“Finalmente riapre allo studio… ben 32 posti (dagli 8 annunciati sembra quasi un successo). Siamo al ridicolo! I posti in biblioteca civica erano 765 pre-Covid; 259 contingentati a causa del Covid nel 2020.” Elisa La Paglia, Consigliera comunale eletta nelle liste del PD, il 21 febbraio scorso segnalava in un post sui social la situazione di disagio per gli studenti e in generale per gli utilizzatori della Biblioteca Civica di Verona. Una situazione che, a dire il vero, veniva denunciata da parecchio tempo non solo dalla stessa La Paglia, ma anche da altre forze politiche di opposizione, come Traguardi, e che pare non essere stata ancora risolta, se non in minima parte. Certo, esiste il Covid e i protocolli sanitari sono stringenti, ma è davvero così complicata la situazione nella prima biblioteca cittadina di Verona? Per capirlo siamo andati a verificare di persona.

Sono le 14.30 di un giorno qualsiasi, infrasettimanale. Normalmente a quest’ora la biblioteca civica di Verona brulicherebbe di studenti, ma non solo. Anche anziani col cappello intenti a leggere il giornale, appassionati di cinema entrati a restituire alcuni dvd e a prelevarne altri e via dicendo.

Oggi, febbraio 2021, è una cattedrale vuota che nel suo silenzio fa impressione. Tutto è in perfetto ordine, anche se non si sa bene per chi.

Al terzo piano, denominato “Collegio”, due sale amplissime ospitano un paio di sparuti studiosi e ricercatori che richiedono materiale che non è possibile dare in prestito. Al piano terra, dove normalmente si ritrovano gli studenti per preparare gli esami – più qualche naufrago della vita che si serviva del bagno della biblioteca – ora ci sono tre-ragazzi-tre. Non uno di più. Mi guardano passare e mi osservano come se fossi un alieno, in un misto tra sospetto e malinconia.

Foto di Stefano Magrella

Chissà, ci si potrebbe chiedere, forse il Covid ha tragicamente falcidiato gli addetti. Ma parlando con alcuni dipendenti si scopre che il problema non sembra essere né la carenza di personale né, certo, la mancanza di spazi. Il problema sembra piuttosto essere la scelta dei protocolli – a detta di alcuni improntati a un eccesso di cautela – che si aggiungono ad una polemica interna tra personale dipendente del Comune e il personale della cooperativa Coopcultura.

I numeri delle postazioni, comunque, sono impietosi: 32 posti per turno (64 max al giorno) per poter studiare con i propri testi, sempre su prenotazione e solo per i maggiorenni (probabilmente perché i minorenni non possono firmare assunzioni di responsabilità). Non molti, se consideriamo che 32 persone è il limite della sola emeroteca della biblioteca universitaria. La prassi impone, inoltre, di entrare uno alla volta alla reception della Civica, lasciando, in caso di maltempo, tutti i coraggiosi e testardi studiosi in coda alla mercé delle ire di Giove pluvio. Impone, poi, settori compartimentati e non comunicanti, che impediscono di usufruire liberamente degli spazi, ammettendo di fatto solo due direzioni: entrare e uscire (per non rientrare più).

Foto di Stefano Magrella

A questo si aggiunge un elemento che, apparentemente, dovrebbe semplificare la questione: la prenotazione. Sembrerebbe l’uovo di Colombo: richiedendo in anticipo i testi, si snellirebbe così il tempo per la ricerca del materiale e la permanenza degli studiosi, ma non è così. Di fatto, molte cose nell’OPAC (acronimo di On-line public access catalogue, ovvero catalogo in rete ad accesso pubblico delle biblioteche) non compaiono e lo sforzo dei bibliotecari è spesso teso a cercare di immaginare cosa vuole il ricercatore piuttosto che reperirlo nell’archivio. E per gli studenti, già confusi dalla gestione della vita in sé, riuscire a organizzare studio e lezioni con almeno 24 ore di anticipo non sempre è agevole. Per non dire quasi mai.

Tempi duri, insomma, per coloro che non hanno a disposizione uno spazio a casa per concentrarsi, ma pure per ritornare a vivere, anche attraverso lo studio, la socialità, la vita di relazione, una delle maggiori necessità emerse con più forza dall’esperienza della Didattica a Distanza (DaD) nella scuola secondaria di secondo grado. Anche per la biblioteca universitaria Frinzi, luogo in cui lo studio era una componente non sempre maggioritaria del pomeriggio degli universitari, l’accesso è – almeno come previsto dal codice interno – limitato e su prenotazione.

Difficile uscirne, dunque. Però la domanda, “lubranamente”, a questo punto non può che sorgerci spontanea: perché il Covid ce l’ha così tanto con la cultura?

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