È certamente giusto insegnare a rispettare l’altro, ad accettare un no, a riconoscere il consenso e la libertà del partner, ma così facendo non riduciamo automaticamente la possibilità che, in futuro, una persona possa mettere in atto comportamenti abusanti o violenti. Non basta insegnare a rispettare l’altro per generare rispetto.

L’abusante non si ritiene abusante

Il fraintendimento dietro questa idea, apparentemente intuitiva, è che si basa sul presupposto che chi agisce violenza nelle relazioni lo faccia perché non ha compreso che dovrebbe rispettare la libertà dell’altro, quasi che il maltrattante si rappresentasse consapevolmente come colui che vuole prevaricare, controllare o fare del male e avesse semplicemente bisogno di imparare una regola o un comportamento differente.

Nel lavoro con persone che hanno agito comportamenti maltrattanti emerge spesso una realtà molto più complessa. Chi controlla, perseguita, minaccia o limita la libertà del partner non necessariamente pensa: “Sto negando la libertà di questa persona”, “voglio crearle angoscia e paura” oppure “voglio farle del male” o “gliela farò pagare”. Al contrario, può arrivare a raccontarsi: “lo faccio per il suo bene”, “cerco soltanto di proteggerla”, “se reagisco così è perché ci tengo” oppure “so che è un gesto estremo, ma è perché siamo fatti per stare assieme e non lo capisce”. Il controllo può essere vissuto come preoccupazione, la gelosia come dimostrazione dell’intensità del sentimento, il bisogno di sapere continuamente dove si trovi il partner come conseguenza naturale dell’amore e l’incapacità di tollerare una separazione come prova del fatto che quella persona sia troppo importante per essere lasciata andare.

Le relazioni non avvengono in un vuoto emotivo

Esiste anche un secondo problema. Infatti, anche quando una persona arriva a riconoscere razionalmente che la propria gelosia non rappresenta una forma d’amore, la gelosia continua a esistere. Allo stesso modo, riconoscere che l’altro ha diritto di lasciarci non necessariamente impedisce di vivere quella separazione come un’umiliazione insopportabile, un abbandono devastante o una minaccia alla propria immagine di sé.

Essere consapevoli che un comportamento è sbagliato non significa automaticamente essere capaci di tollerare gli stati emotivi che spingono verso quel comportamento. Ed è precisamente qui che un’educazione affettiva esclusivamente normativa mostra il proprio limite.

Il problema non è soltanto insegnare alla persona che cosa non deve fare, ma dobbiamo aiutarla a comprendere che cosa accade dentro di lei quando sente il bisogno di farlo.

Quali domande farsi

Dire che “la gelosia non è amore” dovrebbe allora essere soltanto l’inizio della riflessione. La domanda successiva dovrebbe essere: se non è amore, che cos’è per me questa gelosia? Di che cosa ho paura quando il partner non risponde? Che cosa immagino possa accadere se non so dove si trova? Che cosa significherebbe per me scoprire che desidera qualcun altro? Che cosa direbbe di me, nella mia mente, il fatto di essere lasciato? Perché la decisione autonoma dell’altro viene percepita non soltanto come dolorosa, ma come qualcosa che mi svaluta, mi umilia o addirittura mi distrugge?

A questo livello non stiamo più semplicemente parlando di regole relazionali. Stiamo entrando nel modo in cui una persona costruisce psicologicamente il rapporto con l’altro.

La gelosia, per esempio, può essere alimentata dalla paura di essere sostituiti, dalla necessità di ricevere continue conferme del proprio valore, da vissuti abbandonici o dalla difficoltà di concepire il partner come una persona separata, dotata di desideri che non necessariamente coincidono con i propri.

Il controllo può allora diventare un tentativo di regolare non soltanto il comportamento dell’altro, ma la propria angoscia. Sapere dove si trova il partner, controllare con chi parla o ottenere continue rassicurazioni può servire temporaneamente a ridurre la paura di perderlo. Il problema è che, in questo modo, l’angoscia interna viene gestita intervenendo sulla libertà dell’altra persona.

Naturalmente comprendere queste dinamiche non significa in alcun modo giustificarle, legittimarle né diminuire la responsabilità di chi lo agisce. Serve, al contrario, a poter intervenire sul funzionamento che precede il comportamento.

È qui che l’educazione affettiva si deve unire inevitabilmente alla conoscenza di sé.

Conosciamo noi stessi nell’incontro con l’altro

Nelle relazioni non incontriamo soltanto l’altro, ma incontriamo anche noi stessi attraverso l’altro. Una relazione può rendere visibili fragilità che al di fuori di quella relazione rimanevano silenziose. Possiamo scoprire quanto abbiamo bisogno di sentirci scelti, quanto temiamo di essere sostituiti, quanto la nostra autostima dipenda dallo sguardo dell’altro o quanto sia difficile per noi tollerare che qualcuno possa desiderare qualcosa di diverso da ciò che desideriamo noi.

Un’educazione affettiva realmente tale dovrebbe quindi aiutare progressivamente i ragazzi a sviluppare non soltanto un codice di comportamento, ma anche un linguaggio attraverso il quale riconoscere ciò che accade dentro di loro. Dovrebbe certamente insegnare che il partner è libero di andarsene, ma anche offrire strumenti per comprendere perché quella libertà possa talvolta essere vissuta come un’umiliazione, un abbandono o una svalutazione personale. Perché il rispetto dell’altro non avviene in un vuoto emotivo.

Accanto agli interventi educativi servono anche spazi psicologici, individuali o di gruppo, che permettano alle persone di esplorare il proprio funzionamento, soprattutto quando emergono vissuti di gelosia intensa, dipendenza, paura dell’abbandono, bisogno di controllo o altre modalità relazionali problematiche.

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