Quando desiderare fa paura
Il funzionamento ossessivo e l’attesa di essere scelti.

Il funzionamento ossessivo e l’attesa di essere scelti.

L’ossessivo, nell’immaginario comune, è colui che pensa troppo, che si preoccupa troppo, che non riesce a decidere, che resta impigliato in una rete di verifiche, ipotesi e cautele. Tutto questo è vero, ma rischia di farci perdere un aspetto più profondo e meno immediatamente evidente: il modo in cui l’ossessivo si rapporta alla propria sfera desiderante e vive, dunque, il desiderio.
È proprio su questo punto che alcune letture psicoanalitiche, in particolare di orientamento lacaniano, risultano particolarmente illuminanti. L’ossessivo non è soltanto una persona che cerca di controllare l’ansia, ma è anche, e forse soprattutto, qualcuno che fatica a riconoscersi come soggetto desiderante. Il problema non è semplicemente che desidera qualcosa e ha paura di ottenerlo, o che non sa scegliere tra più possibilità. Piuttosto, la difficoltà che incontra è il fatto che desiderare in prima persona lo espone a qualcosa di vissuto come pericoloso: la perdita del controllo, il rischio del rifiuto, il conflitto con un’autorità interna o esterna, la possibilità di scoprire che il proprio desiderio non è lecito, non è accettabile o non è autorizzato.
In questa prospettiva, l’ossessivo tende a spostarsi da una posizione attiva a una posizione passiva. Non si pone come colui che desidera, ma come colui che vorrebbe essere desiderato, astenendosi dal prendere l’iniziativa e attendendo di essere cercato. Fatica a dire “io voglio” e si domanda invece: “Qualcuno mi vuole? Qualcuno mi cerca? Qualcuno mi autorizza a muovermi?”. È qui che diventa comprensibile l’idea, apparentemente paradossale, secondo cui l’ossessivo si collocherebbe come un oggetto che aspetta di essere scelto.
Questa espressione non va intesa in modo moralistico o caricaturale. Non significa che l’ossessivo sia privo di soggettività o che desideri annullarsi. Significa piuttosto che, di fronte alla difficoltà di assumere il proprio desiderio, può cercare una soluzione difensiva: invece di dire “sono io che desidero”, si mette nella posizione di chi attende che il desiderio arrivi dall’altro. Se l’altro mi cerca, se l’altro mi chiede, se l’altro mi sceglie, allora forse posso permettermi di desiderare senza sentirmene interamente responsabile.
La questione è decisiva, perché desiderare significa sempre esporsi. Chi desidera qualcosa deve accettare che quel qualcosa possa non arrivare, possa non essere ricambiato, possa deludere o possa obbligare a una trasformazione. Il desiderio apre una relazione con l’incertezza e non è mai completamente controllabile.
Questo vale soprattutto nel campo affettivo, dove desiderare qualcuno significa accettare che l’altro resti un’alterità: non pienamente prevedibile, non pienamente rassicurante e non pienamente governabile. Per chi ha un funzionamento ossessivo, questa apertura può risultare intollerabile. Meglio allora contenere il desiderio, rinviarlo, sospenderlo, oppure trasformarlo in attesa di essere finalmente oggetto del desiderio altrui.
In questo senso, la procrastinazione non è soltanto un difetto organizzativo o una cattiva gestione del tempo. Può diventare una vera strategia psichica. Rimandare significa, infatti, non dover ancora decidere e non dover ancora desiderare apertamente. Così facendo, non si rischia di esporsi al pericolo di scoprire che il proprio desiderio può fallire, essere respinto o entrare in conflitto con ciò che si sente di dover essere.
La stessa cosa vale per il dubbio. Spesso immaginiamo il dubbio ossessivo come la causa del blocco: la persona non agisce perché è piena di dubbi. Ma, da un altro punto di vista, il dubbio è anche ciò che protegge dall’azione. Finché dubito, posso restare sospeso; finché attendo e analizzo tutte le possibilità, posso evitare di sceglierne una. Nel rimanere sospeso nell’attesa della certezza assoluta, ci si sottrae alla responsabilità di un desiderio necessariamente imperfetto. Il dubbio diventa così un modo per non arrivare mai al punto in cui occorre dire: “Questo lo voglio io”.
C’è poi un’altra dimensione, ancora più sottile. Il desiderio dell’ossessivo può essere vissuto come illecito, colpevole o pericoloso perché entra in conflitto con una forma di autorità. Può trattarsi di un’autorità esterna: una figura genitoriale, un partner, un contesto morale, religioso, familiare o sociale. Ma può trattarsi anche di un’autorità interiorizzata, una voce interna che giudica, proibisce, svaluta o punisce.
In questi casi il soggetto non si sente libero di desiderare, perché il desiderio appare immediatamente sottoposto a giudizio. Non è solo “cosa voglio?”, ma “ho il diritto di volerlo? Posso permettermelo? Chi mi autorizza?”.
Quando l’autorizzazione interna manca, può allora essere cercata fuori. Come dicevamo, l’ossessivo attende che qualcuno riconosca il suo desiderio come legittimo. È come se dicesse: “Se non posso autorizzarmi da solo a desiderare, allora avrò bisogno che sia l’altro ad autorizzarmi”.
Questo passaggio è clinicamente molto importante, perché permette di distinguere tale posizione da una più genericamente narcisistica. Non siamo semplicemente di fronte a qualcuno che cerca lodi, ammirazione o conferme per alimentare una grandiosità personale. Siamo piuttosto davanti a una persona che fatica a sentire di avere valore in quanto soggetto desiderante, e che finisce per sentirsi viva, legittima o importante solo quando viene riconosciuta dall’esterno.
Il punto non è dunque: “Valgo perché sono superiore e gli altri devono riconoscerlo”. Il punto è più fragile e più doloroso: “Valgo se qualcuno mi cerca. Valgo se qualcuno mi vede. Valgo se qualcuno mi desidera”. In questa posizione, il riconoscimento dell’altro non è un semplice godimento narcisistico, ma diventa quasi una condizione di esistenza. Senza la domanda dell’altro, il soggetto rischia di sentirsi sospeso, non autorizzato e non legittimato a vivere.
Questa dinamica può manifestarsi in molti ambiti. In amore, può prendere la forma di chi attende indefinitamente che sia l’altro a esporsi, a dichiararsi, a scegliere e a dare un segnale inequivocabile. Nel lavoro, può apparire in persone competenti che non si propongono mai davvero, ma restano in attesa che qualcuno riconosca spontaneamente il loro valore. Nella vita creativa, può presentarsi come il bisogno di una conferma esterna prima di iniziare: un maestro, un’istituzione, un pubblico, un’autorità che dica “puoi farlo”. Anche in terapia può emergere come richiesta implicita rivolta al terapeuta: dimmi tu – terapeuta – cosa voglio, dimmi tu chi sono, dimmi tu in quale direzione devo andare.
Naturalmente, ogni essere umano ha bisogno di riconoscimento. Nessuno desidera nel vuoto. Il nostro desiderio nasce sempre anche dentro una relazione con gli altri, con le loro attese, con il loro sguardo, con la loro presenza. La particolarità del funzionamento ossessivo non sta quindi solo nel bisogno di essere riconosciuti, ma nel fatto che tale riconoscimento può diventare la condizione preliminare per potersi concedere di desiderare. Il soggetto non desidera e poi incontra l’altro; attende l’altro per poter desiderare.
Qui si comprende perché l’ossessivo possa apparire, a volte, estremamente disponibile. Può offrire tempo, attenzione, competenze e presenza. Può sembrare generoso, affidabile e perfino oblativo. Ma questa disponibilità può contenere un’ambivalenza profonda.
Da un lato c’è effettivamente il desiderio di esserci per l’altro; dall’altro, però, esserci per l’altro può diventare un modo per evitare di chiedersi dove si vuole andare in prima persona. L’offerta di sé può nascondere una domanda silenziosa: “Verrò scelto? Mi verrà finalmente dato un posto?”.
Il rischio è che la vita assuma la forma dell’attesa, nella quale si aspetta di essere amati prima di amare, scelti prima di scegliere, autorizzati prima di agire o riconosciuti prima di esistere. L’ossessivo può così trovarsi in una posizione paradossale: pronto a tutto, ma fermo; pieno di pensieri, ma povero di atti; capace di immaginare infinite possibilità, ma incapace di concretizzarne una. Non perché manchi il desiderio, ma perché il desiderio viene continuamente neutralizzato, rinviato e reso impossibile.
Il lavoro terapeutico, allora, non consiste semplicemente nell’aiutare la persona a “decidere di più” o a “pensare di meno”. Queste indicazioni rischiano di restare superficiali se non si comprende la funzione profonda del pensiero ossessivo. Il punto non è solo ridurre la ruminazione, ma interrogare ciò da cui la ruminazione protegge.
Da quale desiderio ci si sta difendendo? Quale scelta diventerebbe possibile se non fosse necessario ottenere prima un’autorizzazione? Quale rischio si aprirebbe nel dire: “Questo lo voglio io”?
Naturalmente, assumere il proprio desiderio non significa agire impulsivamente o ignorare il legame con gli altri. Si tratta piuttosto di conquistare una posizione matura nella quale il soggetto possa riconoscere che desiderare comporta sempre una quota di esposizione, di incertezza e di perdita possibile.
Forse è proprio qui che la lettura lacaniana dell’ossessivo mostra la sua forza. Ci permette di vedere che il problema non riducibile soltanto all’ansia, al controllo o al dubbio paralizzante. La questione essenziale è il rapporto con il desiderio. L’ossessivo soffre perché il desiderio lo attira e insieme lo minaccia, perché vorrebbe essere scelto senza doversi esporre o perché vorrebbe essere autorizzato dall’altro a vivere ciò che da solo non riesce a concedersi.
In questo senso, la domanda clinica più importante non è semplicemente: “Perché non riesci a decidere?”. È piuttosto: “Che cosa accadrebbe se tu smettessi di aspettare di essere scelto e iniziassi a riconoscere ciò che desideri?”.
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