Ci sono Natali che non lo sono affatto. Luminosi, magici, densi di quiete, di gentilezza. E ciò che accade ne L’ultimo Natale di Mrs Dalloway, raccolta di quattordici racconti scritti da Cinzia Inguanta e edita lo scorso gennaio da Scatole Parlanti, non è da meno.

Dopo un esordio nel 2011 con il romanzo Bianca (Bonaccorso), l’autrice ha pubblicato alcune sue liriche nella Raccolta di poesie del Simposio permanente dei poeti veronesi. Ha inoltre preso parte, con il racconto Milano-Verona sola andata, all’antologia Veronesi per sempre (2021, Edizioni della Sera).

In poche pagine l’autrice, giornalista, direttrice del magazine online “L’altro femminile – donne oltre il consueto” e di Radio Popolare Verona, mette a fuoco, nello spaccato dei giorni tra il 24 dicembre e il 6 gennaio, gli umori e i fatti di protagonisti ordinari.

La partita solitaria con l’infelicità

Una cornice temporale tra la vigilia all’epifania, in cui però l’atmosfera festiva ha vita quasi impossibile nelle singole vicende. Al centro dei racconti, (i nostri) vicini di casa immersi in una profonda insoddisfazione: madri alle prese con la tossicodipendenza o la ludopatia di un figlio adulto, uno dei quali incapace di prendersi cura del proprio bambino piccolo.

La copertina de L’ultimo Natale di Mrs Dalloway, di Cinzia Inguanta, Scatole Parlanti editore, pag.83. Il libro sarà presentato domani, 17 marzo, alla libreria Feltrinelli alle ore 18.00.

Anziani che fanno maldestramente i conti con il rammarico di non aver colto la ricchezza di una vita di coppia. Donne sole, avanti con gli anni, che scelgono di imporsi per quanto possono, tenacemente affrontano il quotidiano, anche a rischio di essere fastidiose, problematiche, caparbiamente vitali. Oppure che soccombono nell’attesa di un amore cui hanno dedicato il meglio di sé, per poi sprofondare la delusione nell’unica consolazione offerta dall’alcool.

Ci sono giovani che non sognano, concentrati a risolvere la propria vita senza porsi troppi problemi etici. Risalta l’eccentricità di Giovanni Cuorcontento, una piccola gemma di innocenza che, al contrario, fantastica meravigliosamente. La sua pagina (questa la lunghezza del racconto che lo riguarda), è l’unico vero spazio di sollievo. La sola deroga che l’autrice fa alla favola, quella cui è tanto bello credere, soprattutto a Natale.

Personaggi inseguiti dai propri fantasmi

Potrebbero sembrare storie di persone sole. Al contrario, c’è un affollamento di fantasmi, soprattutto quelli che animano relazioni distratte, o al contrario molto faticose, perché impedite dalla mancanza di scelte di ruolo (sono molti gli amanti di cui scrive Inguanta, ingabbiati da sentimenti che li bloccano, incapaci di decidere se lasciare una famiglia e vivere finalmente la loro relazione clandestina in piena luce).

Nello scandire dei quattordici giorni c’è anche spazio per la morte e per il sesso. L’accenno alla passione tra un insegnante e uno studente è uno dei rari sprazzi di vitalità in mezzo a tanta fatica di vivere. Così non sono altrettanto le righe dedicate al rapporto consumato tra due coniugi: la chiarezza delle parole con cui si compie l’atto è subito dopo negata dalla clandestinità della moglie, che chiusa in bagno scrive al suo partner segreto.

Un cane, una gatta, la vita vera

Gaetano, Anna, Remo, Margherita, Michele, Marcello, Clara, Carlo. Non sono i nomi di tutti i personaggi, altre figure giocano nella tensione narrativa ruoli di contorno indispensabili.

La giornalista e scrittrice Cinzia Inguanta.

A unire i frammenti di queste umanità, ci sono gli animali. Nell’unica scena che si svolge completamente all’aperto, compare anche Black, un cane, che nella nebbia intuisce una presenza, la quale poi si manifesta. Si tratta di una bambina, che si rivela poi essere immaginaria. Emblema di grazia, bellezza, fragilità estrema, per un tratto di strada tiene per mano il padrone del cane, il cui cuore è in attesa di una donna lontana, riparata all’interno di una famiglia che però non lo riguarda. La bimba e il cane, a fronte dei desideri adulti che non trovano quiete, paiono essere la vita vera, quell’attimo “tra un prima e un poi. Da non lasciarsi sfuggire mai”.

Un finale senza sconti

E c’è lo sguardo lieve, innocente, di Mrs Dalloway, la gatta della signora Bertoluzzi. La sua è una presenza non invadente, nemmeno magica, come si potrebbe a un certo punto desiderare. Inguanta non indugia in sentimentalismi, tanto meno in descrizioni oniriche. Al cane e alla gatta non sono concesse parole carine, smancerie che li sminuiscano nella loro identità.

Sono esseri che qualcosa percepiscono, ma che poco ricevono dagli esseri umani in fatto di comprensione. L’anziana proprietaria dell’altrettanto attempata felina è una presenza di contorno. L’unica che, alla fine del libro, si preoccupa della scomparsa dell’animale.

Le ultime pagine lasciano uno piccolo spiraglio di libertà interpretativa al lettore: di certo, il racconto che chiude il volume non è un lieto fine. E spiazza nella sua durezza. I giorni del Natale finiscono in una spirale senza assoluzione, che inghiottisce le piccolezze delle insoddisfazioni quotidiane, le inanità di alcuni personaggi. Sprofonda nella violenza inaccettabile compiuta da una ragazzina anche il suicidio, scelto per un enorme senso di vuoto, di una donna che la società avrebbe definito felice.

Il mondo vicino, come raccontava Virginia Woolf

Non si può evitare di pensare alla signora Dalloway uscita dalla penna di Virginia Wolf. Sono passati 97 anni dalla pubblicazione del romanzo. Anche in quel caso, siamo alla vigilia di una festa e pure in quelle pagine troviamo personaggi che arrancano, si confondono tra resistenza e resa, tra attesa e morale.

Il mondo descritto da Inguanta, (“Alle nostre ombre, a Salvatore e Maria, agli abitanti di Porto San Pancrazio”, si legge nella dedica) è molto vicino. È un oggi che non ci piace. Per fortuna c’è chi lo sa vedere, osservare da molto vicino, e raccontare bene.

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