Io sono al terzo cerchio, de la piova

etterna, maladetta, fredda e greve;

regola e qualità mai non l’è nova.

Nel canto sesto dell’Inferno, nel cerchio dei golosi, insieme a Virgilio vedi le anime aggredite da una pioggia incessante, mista a fango e grandine. Quella che si riversa su di voi è una natura violenta e punitrice.

La tentazione di trovare un nesso tra i tuoi versi, Dante, e gli eventi climatici funesti che si stanno manifestando ai nostri giorni è grande.

Verona, la tua città da Paradiso, in questi anni è stata messa in ginocchio da una natura che sembra sempre di più vendicatrice e matrigna.

Oltre alla pioggia, numerose sono le polemiche. Ognuno cerca una responsabilità politica dal locale al globale, passando dalla manutenzione dei canali di scolo ai mutamenti climatici. La cura dell’ambiente torna a essere responsabilità di una comunità planetaria consapevole e cosciente.

La politica c’entrava anche nel tuo girone dei ghiottoni. Il peccato di gola ha un peso politico: quando l’amore squilibrato verso il gusto diventa squilibrio di ciò che dovrebbe essere giusto (anche in termini economici, di ripartizione e abuso delle risorse), allora la natura non può che essere infernale.

Dalla selva oscura con le sue fiere, il suo colle e il suo sole primaverile, fino all’ultima visione che si conclude con la parola stella, noi abbiamo nella Commedia la presenza costante e fondante della natura.

Grottesca, perversa, stravolta, nei canti infernali è una natura “contro natura”, un artificio che pare prodotto da un uomo diabolico.

La natura infernale è costruita tutta in interni, Dio è l’artifex severo e inflessibile.

Ma in fondo non viviamo noi proprio oggi in città, dove la natura è sfigurata, piegata, violata, tra il titanismo di palazzi babelici, nell’intrico di strade labirinto, nell’ostentazione di “una bellezza naturale senza natura”, secondo la bella definizione di James Hillman?

Siamo immersi nella schizofrenia di un universo sempre più illimitato e di una terra sempre più minacciata dalla limitatezza delle proprie risorse. L’universo è ridotto a una dimensione meccanica, che non concede più spazio a nessuna forma di trascendente e di spiritualità. Il pianeta è vissuto solo come cumulo di beni da consumare, proprio come fanno i tuoi golosi, e non come serbatoio di energie creative.

Ma per te, Dante, la natura è libro nel quale riconoscere il volto di Dio, proprio a partire da quelle stelle che sono sguardo amorevole del divino. Una natura che dal Purgatorio diventa regno francescano della bellezza e dell’abbondanza.

Alla selva oscura dell’Inferno corrisponde la divina foresta spessa e viva del Purgatorio, la selva antica. Quasi che la Commedia, energeticamente, simbolicamente, sia un viaggio da fermi. La simmetria, anche topografica, tra inizio dell’Inferno e finale del Purgatorio, tra selva oscura e Eden, sembra alludere a una sorta di viaggio ciclico, dove ci ritroviamo al punto di partenza, ma con un nuovo sguardo. E questa selva oscura che diventa divina troverà il suo apice nella candida rosa dell’Empireo.

“La divina foresta spessa e viva” indica una natura pervasa dal divino. Una Terra non più malata e sofferente, ma una Terra gioiosa, vitale, “naturante”.

E quando giungiamo alle vertigini celesti troviamo versi come questi:

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso

de l’universo; per che mia ebbrezza

intrava per l’udire e per lo viso.

In cui abbiamo un cosmo che ride, partecipa gioiosamente all’esultanza dei beati.

Quivi la donna mia vid’io sì lieta,

come nel lume di quel ciel si mise,

che più lucente se ne fé ‘l pianeta.

E se la stella si cambiò e rise,

qual mi fec’io che pur da mia natura

trasmutabile son per tutte guise!

Addirittura un pianeta, Mercurio, illuminato dal sorriso di Beatrice ride a sua volta e si trasforma.

L’uomo contemplativo non è colui che si rifugia nelle stelle, ma colui che si sente responsabile di quelle stelle, come di tutto ciò che lo circonda.

La pioggia etterna e maladetta può essere un sintomo, una conseguenza, un monito, forse un limite che non dobbiamo più varcare. Tu Dante, ci inviti a tornare in quell’Eden, a quell’armonia tra uomo e natura, possibile solo se riusciamo a volgere in positivo il dramma della storia. Questo sarà il nostro risveglio. Questa sarà la nostra responsabilità.