I programmi elettorali? Sono tutti bellissimi, sia nei contenuti che nella grafica. Parlano sempre di coesione, giovani e partecipazione. Tuttavia, di obiettivi concreti e misurabili si trova generalmente poco. Al loro posto, abbondano sogni e utopie, ed una visione del futuro che i candidati cercano di dipingere. Poi, passate le elezioni, soprattutto in campo urbanistico, spesso si deliberano provvedimenti che hanno poco a che fare con quelle visioni.

Così è stato anche per la campagna elettorale del 2022, che ha portato all’elezione di Damiano Tommasi a sindaco di Verona. Le 39 pagine del programma Rete! Damiano Tommasi Sindaco” sono un concentrato di visione, filosofia e, aspetto molto apprezzato, di metodo. Come non dare credito a un programma che si fonda su cinque pilastri come capitale sociale, prossimità, competenze e sviluppo, sentirsi “a casa” e responsabilità? Inoltre, il programma si apre con una celebre frase di don Milani, che ne rafforza il valore.

L’urbanistica è centrale nella pianificazione della città

Nel programma di Tommasi, l’urbanistica compare al decimo e ultimo posto nell’elenco degli assessorati. Certamente è solo una questione di ordine alfabetico, ma così sembra un assessorato minore, dove c’è poco da fare o decidere. Una poltrona di secondo piano, con un ruolo prevalentemente tecnico e amministrativo? In realtà, non è così. Quanto sta emergendo nel Comune di Milano dimostra chiaramente il contrario.

Il centro storico testimonia oggi la storia e la cultura dei secoli passati, mentre le periferie riflettono la caotica e frettolosa espansione edilizia del dopoguerra. L’urbanistica modifica lo skyline delle città e il paesaggio, pianifica il territorio, le grandi opere e la mobilità. Gestirla significa prendere decisioni che trasformeranno il volto della città nei decenni, se non secoli, futuri. E questo sarebbe un assessorato minore?

L’urbanistica è politica allo stato puro

Perché, allora, l’assessorato all’urbanistica è stato affidato ad una professionista di nomina esterna? Non c’è nulla di più politico dell’urbanistica. Dovrebbero essere i cittadini, attraverso l’elezione del sindaco, a determinare le scelte urbanistiche fondamentali. Ad architetti, ingegneri e imprese, poi, il compito di realizzare le opere decise, in modo tecnicamente funzionale, sostenibile e armonioso. Invece, si ha la sensazione che i grandi progetti urbanistici siano programmati altrove, da potentati finanziari ed economici, dove l’interesse privato prevale sul bene comune. Alla politica resterebbe solo il compito notarile di approvarli e, magari, facilitarne la realizzazione.

Quando la politica delega le sue funzioni a cosiddetti tecnici, tradisce già il proprio elettorato. Il risultato, nel migliore dei casi, è una disorganicità dei progetti urbanistici, una mancanza di coerenza tra obiettivi e mezzi per raggiungerli, fino, in molti casi, a rinnegare gli obiettivi stessi.

Serve più coerenza fra obiettivi proclamati e atti concreti

È ampiamente condivisa la necessità di potenziare il trasporto pubblico locale per ridurre il traffico privato motorizzato. Nel programma di Tommasi, si punta giustamente a una sua riduzione del 15% in cinque anni. Un obiettivo raggiungibile, ma che resta illusorio con un progetto di filovia, purtroppo inadeguato, e mentre allo stesso tempo si pianificano complanari, trafori e mediane.

Tutti concordano sulla necessità di ridurre il consumo di suolo e la sua impermeabilizzazione. Eppure, invece di riconvertire capannoni dismessi o utilizzare aree già edificabili, si preferisce cementificare terreni agricoli, come la Marangona. E che dire di Onda Surf, un impianto ludico-sportivo per praticare surf con onde artificiali, previsto in zona Bertacchina, sulla strada Gardesana? Ben vengano gli impianti sportivi, anche se questo progetto appare discutibile, ma ancora una volta si andrebbe a cementificare terreno agricolo.

C’è bisogno anche di edilizia popolare e studentati. Tuttavia, se per realizzarli si occupano le poche aree verdi rimaste, la direzione non è quella giusta. È il caso dello studentato previsto nel quartiere Pindemonte, in via Sacchi, un’area oggi classificata come “verde e servizi”. Sottrarla alla sua funzione, in un quartiere già ad alta densità edilizia, saturo di traffico, con auto parcheggiate ovunque e scarso verde, non sembra una scelta coerente.

Davvero è sempre necessario consumare aree verdi per le nuove costruzioni? Si potrebbero invece ristrutturare o ricostruire, previa demolizione, edifici fatiscenti. A Verona esistono migliaia di appartamenti, strutture civili e industriali vuote e inutilizzate, che potrebbero essere riconvertite e rigenerate per la città. Una giunta che si definisce progressista dovrebbe avere più coraggio e operare in modo più coerente con le visioni e il metodo enunciati in campagna elettorale.

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