranei, da Trieste a Livorno, da Barcellona ad Atene. Un sistema informale di solidarietà che prova a coordinare proteste e iniziative contro il traffico di armi.

Il film di Sardella, girato prima dell’attuale escalation di conflitti globali, appare oggi ancora più attuale. «Per noi è devastante che sia tornato così utile», dice la regista con una punta di amarezza. «Significa che il problema delle armi è diventato ancora più grave».

Il risultato è un documentario che non si limita a raccontare una protesta ma prova a interrogare il presente. Dove passa il confine tra lavoro e responsabilità morale? Quanto potere hanno davvero i lavoratori dentro i grandi ingranaggi dell’economia globale? E cosa succede quando decidono di fermarli?

Domande che ieri sera, nella sala piena dell’anteprima veronese, sono rimaste sospese come le gru sopra il porto. In attesa che qualcuno, ancora una volta, decida se far passare la merce o fermarla.

Elena Guerra e Jessica Cugini al termine del collegamento con Perla Sardella – Foto di Alice Silvestri

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