L’arte di educare e la disciplina forense sono tra i mestieri più antichi del mondo. Quelle dei docenti e degli accademici, degli avvocati insieme a quelle dei giornalisti vengono considerate categorie di privilegiati: il senso comune li vuole collocati in una dimensione altra, in una sorta di pantheon professionale abitato esclusivamente da coloro che possono concedersi il lusso di recarsi al lavoro in giacca o tacchi a spillo.

Non tutti sanno, però, che in numerosi, troppi, Paesi del mondo sono categorie a rischio ed esercitano la professione anche a costo della vita. Ad accendere i riflettori su una questione spesso trascurata il convegno Avvocati e docenti a rischio nel mondo tenutosi ieri pomeriggio: un prezioso pomeriggio di riflessione per mezzo del web organizzato dalla Commissione per la cooperazione allo sviluppo internazionale dell’Università degli Studi di Verona e dalla Commissione diritti umani dell’Ordine degli avvocati di Verona. La tessitura di storie e testimonianze è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la rete Scholars at Risk e l’organizzazione nazionale In Difesa di.

«È un momento positivo e generativo di riflessione che vuole sottolineare l’importanza di un lavoro valoriale alla base della nostra società e diffuso capillarmente in tutto il mondo – ha esordito Emanuela Gamberoni, docente e referente del rettore per la Cooperazione allo sviluppo internazionale sociale e ambientale –. Questi incontri hanno l’obiettivo di sensibilizzare, di creare una società e un’università inclusive all’insegna della vicinanza e della protezione dei diritti. Giustizia, tutela e libertà sono i tre fari che devono guidare l’operato di ogni individuo nel mondo e tutti dobbiamo batterci per difenderli perché la violazione dei diritti di un singolo è la violazione dei diritti di tutti.» 

Nasrin Sotoudeh

Toccante l’intervento di Barbara Bissoli, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Verona: ha ricordato il coraggio di Nasrin Sotoudeh, avvocata di Teheran condannata al carcere con l’ignominia delle frustate per aver esercitato la sua professione in difesa dei più deboli. Impossibile non essere travolti dalla memoria di Ebru Timtik, avvocato e attivista turca impegnata nella difesa dei diritti umani: arrestata e accusata ingiustamente di terrorismo, viene condannata. Muore dopo una strenua e orgogliosa resistenza pacifica con 238 giorni di sciopero della fame chiedendo, fino all’ultimo istante, un giusto processo.

«Difronte a queste barbarie, a questi crimini indicibili, non possiamo rimanere impassibili – commenta Sara Gini, membro della Commissione per i diritti umani dell’Ordine degli avvocati di Verona –. È inaccettabile come in alcuni Paesi del mondo fare e volere giustizia significhi mettere a repentaglio la propria vita, quella di colleghi e familiari. Ecco perché è necessaria una rete di protezione internazionale che vigili sulla tutela e il rispetto dei diritti umani che sono inviolabili. Centrale il lavoro sinergico tra associazioni, organizzazioni e le diverse istituzioni. Avvocati, docenti, giornalisti e attivisti per i diritti umani e dell’ambiente democraticamente esercitano e proteggono i diritti fondamentali ma, con uno sfratto della democrazia, vengono perseguitati e vessati.»

Il Presidente della Turchia Recep Erdogan

È uno degli elementi tangibili che concorrono a lacerare quello strappo, a imputridire quella piaga che viene indicata come crisi della democrazia: «Lottare strenuamente, con perseveranza e insistenza, per la difesa e la protezione è uno dei diritti costitutivi dell’uomo in quanto tale: non è lecito compromettere la libertà di pensiero e di informazione. È semplicemente disumano – sottolinea Barbara Spinelli, avvocata del foro di Bologna e osservatrice internazionale e garante della difesa dei diritti umani –. Tuttavia è lo scenario lacerante a cui stiamo assistendo: basti pensare che, oggi, sono circa 50mila gli studenti finiti in carcere per essersi opposti alle assurde scelte del regime di Erdoğan che ha intaccato l’istruzione e le università. Alcuni intellettuali e accademici riescono a fuggire, così come avvocati e giornalisti; altri soccombono e vengono puniti con processi farsa trovandosi incollata addosso l’etichetta di terroristi.»

 «L’ONG europea Front Line Defenders – ha sottolineato al riguardo l’avvocata Barbara Bonafini, coordinatrice della Commissione Diritti Umani dell’Ordine degli Avvocati di Verona e di “Rete In Difesa Di – dei diritti umani e di chi li difende” – nel gennaio 2020 ha pubblicato il rapporto Front Line Defenders Global Analysis 2019 sulla situazione dei difensori dei diritti umani nel mondo: nell’anno di riferimento sono ben 304 i difensori dei diritti umani uccisi, circa uno ogni 48 ore, mentre nel 2020 i “casi aperti” sono stati 500. Rientra nell’esercizio sociale dell’avvocatura mantenere la luce accesa sugli scenari di violazione dei diritti umani, a volte dimenticati dall’opinione pubblica e dai media, garantendo con rigore, tramite l’attività di osservazione internazionale, un’informazione precisa e documentata.»

Queste situazioni appaiono come delle narrazioni lontane, quasi dal gusto esotico, per un italiano che, di ritorno dall’ufficio, ordina comodamente con l’app la cena che mangerà sul divano e la cosa più wild che farà la domenica successiva è una gita in montagna con la famiglia. Sa bene, invece, cosa significano il rischio e il sacrificio in seno a una vocazione professionale Simten Cosar, visiting professor Sar all’università di Pittsburgh che, a distanza di chilometri e con un inglese fluente, ha fotografato la drammatica situazione in Turchia. Allo stesso modo, illuminante il focus di Sevgi Doğan, research fellow alla Scuola Normale Superiore di Pisa: «La libertà accademica non è un privilegio, un accessorio o un vezzo intellettuale; è un diritto e uno dei motori per lo sviluppo della società. La comunità scientifica e di ricerca deve poter diffondere il proprio sapere nel mondo per aiutare le persone a guarire, a crescere e vivere meglio. Accogliere studiosi e accademici a rischio vuol dire sostenere lo sviluppo del sapere e il progredire della conoscenza: non possiamo lasciare che le ingiustizie blocchino la cultura, il motore del mondo.» 

Inoltre, hanno preso parte al convegno con preziosi contributi: Isolde Quadranti, referente per Scholars At Risk; Francesco Martone, del coordinamento della rete In difesa di; Alessandra Cordiano, presidentessa del Comitato unico di garanzia – Cug e Claudia Padovani, per il coordinamento della sezione italiana di Scholars At Risk – SAR Italia. 

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