Sembrano appartenere a una vita fa, le conferenze stampa in cui l’ex premier Giuseppe Conte presentava il cashback di Stato e la Lotteria degli scontrini come strumenti innovativi attraverso cui stimolare i consumi, far crescere l’uso dei pagamenti digitali e combattere l’evasione fiscale.

Dopo un’anticipazione nel periodo natalizio, il cashback aveva debuttato a gennaio 2021 e sarebbe dovuto durare un anno e mezzo, articolato in tre periodi semestrali fino a giugno 2022.

Ma il 30 giugno scorso il Governo Draghi ne ha annunciato la sospensione, ritenendolo, senza tanti complimenti, “una misura di carattere regressivo, destinata ad indirizzare le risorse verso le categorie e le aree del Paese in condizioni economiche migliori”.

Come funziona il cashback

Ricordiamolo: si tratta del programma che ogni semestre rimborsa il 10 per cento di quanto speso, fino a un massimo di 15 euro per operazione e 150 euro complessivi, a chi effettua acquisti con strumenti di pagamento elettronici (esclusi gli acquisti online) e abbia raggiunto almeno cinquanta transazioni nel semestre. Le 100 mila persone che effettuano il maggior numero di transazioni nel semestre ricevono anche un rimborso speciale di 1.500 euro, il cosiddetto “Super cashback”.

Il ragionamento che sta alla base di questa misura si basa sulla correlazione (che non convince tutti gli studiosi) tra l’uso del contante e i livelli di economia sommersa: rendere tracciabile – e quindi più complicato da nascondere al Fisco – un maggior numero di transazioni aiuterebbe a ridurre l’evasione, in particolare dell’IVA.

Lo stop di Draghi

I risparmi derivanti dalla sospensione decisa da Draghi serviranno a finanziare la riforma degli ammortizzatori sociali. Tecnicamente si tratta di un periodo di pausa: il Governo si sarebbe preso sei mesi per elaborare dei correttivi al meccanismo, che dovrebbe ripartire nel 2022. Circola il sospetto, però, che si vada dritti verso la cancellazione.

Anche la Corte dei Conti, in occasione del “Rapporto di coordinamento della finanza pubblica 2021” pubblicato il 28 maggio scorso, non ha lesinato critiche al programma (che – va detto – gli italiani hanno apprezzato, con quasi nove milioni di iscrizioni).

La prima questione avanzata dai magistrati contabili, è se il gioco (che per lo Stato rappresenta un costo elevato: 4,75 miliardi messi a bilancio tra il 2020 e il 2021) valga la candela. In altre parole: il cashback ha un’effettiva capacità di incidere sull’evasione? Per una risposta positiva – scrive la Corte dei Conti – dovrebbero emergere dall’iniziativa ricavi superiori rispetto a quelli che sarebbero stati comunque registrati dalle aziende e dai professionisti se il cashback non fosse esistito. E già qui, iniziano le perplessità.

L’obiettivo di fondo: combattere l’evasione fiscale

Perché il cashback non fa alcuna distinzione tra le tipologie di acquisti, e riconosce il rimborso in modo generalizzato per qualsiasi pagamento.

Se la finalità del programma è combattere l’evasione (e se accogliamo la narrazione per cui l’evasione vada stanata in uno scontrino non battuto nel piccolo bar di provincia, più che nel sottobosco delle operazioni dei grandi evasori) stiamo di fatto mettendo sullo stesso piano, dal punto di vista della facilità con cui possono essere omessi i guadagni, la torta acquistata in pasticceria e il pagamento della bolletta della luce: qualcosa, evidentemente, non torna.

Secondo l’Istat, poi, quasi la metà della spesa al dettaglio avviene nei circuiti della grande distribuzione organizzata (ad esempio, nei supermercati). In questo settore, però, i ricavi sarebbero stati comunque registrati, con o senza cashback, per via di adempimenti fiscali rigorosi che riducono al minimo le possibilità di evasione. Possiamo quindi dire che, in questi casi, lo Stato ha letteralmente regalato rimborsi senza alcun tipo di beneficio per le proprie casse.

E se anche i piccoli commercianti e gli artigiani avessero pagato più tasse grazie al cashback, queste saranno ben poca cosa rispetto all’enorme quantità di importi rimborsati per le spese fatte presso la grande distribuzione. Secondo la Corte dei conti, sarebbe preferibile «una soluzione che valga a privilegiare i pagamenti effettuati verso operatori medio-piccoli» prevedendo un incentivo differenziato rispetto alla grande distribuzione.

Chi ha beneficiato dei rimborsi?

Tra le argomentazioni più usate a difesa del cashback, si sostiene che la misura avrebbe fornito uno stimolo ai consumi e un aiuto alle classi più deboli, che si sono viste restituire parte dei soldi spesi negli acquisti. Si dà per scontato, però, qualcosa che scontato non è, ossia il fatto che tutti possiedano almeno un bancomat: i risultati dell’ultima Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (relativi al 2016) dicono invece che i sistemi di pagamento digitale sono diffusi maggiormente tra le famiglie del nord Italia (e più in generale delle grandi città), con un capofamiglia di età inferiore a 65 anni e un reddito medio-alto. D’altro canto, il 13 per cento dei pensionati e il 33 per cento dei disoccupati dichiarava di non possedere mezzi di pagamento elettronici.

Il rischio, quindi, è che a beneficiare dei rimborsi siano soprattutto le persone che non ne avrebbero bisogno. Anche perché i meno abbienti, non potendosi magari permettere di spendere l’intera cifra prevista dal plafond, difficilmente riuscirebbero a sfruttare al massimo il meccanismo.

Ricchi premi e cotillon

Da Palazzo Chigi hanno fatto notare come “quasi il 73% delle famiglie già spende tramite le carte più del plafond previsto dal provvedimento. Pertanto, la maggior parte potrebbe ricevere il massimo vantaggio senza intensificare l’uso delle carte”. Anche sulla capacità del cashback di accelerare il passaggio alla moneta elettronica, quindi, i dubbi non sono mancati.

Questo aspetto merita un’ultima riflessione: davvero uno Stato può illudersi di cambiare le abitudini dei contribuenti attraverso logiche da ricchi premi e cotillon, che, tra l’altro, ricordano i meccanismi fortemente diseducativi e pericolosi del gioco d’azzardo? Le patetiche scene dei furbetti che passavano le ore alla pompa di benzina, a fare micro-rifornimenti di qualche centesimo per scalare la classifica dell’app Io, le ricordiamo tutti.

Guardiamoci allo specchio, noi che abbiamo aderito al cashback di Stato, e chiediamoci: lo abbiamo fatto come azione civica e di giustizia sociale, per dare supporto al Fisco nella battaglia contro l’evasione? O, in termini più egoistici, perché volevamo intascarci il bonus?

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