La perdita di un genitore in seguito a una incarcerazione è un tipo di lutto molto specifico e profondamente diverso da quello che possiamo osservare in altre situazioni quali un decesso, una separazione o un ricovero prolungato. Diversi studi hanno infatti evidenziato che l’assenza dovuta a incarcerazione comporta, in media, conseguenze psicologiche e sociali più intense rispetto ad altre forme di separazione. Apparentemente, non è “solo” l’assenza in sé a fare la differenza, ma è l’insieme di significati, stigma, incertezza e discontinuità che il carcere porta con sé, a comportare effetti, anche duraturi, sulla famiglia.

Acting out e acting in: due modalità di espressione del disagio

Ulteriormente, svariati studi mostrano alcune differenze tra incarcerazione paterna e materna. Nei casi di padri detenuti si osserva con maggiore frequenza nei figli una tendenza all’acting out, cioè comportamenti esternalizzanti: aggressività, oppositività, condotte trasgressive.

Nei casi di madri detenute, invece, si rileva più spesso una prevalenza di acting in, ovvero modalità interiorizzanti: ritiro, tristezza, ansia, sintomi depressivi.

Si tratta, naturalmente, di tendenze statistiche e non di destini individuali. Tuttavia, questi dati suggeriscono che l’evento “incarcerazione” non agisce solo come un vuoto, ma come una frattura che si declina in modo diverso a seconda della configurazione familiare.

Una perdita particolare: la “perdita ambigua”

Per comprendere meglio ciò che accade, può essere utile il concetto di perdita ambigua (ambiguous loss), elaborato dalla psicologa Pauline Boss e applicato anche al tema dell’incarcerazione genitoriale dalla psicologa Joyce Arditti.

La perdita ambigua si caratterizza per uno stato di incertezza: la persona è viva o morta? È presente o assente? Tornerà? E se tornerà, sarà la stessa di prima?

Nel caso dell’incarcerazione, il genitore è assente fisicamente ma presente psicologicamente. Non è morto, non è scomparso. È vivo, ma altrove. Questa condizione crea una sospensione: non si può elaborare un lutto, ma non si può neppure vivere una presenza quotidiana.

Esiste poi un secondo scenario, meno intuitivo ma altrettanto delicato: quello del genitore che, dopo la scarcerazione, torna a casa. In questi casi può verificarsi la situazione opposta: presenza fisica ma assenza psicologica. Il genitore è lì, ma fatica a reintegrarsi, a sentirsi parte del sistema familiare, a riconoscere un mondo che nel frattempo è andato avanti senza di lui o deve fare i conti con vergogna e stigmatizzazione per il reato commesso.

La scarcerazione viene spesso pensata come un evento esclusivamente positivo. In realtà è un momento complesso. Non a caso, le statistiche mostrano che i suicidi in carcere si concentrano non solo all’inizio della detenzione — quando l’ingresso rappresenta uno shock traumatico — ma anche in prossimità della scarcerazione. Tornare fuori può significare perdere il contenimento rigido, le regole, la struttura che, per alcuni, avevano paradossalmente garantito una forma di stabilità. Il rientro non è sempre una liberazione lineare: può essere un secondo trauma.

Una perdita non riconosciuta

Un altro elemento centrale della perdita ambigua è il suo scarso riconoscimento sociale. Quando una famiglia perde un genitore per morte, la comunità si attiva: c’è un funerale, ci sono rituali, parole di conforto, un sostegno implicito. La perdita è visibile, legittimata, condivisa.

Nel caso dell’incarcerazione questo non accade. Non esiste una ritualità e non c’è un momento simbolico di congedo. Spesso, al contrario, c’è stigma e silenzio, e la famiglia può trovarsi isolata, priva di supporto, e talvolta costretta a nascondere la situazione.

Dire o non dire ai figli dell’incarcerazione?

Molte famiglie scelgono di non dire ai figli che il genitore è in carcere. Si parla di un viaggio di lavoro, di un impegno lontano, di una temporanea assenza. L’intento è protettivo: evitare al bambino il peso dello stigma o dell’“orrore” associato alla detenzione.

La ricerca mostra un quadro complesso. Alcuni studi indicano che i figli informati possono manifestare più comportamenti problematici rispetto a quelli a cui non viene detto nulla, ma fermarsi a questo dato sarebbe riduttivo.

Quando la verità emerge — e spesso emerge — il bambino può vivere un senso di tradimento, di insicurezza, di crollo della fiducia verso il genitore rimasto. Inoltre, dal punto di vista dello sviluppo, un bambino non interiorizza solo i comportamenti dei genitori: interiorizza il significato che attribuisce a ciò che accade.

Un genitore che “se ne va” senza spiegazioni non è semplicemente assente. Può diventare, nell’immaginario del bambino, la prova di non essere abbastanza importante, abbastanza amabile, abbastanza degno. L’assenza non spiegata può trasformarsi in una ferita dell’immagine di sé.

Non esiste quindi una risposta valida per tutti. Dire o non dire è una decisione che dovrebbe tenere conto dell’età del bambino, delle sue capacità di comprensione, della qualità dell’attaccamento precedente e della possibilità di offrire una narrazione veritiera ma adeguata al suo livello evolutivo.

Conclusione

Considerare l’incarcerazione di un genitore come una perdita ambigua significa riconoscerne la complessità. Non si tratta solo di un fatto giuridico. È un evento che attraversa l’identità, le relazioni, il senso di appartenenza.

Per i figli, è una sospensione. Per il partner, una frattura. Per il genitore detenuto, una distanza che può trasformarsi in estraneità.

Riconoscere questa complessità non significa negare le responsabilità penali, ma distinguere il piano della pena da quello delle conseguenze psicologiche sui legami. Una vera riabilitazione del reo deve poter vedere anche queste zone d’ombra. Perché ciò che non viene riconosciuto socialmente tende a diventare, silenziosamente, una ferita privata anche per chi – come i familiari di detenuti – possono essere colpiti dalle conseguenze del reato di qualcun altro.

Per approfondire

Chi desiderasse approfondire queste tematiche potrà farlo nel webinar dal titolo “Il legame oltre le sbarre: effetti psicologici della detenzione di madri e padri”, promosso da Marina De Rose e Anthea Group. L’incontro si terrà lunedì 23 febbraio 2026, dalle ore 21.00 alle 22.00, in diretta su Zoom e Facebook. Sarà inoltre possibile rivedere il webinar anche successivamente alla diretta sul sito di Anthea Group.

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