Un breve excursus in internet sui siti dedicati alle vendite on line di libri ci consente di constatare come tutti i titoli delle grammatiche del greco antico attualmente in commercio (e fuori commercio) condividano un errore grave sul piano scientifico, ma giustificabile su quello commerciale. Tutte infatti si qualificano come gram­matica “del greco antico” o “della lingua greca”. In realtà anticamente fino alla fine del quarto secolo a. C. non si può parlare di “una” lingua greca, ma si deve parlare di “dialetti” greci.  La situazione linguistica della Grecia antica non era molto dissimile da quella che ha caratterizzato l’Italia, dopo il dissolversi del latino, dal Medioevo all’Unità e che per certi versi, ed entro certi limiti, ancor oggi esiste.

La Grecia fino alla dominazione macedone, che sul suolo della madrepatria inizia nel 338 a. C. con la battaglia di Cheronea, era divisa in tante e litigiose città stato, le πόλεις “pòleis”, ciascuna delle quali controllava una regione dotata di tradizioni religiose, culturali e linguistiche proprie. Anzi la specificità linguistica di ciascuna città/regione era talmente marcata e fortemente sentita al punto da costituire fattore determinante per l’identificazione politica. Certo: non si può e non si deve pensare che la dominazione macedone instaurata da Filippo II, il padre di Alessandro Magno, cambiasse meccanicamente e immediatamente abitudini linguistiche millenarie, ma quel dominio dette inizio a un processo di unificazione che investì profondamente il mondo greco classico. La conquista dell’Oriente operata da Alessandro e la diffusione della civiltà greca in tutto il Mediterraneo travolse le tradizioni locali, che rimasero vive nelle ristrette realtà territoriali, ma furono assorbite da un modello nuovo, anche linguisticamente dotato di una sua particolare forma espressiva unitaria.

Per i dialetti greci si verificò, quindi, qualche cosa di simile a quello che accadde all’italiano. è ben noto come il toscano di Firenze a poco a poco, fino a Manzoni, che andò a sciacquare in Arno il suo italiano fortemente milanesiano, sia diventato la base della lingua italiana tutt’ora viva. Questa trasformazione del dialetto fiorentino si deve alla letteratura, in particolare ai grandi autori del Trecento: Dante, Petrarca e Boccaccio, ripresi poi e consolidati sia per imitazione dagli scrittori successivi, sia per consacrazione dei grammatici e dei linguisti del Cinquecento. Ebbene, sorte analoga toccò fra il quarto e il terzo secolo a. C. al dialetto di Atene, nel quale erano state composte e scritte le opere principali di quella che oggi chiamiamo letteratura greca antica.

Ma quali erano questi dialetti? Una mappatura dettagliata sarebbe fuori luogo in questo intervento, possiamo però delineare, con l’aiuto di una cartina, un quadro sintetico della tipologia e della distribuzione territoriale dei principali raggruppamenti, che sono sintetizzati nei tre livelli colorati della legenda in basso a sinistra. Abbiamo dunque: i dialetti cosiddetti Occidentali ai quali appartiene il Dorico, il dialetto di Sparta; il gruppo Centrale al quale appartiene l’Eolico, la cui variante più prestigiosa è il dialetto di Lesbo. E infine il gruppo Orientale al quale appartengono lo Ionico d’Asia e l’Attico, il dialetto di Atene.

(Da Wikipedia che pubblica Da Roger D. Woodard, “Greek dialects”, in: Id. The Ancient Languages of Europe, Cambridge, Cambridge University Press 2008, p. 51)

Come si può facilmente cogliere dalla cartina, il mondo greco non è riducibile alla sola Grecia continentale. Il vero centro, il cuore del kòsmos greco antico è il Mar Egeo, che vede affacciarsi sulle sue acque la penisola della madrepatria a Ovest e le coste dell’Asia Minore a Est, collegate dal pulviscolo di innumerevoli isole, le Cicladi e le Sporadi, sulle quali e attraverso le quali si svilupparono per più di cinque millenni civiltà straordinarie, come la Cicladica, la Cretese, la Micenea, la Greca antica, l’Ellenistica, la Greco-romana, la Bizantina. Dalla prima metà del quarto millennio a. C. fino al 1453 dell’era moderna, quando Costantinopoli cadde in mano turca, l’area che si estende dalle isole greche dello Ionio meridionale a Cipro non ha cessato di irradiare arte, innovazione, pensiero e cultura.

La civiltà greca antica, propriamente intesa, convenzionalmente si estende dal­l’ottavo secolo a. C., data alla quale risale la cosiddetta seconda colonizzazione e alla quale si fa risalire la formazione delle “città stato”, fino al 529 d. C., data della chiusura della Scuola Neoplatonica di Atene ad opera dell’imperatore Giustiniano.

Prima dell’ottavo secolo non si hanno attestazioni di scrittura in alfabeti riconducibili a quello greco antico. Dopo il 529 della nostra era si fa convenzionalmente iniziare la civiltà Bizantina. Se però si considera che i poemi omerici furono composti oralmente, possiamo spostare ulteriormente al nono secolo a. C. l’inizio della civiltà greca antica. Orbene, in questo lasso di tempo di quasi millecinquecento anni le parlate si svilupparono e trasformarono in continuazione, dando vita a partire dal settimo secolo a. C. alle forme linguistiche di tre dialetti fondamentali, legati indissolubilmente alle forme letterarie e poetiche che in essi per prime si espressero.

Abbiamo dunque:

  1. lo Ionico d’Asia, il dialetto della costa centrale dell’Asia Minore prospiciente l’Egeo, in cui si manifesta la poesia individuale dell’elegia e del giambo con Callino di Efeso, Archiloco di Paro, Mimnermo di Colofone, Semonide di Amorgo, Ipponatte di Efeso; le prime forme di filosofia e di scienza con Eraclito e il primo trattato di Storia con Erodoto;
  2. l’Eolico di Lesbo, nel quale si esprime il canto lirico individuale di Alceo e Saffo;
  3. il Dorico, che assurge a lingua letteraria grazie alla grande lirica corale di Stesicoro e Alcmane e quella di Simonide di Ceo, Pindaro e Bacchilide, specialmente dedicata alle celebrazioni degli atleti vincitori dei giochi panellenici, come le Olimpiadi;
  4. lo Ionico di Atene o Ionico Attico, il più importante di tutti, perché fu la lingua di alcuni dei più grandi poeti, oratori, storici e filosofi di tutti i tempi. Nel dialetto di Atene, depurato per lo più di alcune specificità vernacolari, furono composte le grandi opere dell’Età Classica nel quinto e nel quarto secolo a. C.: le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, le commedie di Aristofane (con alcune parti in Attico vero e proprio), la monografia sulla guerra del Peloponneso dello storico Tucidide, le orazioni dei grandi avvocati e politici, Lisia, Isocrate, Demostene, Eschine e Andocide, i dialoghi di Platone e i trattati di Aristotele.

Lo ionico-attico di Atene, configuratosi nell’uso come la lingua della cultura e della comunicazione internazionale, subì un’ulteriore evoluzione e venne a costituire la base sulla quale nacque il greco unitario diffusosi durante, e soprattutto dopo, la vita spericolata e avventurosa di Alessandro Magno. La proiezione in tutto il Mediterraneo orientale di questa forma del greco dette vita a una vera e propria lingua internazionale, che per la sua pervasività fu chiamata κοινὴ διάλε­κτος “koinè diàlektos” ovvero lingua comune, abitualmente denominata semplicemente koinè, la quale andò progressivamente affermandosi quale insostituibile veicolo di comunicazione interpersonale e burocratica.

Questo fenomeno è in qualche modo assimilabile all’evoluzione internazionale dell’inglese comune attuale, più o meno con le stesse vicende che sempre caratterizzano un dialetto, che si spoglia delle proprie specificità locali e peculiarmente distintive, per diventare qualcosa di nuovo, più standardizzato, simile alla lingua di cui è l’evoluzione, ma per certi aspetti anche non del tutto comprensibile a quegli stessi parlanti dai quali si è affrancato, essendo diventato la lingua di tutti. (Pare che nei convegni internazionali, nei quali si parla inglese, ci siano anche interpreti che traducono dall’inglese comune a quello del Regno Unito, perché i nativi britannici non capiscono questa lingua franca nata dalla costola della loro!)

In età imperiale Romana quando la koinè si era ormai assestata da tre secoli, mentre l’Occidente parlava, scriveva, pensava, legiferava in latino, l’Oriente lo faceva nel greco della koinè. A fronte di questo nuovo assetto linguistico, la letteratura colta orientale continuava invece a esprimersi ancora nelle forme dei generi letterari classici, in particolare nello ionico-attico di tradizione ateniese. Ed è appunto in questo particolare contesto di contrapposizione che va considerata la novità rivoluzionaria dei testi evangelici e neotestamentari, scritti e divulgati nella lingua internazionale; quella lingua comune che tutti potevano comprendere, che a tutti consentiva di viaggiare, comunicare, relazionarsi vicendevolmente, a prescindere dalle origini e dalla propria lingua madre. Non diversamente e ancor più dell’in­glese di oggi, il greco della koinè diàlektos, vero e proprio common language (ma anche every-day language) dell’antichità, contribuì alla globalizzazione del mondo (in particolare dell’area orientale) sotto il governo di Roma.

In tal modo alla distinzione dialettologica geolinguistica, assurta in età classica a formalizzazione specifica nei generi letterari, si andò gradualmente affiancando, fino a sostituirla, l’altra più marcata opposizione fra la lingua colta della tradizione poetica, letteraria, culturale pagana e quella popolare propria della parlata ordinaria, divenuta lo strumento espressivo della nuova religione che andava a poco a poco diffondendosi in tutto il mondo antico. La lingua, dunque, come “Terra del­l’Uo­mo”, nella quale ci si incontra fra diversi e lontani, ma mediante e per la quale si esprime sempre la propria specificità e si riconosce quella degli altri.

Per comprendere bene questo fenomeno bisogna ricordare che i Greci antichi avevano due parole per indicare lo straniero: ξένος “xénos” e βάρβαρος “bàrbaros”. Il primo termine indicava lo straniero ospite, che, pur parlando un dialetto diverso, era comunque riconosciuto come greco. Il secondo invece rinviava a una essenziale alterità e designava uno straniero estraneo, in quanto appartenente a un altro mondo, a un’altra cultura, la cui lingua non era riconoscibile come appartenente a qualcuno dei dialetti greci.

Diversamente la lingua comune, la κοινὴ διάλεκτος, generata dalla visionaria idea politica universalistica di Alessandro, era intrinsecamente portatrice di una dimensione unitaria e superiore, e rinviava all’idea che tutti gli uomini, nell’ele­men­to umano che li caratterizza, sono simili, sviluppando e potenziando un concetto che la cultura greca ellenistica e poi quella romana avrebbero elaborato con grande finezza e sul quale torneremo prossimamente.

Il Cristianesimo, adottando la koinè, portò alle estreme conseguenze quel­l’antico modo di pensare: non solo non distingueva più fra xénos e bàrbaros, fra ebreo ed arabo, fra greco e latino, fra libero e schiavo, ma, considerando tutti gli uomini fratelli in quanto figli di un unico Padre, andava ponendo le basi per lo scardinamento della visione romana del potere, aprendo la strada a una nuova epoca della storia. Ancora una volta era la lingua la cartina al tornasole che delineava con incredibile precisione la fisionomia di una civiltà, in passato frammentata e policentrica, ora unitaria e strutturata armonicamente in una grande organizzazione politica, sulle cui correnti magnetiche si sarebbe diffusa fulmineamente una nuova visione del­l’uomo e dei suoi rapporti con se stesso e con il divino.

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