Siamo abituati a dicembri rumorosi. Pieni. Luccicanti. Siamo affezionati alla retorica delle feste. I Natali, lo sappiamo, sono il trionfo di tutto questo. Ci sottopongono a prove atletiche. Pranzi tra Obelix e Gargantua. Gare di regali. Agoni di addobbi. Vere e proprie olimpiadi dell’ostentazione.

Sembra chiaro però che non sarà così quest’anno. Il Natale sarà lo spazio del raccoglimento, dell’introversione, forse anche di una sana frugalità.

È indubbio: sarà un dicembre silenzioso.

Siamo nel settimo cielo. Proprio il settimo cielo di quando diciamo che uno è particolarmente felice. Tu ci hai portato lungo i diversi cieli planetari. Abbiamo visto quello che non è lecito vedere. Ci hai abituati che più saliamo più le luci diventano luminose, più Beatrice sfavilla, più la musica diventa sublime e celestiale.

Ma giunti nel settimo cielo? Il silenzio.

Si tace in questa rota

 la dolce sinfonia del Paradiso

Non si canta più. Beatrice non sorride. Persino le luci dei beati assomigliano più al grigiore di strani uccelli dalle fredde piume.

Forse è nel silenzio che si fa esperienza di Dio.

Il silenzio fa paura. È estraneo al fragore del nostro sistema occidentale. Da noi la spettacolarizzazione è sovrana. Il silenzio non ci attrae. Che sia la provocazione senza suono di un Cage. O la pagina bianca di un Munari.

Il silenzio è il buio della contemplazione. È una dimensione di ascolto. Apre all’altro.

Dio è silenzioso. E il silenzio, grande e tragica banalità, non parla.

Non parlerà Dio nella visione finale. Non parlerà neppure Lucifero.

Dio è silenzio perché non si può “dire”.

Tutta il tuo poema, tutto il tuo tentativo di avvicinarti a Dio, tutti i tuoi 14233 versi sono il tentativo fallimentare di strappare Dio da quel silenzio. Ma alla fine Dio si nasconde nel mistero dell’inesprimibile.

La Commedia è fatta di vuoti. Di silenzi. Di non detti che si muovono nello spazio invisibile tra una pagina e l’altra.

Virgilio, il tuo maestro, apparirà per la prima volta là dove “il sol tace”. E per il “lungo silenzio” ti sembrerà “fioco” (in questo paradosso di raucedine visiva, nel suo essere opaco foneticamente, acusticamente sfocato). Nel primo cerchio incontrerai i grandi personaggi del mondo pagano, Socrate, Omero, Democrito, e parlerai con loro, ma di quello che vi direte “il tacer è bello”.

Il viaggio della Commedia, il viaggio tuo e nostro, è un viaggio nell’interiorità, una discesa nel fondo dell’anima. Un viaggio verso la luce più abbagliante che terminerà in una sorta di black out mistico.

Questi silenzio possono sgomentare, ma possono anche essere intesi in senso musicale. Il silenzio è una sospensione. Il silenzio è un respiro. Ecco, forse è di questo respiro che dobbiamo fare esperienza. Di questo spazio di ascolto e di incontro con l’altro.  

Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

La Commedia è questo scacco dei sensi. Questo sfaldarsi dei significati. Questo sciogliersi di ogni parola.

E in questa “caduta”, in questa fragilità, forse il mistero ci è più vicino.