Mondo che brucia
Dal Paradiso Terrestre della Divina Commedia ai conflitti del presente: la visione apocalittica di Dante come rivelazione del male nella storia e denuncia dei poteri che corrompono il mondo.

Dal Paradiso Terrestre della Divina Commedia ai conflitti del presente: la visione apocalittica di Dante come rivelazione del male nella storia e denuncia dei poteri che corrompono il mondo.

Nel nostro linguaggio comune la parola “apocalisse” viene associata a qualcosa di disastroso, catastrofico. Apocalisse per noi significa “fine del mondo”. E in questi tempi incerti, affacciati a conflitti e a personalità che sempre più minacciano e compromettono la nostra pace, il nostro equilibrio, il timore di vivere tempi “apocalittici” si fa sempre più concreto. Sempre più vivido.
La parola, lo sappiamo, deriva dall’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse di Giovanni, libro caratterizzato da fortissime visioni, presenze mostruose e perturbanti, con chiaro riferimento al Giudizio Universale. Ma apocalittico è un genere ben preciso che pervade la tradizione giudaico-cristiana. Anche Dante ha la “sua” apocalisse.
E curiosamente vive un’esperienza apocalittica proprio nel Paradiso Terrestre, dove tutto ha avuto origine. In qualche modo Dante sente il bisogno di far coincidere l’alfa e l’omega della storia dell’umanità. Il Paradiso Terrestre è sì il luogo della felicità perduta, a causa della trasgressione di Adamo e Eva, ma è anche il giardino narrato nel primo libro della Bibbia, Genesi. Ecco quindi che inizio e fine trovano un senso. Un compimento.
Ritornare all’Eden, riconquistare una situazione di felicità primigenia non può prescindere dalla storia, e la storia è anche una storia di mostri. È un attimo quindi che un’esperienza da sogno precipiti nella dimensione del trauma e dell’incubo. I canti del Paradiso Terrestre sono i canti che vanno dal canto XXVIII al canto XXXIII del Purgatorio, una macrosequenza così complessa e articolata da essere una vera commedia nella Commedia.
Qui avviene di tutto, tra cui il ritorno di Beatrice e la sparizione inattesa di Virgilio. Chi legge viene messo a dura prova, perché quello che viene raccontato sfugge ad ogni disegno e ad ogni logica. La materia si fa allucinata e allucinogena. Tutto quello che a noi appare scivola nell’area dell’enigma (anche se spesso la dantistica sembra cercare più soluzioni di tipo enigmistico).
Dante vede una fantasmagorica quanto inquietante processione: candelabri, vecchi, ninfe, un carro trainato da un grifone. E questo è solo il primo round.
Dopo un intenso intermezzo caratterizzato dall’arrivo di Beatrice, vediamo nel XXXII un’aquila che lacera l’albero e colpisce il carro. Poi giunge una volpe che si avventa a sua volta contro il carro, ma che viene messa in fuga da Beatrice. Poi di nuovo l’aquila scende dal cielo. La terra si apre, esce un drago e con una complicata metamorfosi che vede coinvolto il carro e le penne dell’aquila si genera un mostro a sette teste. Sul mostruoso carro appare una puttana, discinta, al fianco di un gigante, i quali si scambiano baci lascivi. Dal momento che la meretrice guarda il poeta, il gigante la flagella da capo ai piedi, per poi irato sciogliere dall’albero il carro e rifugiarsi con la meretrice dentro la selva antica.
Il secolare commento, minuziosamente, ha attribuito a ogni singolo elemento di questa parade selvaggia e psichedelica il proprio riferimento. Ma appunto, quello che a me interessa ora restituire a voi non è tanto cosa possano significare il carro, le ninfe o il dragone etc…; quanto piuttosto ricordare che il volto del Sacro si manifesta anche attraverso immagini terribili, forti, mostruose. E in tutto questo c’è una dimensione politica. C’è un grido che non deve essere soffocato.
Beatrice è molto chiara in tal senso. Si rivolge a Dante: guarda e prendi nota di tutto quello che vedi.
Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive
Questa denuncia serve proprio a favore dell’umanità che «mal vive».
Stiamo solo all’ultima parte della visione, agli ultimi due personaggi, la puttana e il gigante: la critica è unanime nel vedere una feroce condanna verso Filippo il Bello e la Chiesa corrotta e pervertita dal Dio denaro. Ma chiaramente, per noi, personaggi come appunto il re di Francia o Bonifacio VIII sono nomi innocui, che non dicono nulla, magari da incasellare in un po’ di nozionismo o erudizione.
Lo avevo scritto in un precedente articolo, Bonifacio VIII oggi sarebbe l’equivalente di Donald Trump, ovvero dell’uomo più potente sulla faccia della Terra. A noi interessa poco forse anche capire cosa rappresentino la puttana e il gigante ai tempi di Dante, interessa capire chi siano oggi il novello Golia e la meretrice babilonese, ovvero quali siano le forse sovrumane/disumane, efferate, senza misura, che minacciano il nostro Eden, il nostro giardino.
I due mostri, nella visione dantesca, si baciano di baci lascivi, concupiscenti, a indicare come il potere dei pre-potenti sia un potere promiscuo, contaminato, osceno (osceno nell’ostentare). Non a caso la «bestia sanza pace», la brama di potere, è una bestia che «s’ammoglia», giace in amplessi, si mescola con altri, come una sorta di virus mutaforma.
Un critico ha definito la scena tra il gigante e la puttana come una sorta di “messa nera”. Dante è lì, impotente, costretto a vedere un’azione immonda. E così oggi siamo noi.
Apocalisse non vuol dire fine del mondo, apocalisse vuol dire “svelamento”. Aprire gli occhi. Avere una nuova consapevolezza spirituale, energetica, critico-politica. Dante apre gli occhi sul male del mondo e della storia e noi con lui. Anche oggi il gigante e la puttana sono qui, vivi, prosperi, focosi più che mai. E ostentano i loro baci contro la vita, contro l’umanità, contro la pace e contro la giustizia.
Dove ci sono quei baci non può esserci pace. I giochi di potere sono mercimonio, amore prostituito. Dante assiste protetto dentro un cerchio di nove donne (Beatrice, Matelda – la ministra del Paradiso Terrestre -, le sette ninfe). Quasi a dire che solo stando al centro di ciò che è bene (e il bene è rappresentato qui dal Femminile Sacro), tenendo la barra dritta verso un amore orientato alla vita, vita intera, nuova, purificata, possiamo prima denunciare e poi contrastare questo male.
Nel canto I dell’Inferno veniva nominato il veltro, una sorta di giustiziere messianico, pronto a ricacciare la bestia. In questi canti verrà nominato un ancora più misterioso «cinquecento diece e cinque» farà giustizia dei due. La critica si è scatenata – come potete immaginare -, cosa potrebbe significare questo numero, questo «messo di Dio»?
Ripeto, a me non importa sciogliere qui le sciarade, a me importa capire cosa Dante dice a noi oggi. E forse proprio nella Commedia, forse in un «poema sacro», in un’opera che sì guarda sempre alle stelle, ma che vuole costruire qui e ora il nostro giardino, il nostro paradiso politico, c’è la soluzione. Nel mantenerci vigili, attivi, capaci di discernere, capaci di riconoscere il mostruoso che è attorno a noi e a prenderne le distanze.
La puttana e il gigante sono qui, oggi, e non hanno pudore o vergogna a mostrare la loro forza, perché noi siamo infinitamente piccoli. Ma lo scrive Dante stesso nell’Epistola VII, «Orsù dunque, rompi gli indugi (…) prendi fiducia in te stesso (…) e abbatti questo Golia con la fionda della tua sapienza e con la pietra delle tue forze».
In un tempo in cui chi ci dovrebbe guidare, chi dovrebbe garantire la nostra felicità, ci porta verso gli abissi, è necessario che ritornino parole capaci di denunciare le mostruosità per quello che sono. Solo così come «cittadini che vivono nella pace ricorderemo nel gaudio le miserie della confusione».
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