“Es un partido de fùtbol, no busquemos otra cosa” (è una partita di calcio, non cerchiamo altro). Queste sono le parole spese da Lionel Scaloni, ct dell’Albiceleste, dopo la vittoria sulla Svizzera. Vittoria che ha garantito alla selección l’accesso alla semifinale dove sfiderà gli inglesi del kaiser Tuchel.

Parole spese nella sala stampa dell’Arrowhead Stadium, dunque in una delle innumerevoli stanze al chiuso, rigorosamente refrigerate da condizionamento polare, poste nei meandri del l’enorme impianto sportivo di Kansas City. Nel mentre, sugli spalti, circa sessanta mila argentini, paganti e al cospetto del sogno della “cuarta estrella”, intonavano “quien no salta es un inglés”. Qualcosa decisamente non quadra.

Gli anni ’80: Inghilterra contro Argentina

“Cuarta estrella” non è soltanto la pezza da cucire sulla camiseta. È anche il titolo del coro che sta accompagnando la selección in questa Coppa del Mondo, partita dopo partita. E il cui testo ha già lasciato il segno nelle polemiche extra-campo.

Si cita Diego, si cita Lionel (Messi), ma si citano soprattutto le Isole Malvinas. O Falkland. Già la scelta del nome pone un contrappeso sullo schieramento – seppur retorico – scelto.

La guerra – mai dichiarata – per l’arcipelago di 500 chilometri quadrati al largo dalla costa sud-orientale argentina scoppiò nell’aprile nel 1982 e fu brevissima ma sanguinosa. Al tempo, come oggi, il territorio era ufficialmente sotto il controllo inglese. E se gli argentini, da un lato, si mossero per primi spinti dallo spirito nazionalistico invocato dal generale Leopoldo Galtieri, Maragaret Thatcher si contrappose all’idea di concedere ad un sanguinoso dittatore la possibilità di conquistare territori extra-sovrani (almeno in quel preciso momento storico).

Sotto questo punto di vista, il secondo conflitto mondiale conclusosi nemmeno quarant’anni prima lasciava ancora i suoi strascichi. Così come il risentimento inglese verso la potenza globale che da sempre fino a quel momento aveva incarnato. La nazionalizzazione del Canale di Suez del 1957, con il conseguente ordine americano di abbandonare l’Egitto in favore di una convivenza pacifica, aveva infatti toccato nell’animo lo spirito inglese.

Per la prima volta nella storia, l’Inghilterra si vide obbligata ad obbedire ad ordini giunti da posizioni di rango più alte persino della Corona stessa. Impensabile fino a pochi decenni prima. Al netto di ciò, nel marzo del 1982, quando la Primo Ministro inglese giunse a conoscenza dell’occupazione argentina delle Malvinas da parte della Marina argentina guidata da Galtieri, si trovò nella posizione di dover intervenire ad ogni costo. Sia per una responsabilità storica sia per un rancore nazionale ancora ardente.

Le Falkland, infatti, erano sotto il controllo inglese dal 1833. E il 1983 avrebbe rappresentato un anniversario emotivamente rilevante per la storia coloniale dell’arcipelago, specie per chi quella terra se l’è vista sottrarre sotto gli occhi: il 150esimo anniversario.

“Ice cold bunch of land out there”

Una lembo di terra grande meno della Sicilia, geograficamente appartenente ai territori argentini, che però non è mai stato davvero di dominio dell’Argentina. Prima i Francesi, poi gli Spagnoli, poi gli inglesi, poi nuovamente gli Spagnoli, finalmente gli Argentini e infine nuovamente gli Inglesi.

Il risentimento nazionale argentino sulle Malvinas è – come spesso accade – più simbolico che strategico. I territori furono ufficialmente consegnati nelle loro mani dopo l’indipendenza dalla Spagna nel 1810, quando seppur non ancora solidamente, la confederazione argentina esercitava già una propria indipendenza dettata dalla separazione dal dominio iberico.

E le Malvinas, dopo anni di occupazione europea, erano finalmente entrate a far parte del mondo latino. Con la promessa, da parte dei britannici, di rifiutare qualunque insediamento su territorio sud-americano, così come sulle isole adiacenti alla costa. Promessa che ovviamente venne infranta nel 1833.

E se da un lato il conflitto del 1982 vide la Thatcher uscirne rafforzata e consolidata, la sconfitta del generale Galtieri portò con sé anche il declino della dittatura militare argentina.

Paradossalmente, la sontuosa sconfitta spazzò, con sé, tutto ciò che restava del sanguinoso regime. Tutto tranne che il risentimento verso quell’impercettibile arcipelago atlantico, che Ronald Reagan, al tempo presidente degli USA e principale mediatore del conflitto, in uno dei suoi telegrammi definì Ice cold bunch of land out there”: “quel mucchio di terra ghiacciata li giù”.

Una manifestazione a Buenos Aires nel 2012: sul cartello, oltre al dito medio, c’è scritto: “Torneremo” (AP Photo/Natacha Pisarenko)

La mano de D10s

Non è casualità che solamente quattro anni dopo la fine del conflitto, Diego Armando Maradona guidò l’Argentina alla vittoria del Mondiale in Messico. Lo fece battendo nei quarti di finale proprio gli Inglesi. Lo fece ricordando dichiaratamente i caduti in guerra. Lo fece segnando il goal più iconico della storia del calcio. Lo incoronò precedendolo a quello che per molti è stato, invece, il migliore di sempre. Quello del 2-0.

Non è casualità proprio perché, in Argentina, c’è forse solamente una cosa che lega visceralmente il popolo più della vicenda Malvinas: l’Albiceleste. “È stato come sfilare il portafoglio agli inglesi”, “Lo feci con la testa di Maradona, ma con la mano di Dio.”, “Per le Malvinas, per Diego e per l’ultima di Lionel.”

Scaloni ripete imperterrito che si tratta solo una partita di calcio. I 46 milioni di argentini pronti a “riprendersi Las Malvinas” mica tanto. Ed è all’interno della cornice di questo conflitto che si inserisce Leo Messi. Il più forte di tutti, ma convivente da sempre con lo “spettro” di Diego a tenerlo per la mano e altrettante volte a relegarlo a successore non degno del paragone.

Se però sul campo Diego è stato ampiamente superato, l’aura trascendentale e mistica che Maradona emanava agli occhi del proprio popolo è qualcosa che Lionel, per archetipo attitudinale, ha sempre faticato a replicare.

1994

La musica è però cambiata dopo quella Copa America del 2021, vinta al Maracanã sconfiggendo il Brasile. I nemici sono stati annientati, una coppa in faccia è per sempre. Ora è il turno di quegli altri. Quelli contro cui non ci si vede da tanto tempo. E il tempo alle volte cura e cicatrizza, altre volte infetta e annienta.

Inghilterra-Argentina non è la semifinale della Coppa del Mondo 2026. È la rivendicazione del colonialismo inglese, delle promesse non mantenute dagli accordi di San Lorenzo del Escorial e dei mediatori che si frapposero (quelli che ospiteranno la gara, gli Stati Uniti).

Per loro è il secondo Mondiale da Paese ospitante, dopo quello del 1994. Il mondiale dove Maradona fu escluso per doping: “la Copa que le robaron al Diez“. 1994 è anche l’anno della riforma della Costituzione Argentina, la cui prima riforma transitoria cita: “La Nazione argentina ratifica la propria legittima e imprescrittibile sovranità sulle Isole Malvine, sulle Georgia del Sud e Sandwich del Sud e sugli spazi marittimi e insulari corrispondenti, poiché li considera parte integrante del proprio territorio nazionale. Il recupero di tali territori e il pieno esercizio della sovranità, nel rispetto del modo di vivere dei loro abitanti e conformemente ai principi del diritto internazionale, costituiscono un obiettivo permanente e irrinunciabile del popolo argentino.”

Mister Scaloni, mi sa che qui tocca realmente ammettere che Inghilterra-Argentina non è soltanto un partito de futbol.

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