Mahatma, il totem rossonero, Kaiser Franz, l’immensità che diventa regola. La panacea di ogni male, la baia dove si placano le angosce dei tifosi del Milan, l’uomo che è caduto sulla terra, l’uomo che guarda il cielo dall’alto. Sono solo alcuni degli appellativi con cui Carlo Pellegatti ha raccontato Franco Baresi, scomparso oggi a 66 anni.

È singolare che così tante parole siano state spese per un uomo che, di per suo, ne ha sempre utilizzate pochissime. Interviste pacate, slanci neanche a pagarne, figuratevi polemiche. Parlava il campo. Baresi è stato questo. Schivo e quasi timido fuori dal rettangolo di gioco, baluardo umano ancor prima che tecnico con gli scarpini ai piedi. In tempi di governucci grami e di capitanuncoli da social, oggi celebriamo “Il Capitano”.

Franco Baresi a fine carriera

Due maglie, un solo numero e una fascia stretta al braccio. Rossonero e azzurro. La mistica della numero 6. Il braccio alzato a chiamare il fuorigioco. Immagini, gesti. Quanto basta per entrare nell’immaginario di almeno tre generazioni di sportivi.

Franco Baresi per i milanisti è la pietra su cui si è edificato il mito. Prima degli olandesi, prima del Cavaliere, degli Invincibili e delle notti europee. Prima di tutto questo c’è stato un ragazzo, rimasto senza genitori, adottato dalla famiglia rossonera, che non fugge di fronte a due retrocessioni. Indossa la fascia nel momento più buio. Fa il suo mestiere, difende. Affronta la tempesta e protegge la devozione dei tifosi.

Ci arrivi così a notti come quella del 19 aprile 1989. Una di quelle serate che cambiano la storia di un club e, forse, persino del gioco. A San Siro il Milan di Sacchi annichilisce il Real Madrid sotto cinque reti, in semifinale di Coppa dei Campioni. Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini sono una linea invalicabile. Guidati dal capitano, nella gara di andata al Bernabéu, mandano in fuorigioco 23 volte Sànchez e compagni. Difficile far comprendere, nel pallone iper tecnologico di oggi, cos’ha significato.

Abbiamo perso un battito del nostro cuore”. Lo saluta così il Milan. Saluta l’uomo che ha tracciato la via del Mito. Una scalata iniziata all’oratorio di Travagliato (BS) e arrivata fin sul tetto del mondo. E forse non è un caso che abbia scelto, per andarsene, lo stesso giorno in cui si conquistava, per la prima volta, la cima del K2.

C’è poi stato un Baresi di tutti gli italiani. Quello che per trasmettere il messaggio ha scelto il caldo torrido di Pasadena. Dall’altra parte del mondo. Me la sono riguardata tutta, la finale del ‘94, e mi sono commosso. Franco Baresi mi ha commosso.

All’epoca ero poco più di un bambinetto e la finale l’ho vista in giardino coi miei, su una piccola tv a cui dovevi regolare le antenne per prendere il segnale. Tutti assieme, poi mamma è entrata in casa per non guardare i rigori. Forse già sapeva.

A otto anni ci si stropiccia gli occhi solo per Baggio e Romario, forse un po’ Pagliuca se sei già appassionato del ruolo. Oggi, scollinati i 40, sono rimasto assolutamente ammutolito davanti a quella maglia azzurra col numero 6.

La storia di Baresi a USA ’94 più o meno la conosciamo tutti: fuori per un infortunio al ginocchio contro la Norvegia, operazione al menisco, recupero e rientro record proprio per la finale col Brasile, 24 giorni dopo. A 34 anni. Giusto in tempo per sfornare una grande prestazione.

Ecco, approfondiamola un attimo questa prestazione. Perché davanti a Franco c’è l’attaccante più pericoloso di quel Mondiale. Quello col numero 11, O’ Baixinho. Uno che in area è letale come Inzaghi, ma che nei piedi ha la tecnica di Suarez, tanto per non fare paragoni. E magari ogni tanto in zona capita pure Bebeto. Un altro scarso, insomma.

Nemmeno il tempo di rompere il fiato e il capitano azzurro anticipa in mezza scivolata. Testa il ginocchio, dimostra senza parlare. Ancora una volta. Potrei scomodare centinaia di aggettivi per descrivere la partita di Baresi, ma risulterebbe comunque qualcosa di posticcio. La telecronaca invece, quella sì rende perfettamente l’idea.

Baresi inseguito da Romario (fotogramma RAI)

Ascoltate la voce di Bruno Pizzul, i termini a volte un po’ arcaici, le pause date dall’assenza del commento tecnico e quel suo srotolarsi pacatamente friulano che calca sulle consonanti. Così lontano dalle grida sguaiate delle telecronache odierne.

Va dentro il pallone sul quale c’è il perfetto anticipo di Baresi”.

Jorginho dentro, sulla sua ala, per l’inserimento di Mazinho… chiude Baresi”.

Romario, attenzione Romario che sguscia via, lo aspetta Baresi, che ne ferma l’azione”.

Attenzione Romario, ma c’è Baresi… Bebeto, cerca di accelerare, ma Baresi è una roccia”.

Ancora Viola, la penetrazione di Viola, poi il tiro… ancora Baresi”.

Ed è così per tutti i 120 minuti. Come se il suo nome fosse il punto a cui ogni frase deve giocoforza arrivare, Baresi chiude ogni avanzata verdeoro. Una sentenza. A un certo punto, dopo un doppio salvataggio sugli attaccanti brasiliani, anche Pizzul sale di tono, si lascia andare come forse aveva fatto solo in quella serata dell’89: “Stupendamente chiuso da Baresi. Da applausi, nel vero senso della parola, la prestazione di Baresi”.

Certo, poi sono arrivati i crampi, il rigore sopra la traversa e le lacrime. Tante, copiose e sincere. Ma che importa. Ha ragione Buffa quando dice che “Baresi ha il cuore di Ettore”. Eroi sconfitti, ma comunque sempre condannati a provarci. Senza sottrarsi.

Ha ragione pure chi sostiene che certi momenti di sport assomigliano ad opere d’arte. È così. Come l’8 e 90 di Beamon a Città del Messico o la fuga solitaria di Bolt nei 200 metri a Berlino 2009. Quel 17 luglio Franco Baresi è stato tutto questo. E pazienza se non ha sollevato la coppa, o se non è mai arrivato il Pallone d’oro. Perché certe immagini è bello che restino così, anche se evocano ricordi tristi.

Campioni così, come Baggio un paio di rigori dopo di lui, forse li amiamo un po’ di più proprio per questo. Perché sono stati in grado anche di fallire. Li sentiamo più veri, più umani. E Franco Baresi è giusto ricordarlo così. Un uomo, al centro della difesa. Sempre.

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