La notizia ha fatto alcuni giorni fa il giro delle principali agenzie. Alex Schwazer, squalificato nell’agosto del 2016 per otto anni per un presunto caso di doping, è stato definitivamente assolto “per non aver commesso il fatto” con contemporanea archiviazione del procedimento a suo carico. La sentenza pronunciata dal Gip Walter Pelini ha fatto tirare un grande sospiro di sollievo al 36enne atleta altoatesino, dichiaratosi sin dall’inizio estraneo ai fatti, professando sin da subito la sua innocenza. Con lui è stato dichiarato prosciolto da ogni capo d’imputazione il suo attuale allenatore Sandro Donati, dal principio sempre al suo fianco in questa lunga e snervante battaglia legale.

L’allenatore di atletica Sandro Donati

La vicenda di Schwazer rappresenta un unicum nella recente storia della lotta al doping. L’atleta originario di Vipiteno, è stato l’unico vincitore di un oro olimpico, (50 km di marcia nell’edizione di Pechino 2008 ndr) a dichiararsi reo confesso una volta riscontrata la sua positività, pronto a fare  il nome di tutte le figure coinvolte, molte di queste eccellenti. Nessuno fino a ora ha avuto il suo coraggio. Nemmeno l’americano Lance Armstrong, al quale sono stati tolti i sette successi in serie ottenuti al Tour de France, dopo aver confessato molti anni dopo, ha mai avuto il coraggio di contribuire a sollevare il velo di omertà che regna nel mondo del doping, soprattutto grazie al silenzio assordante degli stessi condannati.

Il corridore statunitense Lance Armstrong

Alex, però, non si è mai accontentato e con la stessa pervicacia che per anni ha animato le sue prestazioni sportive, è voluto andare oltre. Una volta scontata la squalifica ha contattato Sandro Donati, allenatore da sempre in prima fila nella lotta al doping. Uno dei suoi principali accusatori, quindi, è diventato il suo principale collaboratore. Da questa inaspettata collaborazione è nato un patto di ferro che ha fatto sognare i tifosi dello sport etico, con la speranza di dimostrare al mondo che da puliti si può vincere. L’insolito connubio, nato in vista della rassegna olimpica di Rio 2016, ha messo fatalmente in allarme molti atleti di vertice. Purtroppo, sappiamo tutti come è andata. Trovato nuovamente positivo il primo giorno del 2016 – unico atleta della storia a subire un controllo in questa data – fu squalificato una seconda volta, nonostante gli sforzi profusi per dimostrare la propria innocenza.

Ora, dopo quattro anni intrisi di incongruenze, accuse e controaccuse, in mezzo a un turbinio di complotti, reticenze e manipolazioni di prove, è arrivata la sentenza che di fatto lo riabilita. La lunga vicenda, quindi, invece che chiudersi, rimane viva più che mai, alimentando dubbi e domande alle quali prima o dopo bisognerà dare una risposta. Nelle motivazioni, peraltro, si legge: “Accertato con alto grado di credibilità che i campioni di urina furono alterati”. Il Gip, nelle sue conclusioni, ha poi aggiunto: “si ritiene accertato con alto grado di credibilità razionale che i campioni di urina prelevati in data 1 gennaio 2016 siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e ottenere così la squalifica e il discredito dell’atleta e del suo allenatore Sandro Donati”. La manipolazione delle provette, a questo punto, sarebbe potuta avvenire in qualsiasi momento, a Stoccarda come a Colonia, dove si è dimostrata la presenza di provette non sigillate e dunque utilizzabili a piacere alla bisogna.

L’assoluzione di Alex Schwazer pone, di fatto, in stato d’accusa la Wada, agenzia mondiale per l’antidoping, e la World Athletics (ex Iaaf), oltre ai dirigenti del laboratorio antidoping di Colonia. L’indice puntato verso quelli che dovrebbero vigilare costituisce un aspetto che non può certo passare inosservato. Schwazer, che nel frattempo non ha mai nascosto il desiderio di tornare a gareggiare, con obiettivo Tokio 2021, deve sperare nella cancellazione della squalifica sportiva che solo il Tas di Losanna potrebbe pronunciare. Tale eventualità appare per il momento molto complicata in quanto un’eventuale riabilitazione dell’atleta altoatesino comporterebbe la conseguente messa in stato di accusa degli stessi vertici sportivi mondiali. In ogni caso gli interrogativi sono molti e rimangono per ora senza risposta. Chi c’è dietro a tutto questo? Come mai non si sono azionati meccanismi di autocontrollo? Quali e quante sono le persone coinvolte? Tutte domande alle quali, almeno per ora, diventa molto difficile saper dare una risposta.

Da questa vicenda, però, emergono una serie di conclusioni che riguardano l’intero sistema sportivo. Le istituzioni dello sport sono oggi un enorme centro di potere che governa molteplici interessi economici. Tribunali sportivi, federazioni varie, organismi internazionali e comitati olimpici, tutte strutture dedite a organizzare al meglio lo sport, che sembrano quasi volte a costruire un cosmo parallelo a quello della società civile, sia a livello nazionale che internazionale. La conflittualità tra giustizia sportiva e ordinaria, sia in termini di competenza sia come frequente difformità di giudizio, di cui il caso Schwazer non è che uno degli innumerevoli casi,  ne è la chiara dimostrazione. A chi, poi, rispondano queste istituzioni,  in molti casi strettamente collegate con il potere politico che spesso utilizza lo sport come strumento di consenso, non è cosa così facile da comprendere. Lo stesso Sandro Donati, ancora ignaro delle conclusioni alle quali sarebbe arrivato il Gip di Bolzano, mi disse di ritenersi convinto che occorrerebbe fare l’antidoping non solo agli atleti ma, soprattutto, anche a tutti i vari organismi che conducono la lotta al doping. Un’amara considerazione che richiama l’idea di un sistema costruito su interessi e connivenze, deteriorato nel profondo, che la sentenza sul caso Schwazer ha reso ancora più attuale e condivisibile.

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