Sembra incredibile, ma sono passati sette anni da Shin Godzilla, il film di Hideaki Anno che aveva resuscitato il Gojira giapponese dodici anni dopo Godzilla Final Wars. Nel frattempo, Godzilla è diventato quasi solo una proprietà americana: dopo il successo del primo Godzilla (2014) di Gareth Edwards, Legendary Pictures ha imbastito l’ennesimo cineuniverso à la Marvel, che di recente ha anche accolto in famiglia una serie streaming (Monarch: Legacy of Monsters) su Apple TV+. Lo diciamo? In mancanza di credibile competizione, e al netto degli evidenti limiti, si tratta probabilmente del secondo migliore universo cinematografico dopo quello Marvel. Ma Godzilla, almeno nei piani originali di Ishiro Honda, era un’altra cosa.

Ce lo ha ribadito proprio Hideaki Anno, creatore di Neon Genesis Evangelion, che è tornato a usare il Re dei Mostri (scusaci, Kong) come una metafora. Una metafora molto grossa e col fiato atomico, ma pur sempre una metafora. Nel primo film della saga, il kaiju per eccellenza incarnava ovviamente la paura giapponese per il nucleare, il trauma di un’intera nazione appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel film di Anno, Godzilla veniva invece usato per mettere alla berlina la lentezza della burocrazia giapponese ed evocava dunque la tragedia di Fukushima.

Un film sulla PTSD

Nel nuovissimo Godzilla Minus One, uscito per pochi giorni nelle nostre sale, si torna, da un punto di vista puramente iconografico, alle origini: la storia è ambientata nell’immediato dopoguerra, addirittura qualche anno prima del primo film (di cui però non costituisce un prequel, perché nel film di Honda il mondo incontrava Godzilla per la prima volta). Il Giappone si sta ancora riprendendo dalla catastrofe, la ricostruzione è lenta e la povertà e la disperazione dilagano. È in questo scenario che, ancora una volta, emerge dalle acque Godzilla, pronto ad affossare ulteriormente il paese (il “Minus One” del titolo indica appunto che il Giappone era già al grado zero, e qui scende ancora di più).

Ma riavvolgiamo un attimo il nastro: al centro di Godzilla Minus One, diretto dall’esperto di effetti visivi Takashi Yamazaki, c’è Koichi Shikishima (Ryunosuke Kamiki), un kamikaze che, dopo essere atterrato su un’isola del Pacifico per sfuggire al suo dovere – cioè morire per la patria – incontra Godzilla in forma di “semplice” dinosauro e riesce a salvarsi per un pelo da un massacro in cui perdono la vita diversi meccanici e commilitoni. Tornato in patria, Shikishima è devastato dai sensi di colpa e dalla PTSD: avrebbe forse dovuto accettare il suo destino e sacrificarsi per il suo paese? Shikishima però non ha troppo tempo per pensarci, perché Godzilla, dopo essere stato mutato dai test nucleari americani nell’atollo di Bikini (un grande classico della saga), riemerge e inizia a distruggere Tokyo.

Una parabola giapponese

È chiaro, dunque, che ancora una volta Godzilla viene utilizzato per parlare d’altro. Yamazaki lo “despecializza”: da semplice allegoria dell’atomica, lo trasforma in un simbolo degli strascichi della guerra in generale e, cosa forse più interessante, lo usa come catalizzatore di un discorso critico sui regimi politici. Sarà infatti un’alleanza tra civili, non l’esercito, a salvare il Giappone dalla minaccia, e anche Shikishima compirà un arco di maturazione che lo porterà a liberarsi dal giogo dell’ideologia, dal senso del dovere deviato che gli era stato imposto con il lavaggio del cervello durante la guerra – e che lo aveva portato a sentirsi in colpa per una cosa assurda come il fatto di non essersi ucciso secondo il diktat dei suoi superiori – per vincere in modo nuovo, con l’astuzia e un ritrovato eroismo.

Godzilla Minus One è quindi la storia di una nazione che rialza la testa, che si libera da un pesante fardello e supera le difficoltà con la collaborazione e la progettualità, anziché gettarsi a capofitto a bordo di un aereo destinato a schiantarsi per niente. È un’idea molto bella e forte, che dà all’atto finale un senso ulteriore ed esaltante.

Sinfonia di distruzione

Il film è in parte appesantito da un primo atto che eccede nel melodramma (Shikishima si crea una sorta di famiglia nucleare – non in quel senso! – nata da una storia platonica) e si dilunga troppo, dimenticandosi completamente di essere un film di mostri. Poi, però, quando finalmente arriva Godzilla, tutto acquista un senso e il costo del biglietto viene ripagato: per la seconda volta nella sua storia, il Godzilla giapponese viene realizzato al computer, anziché con il classico espediente degli attori in tuta da mostro (in vigore fino ai film dei primi 2000), ed è uno spettacolo. Costato una frazione dei budget degli analoghi blockbuster americani, Godzilla Minus One è una sinfonia di distruzione che fa vibrare tutto il cinema e ci fa tornare dei bambini con gli occhi spalancati davanti ai dinosauri. Yamazaki eccelle sia nel gestire la suspense, quando il mostro sta via via emergendo dalle acque (in scene evidentemente influenzate dagli ultimi film americani), sia nei momenti in cui si scatena la furia del mostro per le strade di Tokyo. È il pasto completo: ci sono le scene spaccatutto e c’è l’elemento umano che le giustifica e conferisce loro un valore aggiunto. Un pacchetto che gli americani non sono riusciti mai a confezionare del tutto, tranne che nel Godzilla di Edwards e nella nuova serie Apple, in parte.

Godzilla Minus One apre le porte a un sequel, tanto quanto il precedente (e slegato) Shin Godzilla. Ora resta da capire se, pur rispettando gli accordi con Legendary, la Toho potrà produrre un film abbastanza presto da farne un sequel di questo, anziché l’ennesimo reboot. In entrambi i casi, se verrà mantenuto il livello di queste ultime due produzioni, saremo a cavallo.

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