Il contatore scorre. Segna 800, anzi, già 801. Numeri pieni, rotondi, che nel mondo dello sport possono diventare celebrazione. Per Mario Poli, invece, restano quasi in secondo piano, come una mera statistica annotata a margine di un referto. Il centro della scena è altrove: nel gioco, nelle partite che cambiano direzione all’improvviso, nei momenti in cui la voce deve stare al passo con ciò che accade.

Poli il 22 febbraio scorso, nel match vinto in casa dalla Tezenis su Scafati, ha raggiunto le 800 telecronache in carriera, un traguardo che in realtà non ha avuto per lui quel sapore solenne che ci si potrebbe aspettare. «Quel giorno non ero particolarmente emozionato», racconta. «Devo sempre restare concentrato su quello che devo dire. Quando lo speaker del palazzetto ha fatto l’annuncio, neanche me ne sono accorto: avevo le cuffie, stavo parlando al microfono e non sentivo nulla di ciò che mi accadeva intorno. Poi ho visto le persone intorno a me farmi dei segnali, salutarmi, ed è lì che ho capito. Però, devo essere sincero, mi emozionano di più altre cose: le vittorie, le promozioni…». Una frase che racconta molto del suo modo di vivere il mestiere: il racconto non come autorappresentazione, ma come un servizio a ciò che accade in campo. Per Poli, il telecronista è una presenza necessaria ma discreta, un filo che unisce le immagini senza mai diventare il vero protagonista. Il protagonista, per lui, resta la palla a spicchi e chi la fa girare sul parquet.

Del resto, tutto ha inizio così: con un sogno che prende forma sui campetti e nelle imitazioni. «Mi considero un privilegiato», confessa. «Era ciò che desideravo fare. Da bambino facevo le telecronache imitando Aldo Giordani». Un gioco che, piano piano, diventa opportunità, poi abitudine, infine professione. La prima telecronaca avviene in un contesto quasi sperimentale, per una televisione ormai scomparsa, durante una finale destinata a segnare una promozione storica. Poli entra in scena come “spalla”, ma soprattutto come riconosciuto esperto conoscitore di pallacanestro. Da quel momento, il suo percorso si intreccia indissolubilmente con quello della Scaligera Basket, seguendone le vicende con una continuità rara. Cambiano categorie, proprietà, palazzetti, ma la sua voce resta un punto di riferimento per tutti i tifosi, capace di adattarsi ai tempi senza perdere la propria identità. Dallo speakeraggio alle telecronache, dalle dirette alle differite, fino alle nuove piattaforme: un lungo percorso di oltre quarant’anni raccontato dall’interno, senza mai cedere alla nostalgia, ma sempre con lo sguardo rivolto alla prossima partita, alla prossima sfida.

I ricordi, certo, riaffiorano con precisione cristallina, soprattutto quando si legano a momenti condivisi. «La prima grande emozione è stata a Pescara, gara due dei playoff. La seconda promozione in A2», racconta. Nella mente torna anche l’immagine di sé con il microfono in mano, sceso sul parquet per vivere da vicino quell’istante unico. E poi ci sono le notti europee, cariche di tensione e significati che andavano oltre il campo: «La Coppa Korac di Belgrado nel ’98 (di cui proprio oggi, 1° aprile ricorre il 28º anniversario, ndr) è stata straordinaria. Avevamo perso l’andata in casa e la Stella Rossa, sul proprio campo, era imbattuta da tempo immemorabile. La partita fu persino interrotta per un’invasione di campo… c’era un clima caldissimo e fu una vera battaglia, in tutti i sensi. Qualcuno dall’Italia mi telefonò (c’erano già i primi cellulari) per chiedere se eravamo ancora vivi. Fu un’impresa magnifica, ma era anche un’altra epoca».

Tra tutte, una scena rimane impressa come un fermo immagine: «Forse l’emozione più intensa fu la vittoria della Coppa Italia del 1991, conquistata addirittura come squadra di A2 (al tempo le due categorie si sfidavano nella stessa competizione, ndr). Ricordo che il secondo tempo durò, fra un’interruzione e l’altra, più di cinquanta minuti. Un’eternità».

Il racconto si interrompe, esce dai confini della telecronaca per diventare esperienza vissuta, quasi tangibile. Il microfono, in fondo, è anche uno strumento di accesso: consente di avvicinare i protagonisti, di costruire legami che resistono al passare degli anni.

Poli lo ammette senza riserve parlando dei giocatori: «Sono rimasto molto legato a Dražen Dalipagić. Aveva un carattere burbero, ma con me si era aperto. Aveva capito che amavo il basket europeo. Sono stato a casa sua, ci sentivamo ancora dopo». Poi ci sono gli altri, incontrati lungo il cammino: Henry Williams, Mike Iuzzolino, «una persona che ha lasciato un segno anche dal punto di vista umano». E tra gli italiani, un nome che ritorna con affetto: «Pippo Ricci. È stato qui poco, in un’annata difficile, ma mi ha lasciato un ricordo prezioso».

Non si tratta solo di aspetti tecnici. È un intreccio di personalità, legami e momenti condivisi che vanno oltre il campo. Lo stesso vale per gli allenatori, spesso figure che portano con sé storie che superano lo sport. Dado Lombardi, per esempio, emerge come un personaggio a tutto tondo: «Istrionico, carismatico. Ti regalava sempre un soprannome. Però ci vedeva un po’ come degli incompetenti, noi di Verona. Anche Alberto Bucci ci considerava un po’ dei “grezzoni”, usando le sue parole, rispetto ad altre realtà». Un’etichetta che col tempo diventa quasi un gioco interno, una storia nella storia. E poi il rapporto con Franco Marcelletti, un altro dei grandi allenatori di Verona che ha lasciato un marchio indelebile nel suo passaggio in riva all’Adige, e Alessandro Ramagli, altro livornese (come Lombardi) che, con il suo record di panchine, ha segnato letteralmente l’ultimo decennio della Scaligera: «Ramagli è una persona estremamente onesta, che con modi garbati riesce sempre a dire le cose come stanno, per rispetto di se stesso, dei giocatori, dei tifosi. Una dote rara, che gli riconosco e che apprezzo molto».

Il racconto di Poli, però, non si limita al passato glorioso degli anni Novanta, ma si apre a una riflessione più ampia sul presente del basket e dello sport a Verona. Il punto di svolta è evidente: «Dopo il fallimento nel 2002 con la gestione Fiorillo, è stato Giuseppe Vicenzi a rilanciare tutto con la SanZeno Basket. Senza persone come lui è difficile progredire». Il tema, sempre attuale, è quello della sostenibilità: società basate su un unico finanziatore, equilibri fragili e dipendenze inevitabili. «Se hai uno sponsor solo e decide di fermarsi, resti scoperto. Sarebbe meglio avere tanti piccoli contributi», spiega. Un modello più diffuso, più resiliente, ma anche più difficile da costruire. E qui il discorso si allarga, toccando il tessuto economico della città: «Verona è una realtà ricca, ma non è mai stato facile convincere le aziende a investire nello sport». Realtà come il calcio o il rugby ne sanno tristemente qualcosa. «Se oggi il basket resiste è grazie alla famiglia Pedrollo» racconta Mario Poli. «Conosco Gianluigi da 40 anni ormai, perché è stato presidente della Pallacanestro San Bonifacio, poi della Sambonifacese che con lui ha sfiorato la C1, vincendo anche un derby di Coppa Italia. Lui è uno che fa i fatti e soprattutto rispetta gli impegni presi».

In questo contesto, il ruolo del giornalista si trasforma profondamente. «Un tempo si entrava negli spogliatoi e si parlava direttamente con tutti. Ora invece tutto è filtrato e organizzato. Si sentono sempre le stesse cose». Il contatto diretto con i protagonisti del basket, e dello sport in generale, si è evoluto in una comunicazione mediata, più controllata ma anche più omologata e prevedibile. Nel frattempo, cresce il peso dei social media, che Poli osserva con una certa dose di scetticismo: «Sono strumenti utili, ma vanno interpretati per ciò che realmente sono. Il problema nasce quando diventano la principale fonte di informazione». Il rischio, avverte, è quello di un racconto che insegue i numeri, il “like” facile o le visualizzazioni anziché costruire significato. Un cambiamento di prospettiva che finisce per appiattire tutto, dallo sport alla cronaca quotidiana.

Eppure, nonostante tutto, la voce resta. Continua a scorrere insieme al gioco, a cercare il ritmo giusto tra un’azione e l’altra. Ottocento volte, e oltre. Non per celebrare un traguardo, ma per restare dentro una storia che non ha mai smesso di emozionare.

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