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Crescere bilingue si può.

Parola di Lisa Maino, vicentina, 32 anni, che dal 2018 a oggi ha curato come master franchisor l’apertura ben di otto centri Helen Doron English in tutto il Triveneto.

Lo scopo? Rendere l’inglese una lingua fruibile anche ai più piccoli. Dai 3 mesi ai 19 anni, infatti, i centri Helen Doron English propongono corsi annuali, con classi composte da pochi studenti e insegnanti appositamente qualificate per insegnare la lingua con il loro metodo, basato principalmente sull’ascolto e lezioni già pianificate in modo da garantire il raggiungimento degli obiettivi.

Lisa Maino, titolare della scuola Helen Doron English di Vicenza e responsabile dell’area del Triveneto

Lisa, com’è nata l’idea di aprire questi centri?

«Ero incinta del mio primo bimbo. Mi è sempre piaciuta l’idea del bilinguismo e mi piaceva l’idea di poter insegnargli l’inglese fin da piccolo. Ero consapevole che se non è la tua lingua madre non puoi parlare semplicemente inglese ai bambini, perché crei un po’ una rottura nel rapporto madre-figlio. Avevo letto delle cose, come dedicare un’ora al giorno all’inglese.

Nella mia raccolta di informazioni è saltata fuori questa scuola Helen Doron English. Conoscevo alcune scuole nel territorio, ma non mi ero mai avvicinata a un’idea come quella. Ho pensato che sarebbe potuta essere una cosa diversa, ho sempre avuto il sogno di mettermi in proprio e creare qualcosa di mio. Così abbiamo fatto i primi incontri, io non sono un’insegnante d’inglese, ma mii piaceva il progetto. Mi è stato proposto di sviluppare l’area, in un ruolo di supervisione, cercare di aprire nuovi centri, cercare nuove persone in grado di portare avanti l’idea in qualsiasi città dell’area scelta.

Io ho aperto il mio centro a Vicenza, attivo dal 2018. Nel frattempo, da contratto, ho preso una parte del Veneto e del Trentino. L’anno dopo la mia collega mi ha chiesto di subentrare nella parte di sua competenza del Triveneto Est. Sono così riuscita ad aprire altre scuole, da Verona a Trieste, 8 in tutto, ed è una bella cosa che mi rende orgogliosa. Tre anni, otto centri, partendo dal nulla. Non è male.»

Un momento dei centri estivi

I bambini come si approcciano?

«Il mio bambino, quello più grande, ha iniziato a un anno. Lui non parlava né inglese né italiano, si esprimeva a monosillabi. Però capiva tutto. Fin da piccolo, tutti gli stimoli imparati a lezione li comprendeva benissimo anche a casa. In alcuni corsi di bambini piccoli insegniamo il linguaggio dei segni, così sviluppano la capacità di comunicazione.

Noi contiamo molto nelle nostre classi per sviluppare la parte cerebrale della matematica. Io a casa con il mio primo figlio non abbiamo mai contato. Lui quando ha iniziato a contare anche a scuola ha iniziato a farlo in inglese. Quando sono piccoli così mescolano le cose. Finchè non impara il termine in italiano lo dice in inglese.

Al centro del metodo c’è l’ascolto a casa, una ventina di minuti ogni giorno. Questo deriva dal metodo Suzuki. Il potenziale dei bambini è pazzesco, proprio perché comunque è un’esposizione. Anche se non comprendono e non parlano. Il mio secondo figlio, che ha 15 mesi, all’inglese reagisce subito, non è una cosa estranea, approcciandomi con quei termini che già conosce, in quegli ambiti che ha fatto e visto a scuola. Se gli chiedo qualcosa di diverso mi devo aiutare con i gesti.

All’interno di un corso, già con i bambini di tre mesi proponiamo 500 parole, tra frasi, canzoncine, filastrocche. Prendono quello che vogliono prendere, non le prendono tutte. Il nostro è un apprendimento a spirale, quello che apprendono viene rivisto anche nei corsi dopo.»

Un momento del laboratorio artistico in inglese

Come sono strutturati i corsi?

«Sono annuali, minimo 32 massimo 40 lezioni, ma varia da Paese a Paese. In Italia se ne fanno normalmente 34. Dai 45 ai 90 minuti a seconda dell’età dei bambini. Dalla prima elementare 60 minuti e dalla quarta elementare 90 minuti. I corsi sono strutturati, abbiamo gli zainetti con i libri e le schede perchè vengono preparate prima di partire. Gli insegnanti sanno già cosa fare, con obiettivi e attività specifiche, anche se poi ogni insegnante va ad adattare il metodo a seconda della classe.

La metodologia si basa molto anche sugli stili di apprendimento, quindi visivo, uditivo e cinestesico. Se trovi una classe più visiva le flash card funzionano benissimo. Normalmente le classi sono miste, in modo che tutti gli stili di apprendimento vadano a integrarsi. Molto spesso la scuola pubblica lavora più che altro sulla parte visiva e il resto è un po’ messo da parte. Noi abbiamo classi da 8 bambini, e questo ci permette di seguirli meglio, stimolarli a parlare sempre. A differenza dei miei competitor in generale, ai genitori chiedo sempre di sentire quanto parla l’insegnante e quanto il bambino, a prescindere dalla scuola e dal metodo.

Importante è il rispetto del bambino e dei suoi tempi. Se non ha voglia di parlare, non ha voglia di parlare. Cerchiamo sempre di strutturare le cose a frasi. Quando iniziano ad avere tre anni strutturiamo la frase per intero. Un punto di partenza di base fondamentale, perché poi da lì parti per strutturare tutto il resto.»

Alcune insegnanti durante un corso di aggiornamento del metodo Helen Doron English

Durante quei corsi ci sono solo insegnanti o vi fate affiancare anche ad altre strutture professionali, tipo pedagogista?

«Noi facciamo un sacco di formazione, seminari di fonetica, di grammatica. Siamo 1.100 strutture in tutto il mondo con base in Israele. Ci sono delle teacher trainer istruite per formare nuovi insegnanti. Ce ne saranno una quarantina in tutto il mondo, per evitare che il metodo venga storpiato. Aiutano molto le ragazze e i ragazzi anche nella gestione della parte pedagogica, per il bambino che ha più bisogno dell’abbraccio oppure dell’essere un po’ più severi. Noi non abbiamo i tavoli, ci sediamo sui materassi in cerchio tutti insieme, le insegnanti sono come degli amici per i bambini.

Quello che cerco di creare è unità, collaborazione, che le insegnanti si aiutino tra di loro.»

Lo studio dell’inglese è visto dai bambini in maniera positiva, dicevi prima che ne sono entusiasti. I genitori invece come si pongono?

«Il genitore ha bisongno dell’effetto wow. Se il bambino parla è bello e lo iscrive. Se non parla deve essere molto motivato o da loro esperienze o perché loro non lo conoscono, o magari si sono informati sui benefici del bilinguismo. Mi è capitato di vedere molti genitori venire per curiosità. È un percorso lungo. Una volta che un genitore iscrive il bimbo di otto o dieci mesi lo fai in un’ottica a lungo termine.

Ho trovato genitori che invece erano troppo pignoli sul fatto che l’insegnante doveva essere madrelingua, perché fin dalla prima infanzia dovevano avere la pronuncia perfetta. Io non ho insegnanti madrelingua. Ma ho bambini che hanno accenti perfetti, perché dipende da quello che ascolti. È difficile far capire questo a un genitore.»

Un’insegnante durante la preparazione dei corsi in aula

Questo va verso un cambiamento culturale in italia? Il cominciare da così piccoli li porterà un girono ad avere un’apertura maggiore?

«Il sud Italia ha corsi pieni. In Sicilia il genitore non si muove per 45 minuti. Tra sud e il nord ci confrontiamo spesso perché ci sono mentalità e approcci diversi. Nel sud pagano cifre molto più alte di quelle che faccio pagare qui, investono moltissimo nell’istruzione dei figli, e l’inglese i bambini devono saperlo per forza come fosse un passaporto per uscire da alcune situazioni o accedere a posizioni lavorative diverse. In Sicilia registriamo tantissime iscrizione.

Nella mia zona si è un po’ sdoganata questa cosa dell’inglese per i bambini della scuola dell’infanzia. Mi è capitato tutt’ora nel paese dove vivo sentir dire le mamme “ma lascia che imparino l’italiano e poi per l’inglese avranno tutto il tempo”. Sono punti di vista di pensare, okay. Stiamo parlando di un paio d’ore di ascolti a settimana. Penso che ognuno abbia dei valori come famiglia che vogliamo trasmettere ai figli. I bambini piccoli stanno venendo tanto da noi. Vogliono imparare, vogliono fare.

Arriva sempre il momento in cui il genitore ti dice che, rispetto allo sport, il corso di inglese è troppo. Altri magari scelgono più una carriera agonistica sportiva e abbandonano il corso d’inglese perché effettivamente sarebbero troppo carichi di cose. Vedo bambini stanchi.»

Quali sono i vantaggi derivanti dall’apprendimento così precoce di una seconda lingua? Hai riscontrato anche delle critiche o aspetti negativi negli anni?

«Quando il bambino viene a contatto con una seconda lingua, ha uno sviluppo cerebrale maggiore, si creano più sinapsi perchè si passa da una lingua all’altra. Lo trovo un beneficio notevole. Dal momento in cui inizi a studiarlo fin da subito, e il bambino riconosce la lingua come una lingua non madre, puoi crescere bilingue perchè lui riconosce i suoni della lingua, le frequenze le riconosce con più facilità. I film e le canzoni in inglese risulteranno più naturali. Benefici ce ne sono veramente tantissimi.

Se devo essere io a trovarne uno negativo… A me diverte tanto per esempio che mio figlio mescoli le cose. Non è che non te lo sa dire, te lo dice in maniera diversa. Per alcuni può essere negativo, risulta come se non parlasse in italiano e deve saperlo dire.»

Questo può essere determinato dal fatto che magari in famiglia non si parla inglese, i genitori che non conoscono l’inglese sono magari spaventati dal fatto che non comprendono quello che dicono?

«Assolutamente. Oppure anche la paura che confonda le due cose e non le sappia più distinguere. Il fatto che crescano intrecciando le lingue. C’è anche un po’ di ignoranza su queste cose e si vive di stereotipi. Oppure semplicemente di non interesse.

Io ho fatto un progetto nel 2019-2020 in una scuola d’infanzia, in modo che tutti potessero approcciarsi all’inglese con la nostra metodologia. Tanti non hanno apprezzato perché non vedevano la differenza tra questo e fare educazione motoria.»

Ciò dipende dal fatto che in Italia siamo un po’ indietro in questo rispetto ad altri paesi europei? Penso alla Germania, o in generale ai paesi nordici.

«I paesi nordici lo vivono e nascono così, gli anziani parlano inglese perfettamente. Ragionano bilingue fin da piccoli. In Germania fanno molto affidamento sulla scuola e sono aiutati dal fatto che hanno una matrice comune con il tedesco.

Noi italiani abbiamo una difficoltà grande. Molti genitori fanno affidamento sulla scuola. A scuola vanno benissimo, poi magari vengono qui il loro livello è molto basso. La scuola ha modalità diverse.

Il problema più grande che vedo è che dicono “lo so ma non lo parlo, mi vergogno a parlarlo”. Non si parla inglese a scuola. Fai forse una frase in tre mesi. In Erasmus mi sono trovata compagni di classe che avevano fatto esperienze di studio o hanno vissuto all’estero, e a me sembrava di essere quella che non lo parlava, e qui ero quella che lo parlava meglio.

Se intervieni da piccoli e crei un ambiente dove il bambino non ha problemi e non ha paura di sbagliare, che tanto quello che dice lo può dire, se intervieni in quella fascia poi è tutto un mettere parole, complementi, frasi, sviluppare discorsi. Lo sblocchi già da piccoli, ed eviti questo, che tantissimi dicono che lo sanno ma non lo parlano.

Alcuni centri fanno inglese per adulti. Noi ci fermiamo ai 19 anni, qualcuno ha applicato il metodo agli adulti. La cosa divertente è che anche per loro il libro va accantonato e parlano, e per l’adulto è disarmante, imbarazzo puro. Giochi ancora più divertenti rispetto a quelli con i bambini. Tu parti sempre da qualcosa di parlato, mai dalla grammatica.»

È bello vedere bambini molto piccoli approcciarsi all’inglese…

«Ho visto genitori commossi, li invitiamo quando sono piccoli a partecipare. Anche a uno o due anni quando ripetono anche le parole. Sono bellissimi da vedere. Andavo sempre ad ascoltarli, adesso con il Covid non è più possibile, ma mettono di buon umore».

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