Il Parco di Virunga – il Parco dei vulcani secondo la lingua locale – è una delle meraviglie del mondo: con una superficie di oltre 8.000 kmq e per una lunghezza che arriva fino a 300 km, questa foresta pluviale è nata per costituire un enorme habitat di biodiversità e di protezione dell’ambiente: dà infatti ospitalità a una infinita serie di piante e animali. Tra questi ultimi il sempre più raro gorilla delle montagne, ma anche elefanti, rinoceronti, bufali, ippopotami, coccodrilli… Un paesaggio idilliaco con villaggi, circondati da una lussureggiante vegetazione e arrampicati su dolci colline, che ospitano vulcani, molti dei quali spenti da secoli. Qui purtroppo finiscono i pregi di questa regione, il Nord Kivu, che fa parte del Congo e che si estende dal Lago Alberto al Lago Kivu, avendo come Stati confinanti, due Paesi a dir poco “difficili” quali Uganda e Ruanda, tra l’altro in pessimi rapporti tra loro. Ed è qui che negli scorsi giorni hanno trovato la morte il nostro ambasciatore a Kinshasa, Luca Attanasio, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista locale.

Nell’immenso parco infatti trovano rifugio una ventina di milizie, dedite al saccheggio, ai furti, agli incendi, agli assassinii, alle torture, agli stupri. E con le sigle più disparate, come lotta per il ritorno della democrazia o difesa di una minoranza etnica, tentano di coprire quelle che sono pure attività criminali.

La regione – e tutto il Congo – è un perfetto esempio di come in Africa sia estremamente difficile coniugare democrazia e sicurezza. La democrazia, dove c’è, sfocia presto in totale anarchia, la sicurezza in spietata e inumana dittatura. Il tutto, come sempre, pagato a carissimo prezzo dalle popolazioni locali.

Fino a 25 anni fa la situazione non era così drammatica: il Congo, sotto la dittatura di Sese Seko Mobutu – che era impegnato ad arricchire non il suo popolo ma istesso e il suo clan, come stanno dimostrano i 5 miliardi di dollari depositati in banche svizzere – riusciva a mantenere un accettabile controllo del territorio. Poi nel 1995 avvenne la tragedia del Rwanda, la ribellione degli estremisti Hutu contro i Tutsi e gli Hutu moderati: almeno un milione di persone perse la vita, spesso vittime di efferati delitti. Che cosa era successso: gli Hutu e i Tutsi arrivarono nella regione vari secoli fa, provenienti dall’altopiano etiopico. Gli Hutu erano agricoltori, i Tutsi pastori: purtroppo queste due attività si sono storicamente dimostrate incompatibili, essendo provato che presto o tardi portano alla guerra perché i pastori, nomadi, nel cercare nuovi pascoli per le proprie greggi finiscono con l’invadere e distruggere i terreni coltivati degli agricoltori, che sono stanziali. Gli Hutu costituiscono la parte più povera della società, i Tutsi (detti anche Watussi) quella più ricca, per cui ragioni economiche e sociali si sommano a quelle razziali.

Dalla caduta di Mobutu il Congo non ha più avuto pace: un governo troppo debole, un apparato amministrativo dominato dalla corruzione, un esercito e una polizia inaffidabili, progetti di sviluppo che si arenano o i cui fondi finiscono nelle tasche dei potenti. Insomma, la solita storia.

L’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio (foto Radio Alfa)

Nella Regione del Nord Kivu, dove è avvenuto l’agguato operano – come detto – varie milizie, in genere di etnia Hutu, che combattono contro i Tutsi, che sono al potere negli Stati confinanti di Uganda e Ruanda. È la tattica del “mordi e fuggi”: compiono incursioni oltre confine e si rifugiano poi nel Parco, sicuri di godere dell’impunità. Queste milizie sopravvivono saccheggiando il territorio, attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali, non ultime quelle minerarie, quali oro, nikel, pietre preziose e coltran, elemento quest’ultimo indispensabile nella produzione di smartphone e personal computer. Non esitano inoltre ad attaccare i villaggi locali, commettendo ogni sorta di reati, tra cui l’arruolamento forzato dei bambini o l’impiego di giovani di ambo i sessi per “piaceri sessuali”. Nell’area opera anche una forza ONU di ben 17.000 uomini, che si dimostrano però troppo scarsi per controllare il territorio. Pensate che nel Parco dovrebbe ancora vivere un efferato e sanguinario personaggio, Josef Kony, che una decina di anni fa raggruppò intorno a sé una milizia di circa 4.000 uomini, battezzata “Esercito di Liberazione del Signore”. Kony si dichiarava cristiano, leggeva la Bibbia ai suoi uomini, portava una copia del Testo Sacro sempre con sé e confessava candidamente che tutte le efferate azioni commesse gli erano state suggerite direttamente da Dio, con il quale affermava di essere periodicamente in contatto (probabilmente dopo essersi iniettato droghe o altre sostanze stupefacenti).

A controllare il Parco, per evitare attività di bracconaggio o di estrazione illecita di minerali, provvedono circa 700 Rangers, in continua lotta contro i bracconieri, che non sono certo come li immaginiamo noi, con un fucile a tracolla e un piccolo carniere, ma vere e proprie milizie armate di tutto punto alla caccia di elefanti (per l’avorio), leoni, rinoceronti, gazzelle… Gli scontri tra i due gruppi sono soventi e molto sanguinosi; in una decina di anni i Rangers hanno perso circa 200 uomini, gli ultimi 6 lo scorso mese di gennaio in una imboscata. Non si conoscono le perdite inflitte ai bracconieri ma non saranno di certo inferiori.

In questo quadro tormentato e complesso – di cui il nostro Ambasciatore aveva più volte affermato di essere ben consapevole – si inserisce il viaggio compiuto il giorno dell’agguato per visitare una scuola, nel quadro di quella attività di sostegno ai ragazzini bisognosi che l’ambasciatore e la consorte stavano lodevolmente portando avanti.

A quanto è dato sapere, il convoglio di sole due auto non aveva la scorta delle Nazioni Unite. Un errore, perché basato sulle dichiarazioni delle Autorita locali che avevano garantito la sicurezza del tratto stradale da Goma a Rushuru. Forse proprio la vista di auto non appartenenti a turisti ma certo a persone almeno all’apparenza facoltose possono aver fatto scattare l’idea del rapimento a scopo di estorsione. Di qui l’uccisione dell’autista locale, pericoloso testimone, e la fuga a piedi nella foresta verso un nascondiglio sicuro, in attesa di chiedere il riscatto. A un certo punto il gruppo sembra sia stato intercettato dai Rangers e ne sarebbe seguito un conflitto a fuoco che ha causato la morte dei due nostri connazionali. Si suppone che il gruppo appartenga al Fronte Democratico per la Liberazione del Ruanda, gruppo di etnia Hutu in lotta contro i Tutsi al potere in quest’ultimo Paese. Dare delle connotazioni islamiste o jihadiste ai rapitori sembra più difficile, perché nel Nord Kivu opera l’Alleanza delle Forze Democratiche, di ispirazione jihadista, ma agisce molto più a nord, ad alcune centinaia di km. di distanza e il suo obiettivo è commettere crimini contro la popolazione locale per farla rivoltare contro l’Esercito Congolese e ampliare quindi l’avversione degli abitanti contro il potere centrale. Una tattica semplicemente perversa, che ricorda un po’ le tecniche insurrezionali degli anni Sessanta-Settanta in Sudamerica. (Per chi volesse saperne di più si segnala che giovedì pomeriggio alle 18 sul sito dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale di Milano www.ispionline.it, si svolgerà una conferenza in streaming dedicata al tragico evento che si è consumato in Congo).

Che morale trarne? Bisognerebbe non essere mai nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Purtroppo non siamo noi a decidere né i luoghi né i tempi. 

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