Come facciamo a capire gli altri: la Teoria della Mente
Si tratta della capacità di attribuire stati mentali a sé stessi e agli altri, riconoscendo che possono differire sia dalla realtà sia dal nostro punto di vista.

Si tratta della capacità di attribuire stati mentali a sé stessi e agli altri, riconoscendo che possono differire sia dalla realtà sia dal nostro punto di vista.

Sarà capitato a tutti. Scriviamo a un’amica o un amico (o partner) per chiedere come stanno e ci arriva un messaggio di risposta eloquente nella sua laconicità: “va tutto bene.” (soprattutto con tanto di punto conclusivo della frase!). Sapete già, nonostante il contenuto scritto, che c’è decisamente qualcosa che non va. Per avere questa intuizione stiamo usando – senza saperlo – la Teoria della Mente: una delle facoltà più straordinarie e complesse che la psicologia abbia mai studiato.
La Teoria della Mente (Theory of Mind, o ToM) è la capacità di attribuire stati mentali — pensieri, credenze, desideri, intenzioni ed emozioni — a sé stessi e agli altri, riconoscendo che possono differire sia dalla realtà sia dal nostro punto di vista.
Proprio grazie a questa capacità possiamo intuire che il messaggio di cui sopra non rispecchia davvero lo stato emotivo di chi lo ha scritto. Ma la usiamo continuamente anche in altre situazioni quotidiane: quando capiamo che qualcuno sta facendo dell’ironia, quando prevediamo che una persona si arrabbierà se diciamo qualcosa, quando intuiamo che qualcuno sta mentendo oppure quando cerchiamo di spiegare il comportamento di un collega immaginando cosa possa aver pensato o provato.
Il termine fu coniato nel 1978 dai ricercatori David Premack e Guy Woodruff, ma negli ultimi decenni la ricerca ha chiarito qualcosa di fondamentale: non si tratta di un’unica abilità, bensì di un insieme articolato di competenze, che si sviluppano progressivamente nel corso dello sviluppo e coinvolgono processi cognitivi diversi.
La teoria della mente non è presente fin dalla nascita. È una capacità che si costruisce gradualmente con la crescita.
Nei primi mesi di vita i neonati mostrano già un interesse particolare per i volti e per lo sguardo delle altre persone. Seguono con gli occhi ciò che gli adulti stanno guardando e, intorno ai 9–12 mesi, iniziano a comprendere che lo sguardo di qualcuno indica un oggetto o un evento interessante. Questo fenomeno, chiamato attenzione condivisa, rappresenta una delle prime basi dello sviluppo della teoria della mente.
Con il tempo il bambino passa dal semplice seguire lo sguardo degli altri a qualcosa di molto più complesso: attribuire intenzioni e pensieri alle persone. Inizia cioè a capire che gli altri agiscono perché vogliono qualcosa, pensano qualcosa o credono qualcosa. Comprendere queste differenze evolutive aiuta adulti, genitori e insegnanti a calibrare meglio le aspettative comunicative nei confronti dei bambini.
Inoltre, la ricerca ha mostrato che in alcune condizioni del neurosviluppo, come il disturbo dello spettro autistico, alcuni compiti che richiedono l’attribuzione di stati mentali risultano particolarmente difficili. Per comprendere meglio questo aspetto, gli psicologi hanno sviluppato diversi esperimenti.
Il test più famoso è quello elaborato da Baron-Cohen, Leslie e Frith nel 1985.
Al bambino viene raccontata una storia con due bambole: Sally mette una biglia nel suo cestino e poi esce dalla stanza. Anne, nel frattempo, prende la biglia e la sposta nella sua scatola. Sally torna. A questo punto si chiede al bambino: “Dove andrà a cercare la biglia Sally?”

La risposta corretta è: nel cestino, perché Sally non sa che Anne ha spostato la biglia. Dal punto di vista di Sally, la biglia è ancora dove l’aveva lasciata. Tuttavia, la maggior parte dei bambini sotto i 4 anni indica la scatola nella quale Anne ha spostato la biglia. In altre parole, proiettano sulla mente di Sally ciò che sanno loro, senza riuscire ancora a separare la propria conoscenza da quella dell’altra persona.
Verso i 4-5 anni, invece, questa capacità emerge e il test viene generalmente superato. Questo tipo di compito viene chiamato test di falsa credenza, perché richiede di comprendere che qualcuno può avere una credenza errata sulla realtà.
Meno noto, ma altrettanto interessante, è il test della falsa fotografia, ideato da Zaitchik nel 1990. In questo caso al bambino viene mostrata una scena molto semplice: per esempio un gatto seduto su un tappeto. A quel punto viene scattata una fotografia. Successivamente il gatto viene spostato — ad esempio sul divano.
La domanda è: “Nella fotografia dove si trova il gatto?” Molti bambini piccoli rispondono indicando il luogo dove vedono il gatto in quel momento, cioè sul divano, confondendo la situazione attuale con ciò che la fotografia ha registrato.
In questo compito, però, non è in gioco la mente di nessuno. Una fotografia non possiede credenze né intenzioni: si limita a registrare la realtà in un determinato momento.
Il test mostra quindi che anche ragionare su una rappresentazione del passato — non solo sui pensieri delle persone — può essere cognitivamente impegnativo per i bambini più piccoli.
Abbiamo visto che il test della falsa fotografia riguarda principalmente la comprensione di uno stato delle cose (come funziona una rappresentazione della realtà), mentre il test di Sally-Anne richiede qualcosa di diverso: attribuire pensieri e credenze a un’altra persona.
Entrambe queste abilità sono importanti per costruire una comprensione corretta del mondo. Tuttavia, confrontando i risultati ottenuti in questi compiti da bambini con sviluppo tipico e da bambini con disturbo dello spettro autistico, emerge una differenza molto importante.

Molti bambini nello spettro autistico riescono a superare il compito della falsa fotografia, ma continuano a incontrare difficoltà nei test di falsa credenza come quello di Sally-Anne.
Questa distinzione è fondamentale per chi vive o lavora con questi bambini: genitori, insegnanti, educatori e terapeuti. Spesso, infatti, alcune difficoltà relazionali possono essere interpretate come disinteresse, opposizione o mancanza di empatia. In realtà, in molti casi, ciò che accade è che il bambino fatica a inferire spontaneamente cosa l’altra persona sappia, pensi o si aspetti.
Per questo motivo, nella pratica educativa e clinica può essere utile rendere più espliciti alcuni passaggi che nello scambio sociale quotidiano restano impliciti. Spiegare verbalmente le intenzioni, descrivere cosa una persona potrebbe pensare o provare in una certa situazione, oppure utilizzare storie, giochi di ruolo e narrazioni può aiutare il bambino a costruire gradualmente queste competenze.
La ricerca sulla teoria della mente non serve quindi soltanto a comprendere come si sviluppa la mente umana, ma offre anche indicazioni preziose per sostenere lo sviluppo sociale e comunicativo dei bambini che incontrano maggiori difficoltà in questo ambito. In questo senso, conoscere questi meccanismi può aiutare gli adulti di riferimento a creare contesti relazionali più comprensibili, prevedibili e inclusivi.
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