Ambientalismo di facciata o greenwashing. Una vera “strategia” di comunicazione che le imprese petrolifere continuano a perseguire, incuranti degli effetti negativi per l’ambiente, per protrarre indisturbati nel tempo gli enormi guadagni ottenuti in questi mesi di crisi energetica (158,8 miliardi di dollari i profitti complessivi di BP, Shell, Chevron ed ExxonMobil nel 2022 secondo quanto riportato da Carbon Brief: Shell ha fatto utili per 39,9 miliardi di dollari, il doppio dell’anno precedente, ExxonMobil ha raggiunto 55,7 miliardi, Chevron 36 miliardi, BP 28) e contemporaneamente costruire un’immagine ingannevolmente positiva di sé.

Si tratta di un fenomeno insidioso, riconoscerlo non è facile. Per smascherare il greenwashing occorre che le aziende rendano pubblico il loro percorso di sostenibilità e forniscano prove concrete che circostanzino le affermazioni e ne dimostrino la veridicità.

Ad aiutare i cittadini a non cadere nelle trappole dell’ecologismo di facciata stanno intervenendo le istituzioni.

Consiglio di Stato: ENI e università devono fornire informazioni ambientali

Il 6 luglio scorso il Consiglio di Stato, l’ultimo grado della giustizia amministrativa, con una decisione che crea un precedente importanteha accolto la richiesta di Greenpeace Italia di avere accesso a tutti gli atti, accordi e contratti, anche di tipo finanziario, che intercorrono tra ENI (e le sue società) e il Politecnico di Torino. 

Greenpeace Italia, già nel 2021, aveva chiesto a tutte le università pubbliche italiane informazioni per capire se e quanto ENI influenzi la ricerca e la didattica italiana, finanziando programmi e commissionando ricerche. In una fase di contrasto ai cambiamenti climatici, sosteneva Greenpeace, è di interesse pubblico avere evidenza di quanto denaro un’azienda dell’oil&gas dà agli atenei italiani per accordi di collaborazione, corsi di laurea o borse di studio.

Il risultato è stato sconfortante: poche università hanno risposto, spesso oscurando parte dei documenti per impedire di coglierne gli elementi essenziali come l’oggetto e il valore economico. Il Politecnico di Torino si è rifiutato con la motivazione che “il tema energia non è direttamente collegato all’aspetto ambientale”.

Ora il Consiglio di Stato concorda sul fatto che l’informazione ambientale riguarda anche gli aspetti energetici e sentenzia: “non solo i dati e i documenti posti in immediata correlazione con il bene ambiente, ma anche le scelte, le azioni e qualsivoglia attività amministrativa che ad esso faccia riferimento”. Inoltre, si chiarisce come “gli atti e documenti di cui è stata chiesta l’ostensione non possano essere esclusi dall’accesso, essendo essi espressione di un’attività amministrativa che, direttamente o indirettamente, coinvolge l’ambiente e la sua tutela. Non si vede perché dovrebbero rivestire carattere di riservatezza”.

Con la perentoria sentenza del Consiglio di Stato «non sarà più possibile per la Pubblica Amministrazione limitare l’accesso all’informazione ambientale» spiega l’avvocato Alessandro Gariglio, legale di Greenpeace Italia. «Soprattutto, d’ora in poi dovrà essere accessibile a chi ne fa richiesta tutto ciò che, anche in senso più ampio, possa interessare la tematica ambientale».

«Non solo è paradossale e inaccettabile che aziende fossili come ENI finanzino la ricerca e la didattica negli atenei pubblici del nostro Paese. Ma, in questo caso, abbiamo assistito addirittura al tentativo, fortunatamente fallito, di mantenere queste relazioni sotto una cortina di segretezza», afferma Simona Abbate di Greenpeace Italia.

Non si ha notizia di commenti da parte di ENI e del Politecnico di Torino.

Advertising Standards Authority (Asa): Shell pubblicità da cancellare

L’Advertising standards authority (Asa) inglese lo scorso 7 giugno è intervenuta vietando tre pubblicità, un’affissione, uno spot televisivo e un video su YouTube, con lo slogan: “il Regno Unito è pronto per l’energia pulita” accompagnato con grande evidenza dal marchio della società anglo-olandese Shell.

«È vero», riconosce l’Asa, «Shell è entrata nel settore dell’energia pulita e si è impegnata per l’azzeramento delle sue emissioni nette di gas a effetto serra, entro il 2050. Ma è anche vero che «gli investimenti e l’estrazione di gas e petrolio su larga scala costituiscono la grande maggioranza del suo modello di business e continueranno a esserlo nel prossimo futuro. A giudicare dalle pubblicità, però, i consumatori potrebbero essere portati a pensare che Shell si occupi quasi esclusivamente di energie rinnovabili». Conclude: «In mancanza di informazioni di contesto, dunque, quegli annunci rischiano di risultare ingannevoli e fuorvianti».

«Siamo in forte disaccordo con la decisione dell’Asa che potrebbe rallentare la spinta del Regno Unito verso le energie rinnovabili», ha dichiarato un portavoce di Shell aggiungendo: «Nessuna transizione energetica può avere successo se le persone non conoscono le alternative che hanno a disposizione. Questo è ciò che i nostri annunci vogliono mostrare».

Pochi giorni dopo questo duro comunicato, la stessa Shell ha rivisto i suoi piani per il futuro riducendo il suo l’impegno per il clima.

In precedenza, nel 2021 infatti, il Chief Executive Officer (CEO) Ben van Beurden aveva dichiarato che Shell, dopo aver raggiunto il picco della produzione petrolifera nel 2019, si impegnava, secondo l’Accordo di Parigi del 2015 sul clima, a ridurla  dell’1-2 per cento all’anno sino al 2030.

Mercoledì 14 giugno 2023, invece, il nuovo CEO Wael Sawan ha fatto sapere che non andrà così. La produzione Shell di petrolio rimarrà stabile annullando l’obiettivo di tagliare del 20 per cento la produzione di fossili entro il 2030 e ridimensionando i piani di transizione energetica.

Per convincere anche i soci più scettici, Shell aumenterà il dividendo agli azionisti al 30-40 per cento del flusso di cassa, rispetto al 20-30 per cento precedente, secondo un nuovo quadro finanziario che tende a massimizzare i profitti, annunciato durante la conferenza per gli investitori a New York.

Come conseguenza del cambio di strategia aziendale, il 17 Luglio scorso Thomas Brostrom responsabile del comparto energie rinnovabili Shell, ha annunciato di abbandonare l’azienda: il suo ruolo è stato eliminato dal nuovo CEO.

Brostrom era entrato a far parte di Shell nell’agosto 2021 e proveniva dal gigante dell’energia eolica offshore Orsted, con il compito di guidare l’espansione degli investimenti verso le rinnovabili: il piano del colosso anglo-olandese era stato sostenuto dal precedente CEO, Ben van Beurden.

L’Advertising Standards Authority (Asa) aveva visto giusto facendo un utile servizio ai cittadini.

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