Italvolley, il mondo ai tuoi piedi
Dopo la Nazionale femminile, venti giorni fa, è arrivato ieri anche il trionfo di quella maschile allenata da Fefé De Giorgi. Un dominio azzurro nel volley che ha radici profonde e destinate a durare.

Dopo la Nazionale femminile, venti giorni fa, è arrivato ieri anche il trionfo di quella maschile allenata da Fefé De Giorgi. Un dominio azzurro nel volley che ha radici profonde e destinate a durare.

La Nazionale italiana maschile di pallavolo si aggiudica la rassegna iridata per la quinta volta dopo aver superato per 3-1 in finale la Bulgaria. Il quinto titolo mondiale conquistato nelle Filippine conclude un’estate magnifica per la pallavolo azzurra che, ricordiamo, ha vinto anche il titolo mondiale femminile. Nonostante un inizio di torneo complicato, la squadra di “Fefè” De Giorgi si è compattata ed è riuscita a migliorare le proprie prestazioni gara dopo gara.
Fin dalla vigilia non sembrava essere l’anno giusto per la riconferma sul tetto del mondo. Prima la partecipazione alla VNL, conclusa al secondo posto, dopo essere stati surclassati da una Polonia che, in quel momento, sembrava inarrivabile. Poi, proprio alla vigilia della partenza, l’infortunio di Daniele Lavia, su cui si è discusso molto. Il giocatore di Trento ha subito un infortunio molto serio alla mano che lo terrà fuori per diversi mesi, danneggiando non solo l’atleta, ma anche il suo club di appartenenza, con annesse polemiche tra Fipav e sodalizio.
L’attaccante era considerato fondamentale nello scacchiere di De Giorgi, in quanto martello di tecnica sopraffina e collante nelle varie fasi di gioco. Il classico giocatore non facile da sostituire. Il fatto sfortunato sembrava poter essere il granello di sabbia che fa deragliare un sistema già messo a dura prova da aspettative alte, da avversari sempre più agguerriti e da una strisciante sensazione che questo gruppo non avesse più la stessa fame rispetto all’inizio del ciclo.
Come visto anche nella rassegna femminile, i gironi da quattro squadre ciascuno prevedevano già un percorso predefinito per chi avrebbe passato il turno. L’Italia era consapevole che avrebbe probabilmente incontrato la Polonia in semifinale, autentica favorita per la vittoria. Ciò che invece non era affatto chiaro e prevedibile era che avrebbe dovuto lottare fino all’ultimo per superare il turno e che, nel frattempo, altre favorite sarebbero state eliminate anzitempo, Francia e Brasile su tutte.
Dopo una prima vittoria di riscaldamento con l’Algeria (avversario migliore rispetto alle attese), contro il Belgio sono arrivate le prime grandi difficoltà, confermando le sensazioni pessimistiche della vigilia. Sotto 0-2, la nostra nazionale assisteva impotente allo strapotere dell’opposto belga Ferre Reggers, senza trovare alcuna soluzione tecnico-tattica. La squadra era sfilacciata, ben oltre le difficoltà di Matteo Bottolo nel sostituire Lavia nel sestetto di partenza, con volti sfiduciati e una regia di Simone Giannelli impacciata. De Giorgi, a quel punto, non ha potuto fare altro che provare Riccardo Sbertoli in regia, e la nazionale ha cambiato pelle portando la gara al tie-break. Il Belgio si è aggiudicato comunque il match, ma, a posteriori, possiamo dire che la reazione del gruppo e, in egual misura, la sconfitta in quella gara siano state il crocevia decisivo nella successiva conquista dell’iride.
La partita successiva, infatti, a causa della sconfitta contro il Belgio, era diventata un dentro o fuori contro un’Ucraina che già nella VNL ci aveva portato al tie-break. Dopo un primo set vinto combattendo, la gara non ha più avuto storia: l’Italia ha un’anima diversa rispetto alle incertezze di inizio Mondiale. Gioca con un altro spirito e, occorre dirlo, con un Giannelli ritrovato. Il turno è stato superato, soffrendo certo, ma facendo meglio di illustri squadre, incapaci di trovare soluzioni alle difficoltà di ricambio generazionale (Brasile) o in un anno sabbatico post-sbornie olimpiche (Francia).
Il cammino successivo è un inaspettato e clamoroso crescendo nel livello della pallavolo espressa dalla nostra nazionale. Giannelli, forse stimolato dall’inaspettata “pancata” contro il Belgio, trasforma il ruolo di palleggiatore in arte purissima, a un livello riservato a lui e a pochissimi altri nella storia. La prima conseguenza è quella di trascinare l’opposto Yuri Romanò, che comincia a macinare punti con un’efficienza mostruosa. Giovanni Maria Gargiulo, centrale esordiente a un mondiale, porta spensieratezza e faccia tosta, ma è inutile citare i singoli.
Dagli ottavi contro l’Argentina, superata 3-0, passando per la rivincita ai quarti contro il Belgio (altro 3-0), fino ad arrivare alla favorita Polonia (anche qui un sorprendente 3-0), è davvero un crescendo rossiniano per la Nazionale azzurra. Se al Mondiale 2022 i nostri avevano vinto in casa dei favoriti polacchi con freschezza, esuberanza e un pizzico di incoscienza, il cammino nel torneo iridato 2025 è un concentrato di qualità, maturità, autostima e ardore agonistico, gestito con magistrale lucidità da tutti i componenti del sestetto.

Se qualcuno volesse comprendere quale possa essere oggi un modello prestazionale nella pallavolo maschile di alto livello, non può fare a meno di riguardare la semifinale contro la Polonia. Non si può giocare a pallavolo meglio di così. Almeno non al momento.
Gli Azzurri hanno offerto una lezione su come praticare al meglio questo sport in tutti i fondamentali, con tutti gli interpreti, in tutte le fasi, sia di ricezione punto che di battuta punto. I nostri sono stati maestri nella gestione dei punteggi sfavorevoli (sempre in ogni set di semifinale), così come nei momenti di vantaggio sulla Polonia, il tutto accompagnato da un piano partita perfetto e aggiornato in tempo reale ogni volta che l’avversario proponeva uno spartito diverso. Giannelli? Debordante. Michieletto? Regale a tal punto che ormai la sua eccellenza sembra quasi abituale. Romanò? Migliorabile solo dal Romanò che vedremo in finale, ma con un coefficiente di difficoltà in più dato dal rango dell’avversario. Fabio Balaso? Di una continuità inattaccabile. I centrali? Magistrali nelle letture. E che dire di Luca Porro, faccia scanzonata come pochi, che entra per un Mattia Bottolo non del tutto impeccabile in attacco (ma che difese!) e tira tutto quello che può con una fiducia nei propri mezzi impensabile per un esordiente?
Citare in questo modo i singoli verrebbe da dire che è stata la classica gara perfetta in cui le individualità hanno surclassato quelle degli avversari, ma sarebbe un riassunto semplicistico e che non rende giusto merito alla Nazionale. Giocare meglio a pallavolo di così è impossibile proprio perché questa squadra ha dato dimostrazione lampante di cosa significhi essere tale su un campo da pallavolo. Meccanismi rodati? Certo. Fiducia reciproca? Di sicuro. Quel che però risalta di più è che questa squadra è stata l’essenza più pura della cooperazione, della capacità di un gruppo di risalire dal baratro, imparando dalla sconfitta e cementandosi attorno a un obiettivo, per il conseguimento del quale tutti hanno dovuto uscire dalla propria zona di comfort dando qualcosa in più. Il caso di capitan Giannelli è il più eclatante di tutti.
In finale l’Italia ha incontrato, come già accennato, la Bulgaria, vera outsider del Mondiale e guidata dai fratelli Nikolov. La squadra dell’Est Europa si era presentata nelle Filippine come la compagine più giovane, e di gran lunga la più giovane rispetto alle altre. Caratteristica questa che non le ha impedito di battere, nel suo cammino verso la finale, formazioni del calibro degli Stati Uniti.
La partita può essere riassunta in un 7 contro 2: da un lato alcune individualità straordinarie della Bulgaria, dall’altro il collettivo italiano con numerose individualità capaci di moltiplicare reciprocamente il loro impatto sul match. Poteva essere l’ennesimo 3-0 a favore degli azzurri, ma è stato un 3-1 in cui gran parte del merito va attribuito a Alexander Nikolov, lo schiacciatore tra i due fratelli, incapace di arrendersi per almeno tre set e del quale ricorderemo attacchi spettacolari su palla alta contro il muro a tre italiano. Celebrato degnamente Nikolov e, nonostante tutto il suo impegno, non poteva andare diversamente. Questa Italia è troppo forte, troppo bella, troppo efficiente e imbattibile, con un Romanò ingiocabile e colpevolmente privato del premio di MVP di questa edizione dei Mondiali (lo ha vinto Michieletto, poco male).
L’oro ci restituisce la percezione di aver assistito a una metamorfosi estremamente rara in uno sport in cui è abbastanza facile capire fin dall’inizio chi può giocarsela fino in fondo e chi no, e gli Azzurri, inizialmente, sembravano non farne parte. Il merito va distribuito equamente tra giocatori e staff, perché passare dai proclami di avvisaglie di fine ciclo a tornare a casa vincitori è tutta un’altra storia, con tutte le difficoltà del mondo.
Se una squadra è d’esempio per tutti, non si può non citare il suo condottiero Ferdinando De Giorgi, protagonista da giocatore (3 volte) e da allenatore (2 volte) in tutti i Mondiali vinti dall’Italia maschile. Se, poi, bisogna essere grati a Velasco per mille e mille ragioni, occorre riconoscere che “Fefè” stia dimostrando di non essere da meno. L’ex palleggiatore della Nazionale, ha forgiato questo gruppo accompagnando molti di questi ragazzi all’ingresso nella nazionale maggiore.
Lo ha fatto con stile, senza clamore, con un’ironia sottile, gestendo la difficoltà di essere arrivati in alto presto, prima del previsto, e osservando i propri giovani evolversi nel loro percorso di maturazione. De Giorgi, molto probabilmente, ha saputo cambiare registro in questi mesi, forse anche in questi giorni. Se prima era necessario infondere fiducia, rispettare le gerarchie e puntare con decisione sui giocatori di maggiore affidabilità, in questa lunga estate e soprattutto in questo torneo è stato necessario togliere dal piedistallo alcuni atleti (senza privarli della possibilità di riscattarsi) ed è stato anche necessario cambiare interpreti, per necessità o per diversa freschezza.
Il suo approccio è stato premiato. Se Velasco ha potuto, e dovuto, parlare di fortuna dopo il successo di qualche settimana fa con la nazionale femminile, qui di fortuna ce n’è stata davvero poca. L’Italia, a partire dalla terza partita, ha letteralmente dominato.
Storicamente, la pallavolo è sempre stata uno sport con un numero piuttosto limitato di scuole a livello mondiale. A tal punto che, all’inizio delle rassegne iridate nel passato, la maggior parte delle squadre in gara non poteva nutrire speranze di medaglia. Questo torneo ha invece dimostrato come il processo di globalizzazione della pallavolo sia in corso. La Repubblica Ceca, che sfiora il podio dopo 55 anni (allora ancora unita alla Slovacchia), rappresenta più un ritorno alle grandi tradizioni dell’est europeo, ma vedere Tunisia, Finlandia e Iran davanti a Brasile e Francia è un segno di forte discontinuità rispetto al passato.
Il livellamento non si manifesta verso il basso. Questo è vero forse solo agli occhi di chi ha l’abitudine di vedere il bicchiere mezzo vuoto o di rimpiangere i bei tempi andati. Le nuove scuole pallavolistiche, invece, sono riuscite a crescere e a proporre squadre competitive, magari ancora incomplete, ma con delle eccellenze (come il già citato Belgio) o con collettivi ben capaci di giocare con sistemi evoluti ed efficienti. Ogni girone ha saputo appassionare i tifosi con gare di alta qualità e risultati incerti fino all’ultimo. Insomma, è stato un grande mondiale, nonostante le 32 squadre (o grazie alle 32 squadre) e, aggiungiamo, con un dominio italiano del tutto imprevedibile.
L’ultimo pallone della finale è stato messo a terra da Simone Anzani. Ruolo difficile quello del centrale nella pallavolo maschile, sempre meno coinvolto in attacco, ma sempre più indispensabile per mettere a terra qualche muro punto nei momenti più critici. Per Anzani, gli ultimi anni sono stati ancora più difficili a causa di un problema al cuore che lo ha tenuto lontano dalla Nazionale e dall’agonismo per lunghi periodi e in diverse fasi. Partito in sordina all’inizio del mondiale, il suo contributo è stato decisivo nelle ultime due gare.
Arrivati all’ultimo punto del match finale, Giannelli deve aver ripercorso la storia sportiva del suo compagno e gli ha affidato l’attacco, scelta non banale visto quanto era staccato dalla rete. Come è andata a finire è superfluo dirlo e, in fondo, sarebbe andata bene anche se non fosse stato il punto decisivo. Quello che conta è stato il gesto di Giannelli, così come l’immediato ringraziamento di Anzani al proprio palleggiatore.
Appare stucchevole dividere il mondo sportivo in vincenti e perdenti. Questo gruppo, però, va sicuramente classificato tra i vincenti. Sono giovani, quasi tutti, e a Los Angeles saranno nel pieno della maturità agonistica molti dei giocatori chiave di questa nazionale. Il peso di questo oro olimpico che ancora non arriva è un fardello enorme che solo chi ha vissuto il mondo della pallavolo negli ultimi 40 anni può comprendere appieno quanto sia pesante. Eppure, in questo gruppo emergono caratteristiche che fanno pensare che tutto per loro sia possibile, che forse solo loro possono coltivare questo sogno olimpico senza farsi schiacciare dalle aspettative.
Sognare si può e si deve a questo punto, ben consapevoli che nella pallavolo maschile tra tre anni potrebbero esserci una decina di squadre pronte a contendersi una medaglia e che qualificarsi non sarà affatto facile.
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