L’inarrestabile giornalista Lorenzo Fabiano torna a occuparsi letteratura sportiva. Dopo essersi dedicato nelle precedenti otto fatiche di calcio, ciclismo, tennis, sci, questa volta a dargli il pretesto per parlare – come di consueto – del contesto in cui si realizza la manifestazione sportiva è un evento corale come un’Olimpiade. “Sarajevo ’84. I giorni della concordia” ci porta per mano nell’inverno dell’84, appunto, quando in Italia si vivevano gli effetti (a volte allucinogeni) di un decennio tutto da “bere” e al di là dell’Adriatico si sopportava ancora una dittatura. Eravamo ancora in piena guerra fredda (il muro di Berlino sarebbe caduto soltanto cinque anni dopo) e la Jugoslavia di Tito, benché il suo dittatore fosse morto già da quattro anni, rappresentava una realtà ancora piuttosto concreta all’interno del cosiddetto blocco sovietico. Almeno apparentemente.

Quella di Sarajevo doveva essere per gli organizzatori l’Olimpiade della fratellanza e, come cita il titolo del libro, della concordia. In realtà sotto la cenere della convivenza bruciava da sempre un malessere di fondo, malessere che sarebbe esploso pochi anni più tardi, all’inizio del decennio successivo, con la guerra fratricida dei Balcani, che avrebbe portato alla disgregazione della nazione jugoslava. 

Il logo di Sarajevo ’84

Sarajevo, con quell’assegnazione del 1977, diventa la prima città di un Paese del blocco comunista a ospitare un’Olimpiade invernale. C’era già stata, è vero, quattro anni prima già l’Olimpiade estiva di Mosca, ma fino a quel momento non si era ancora mai svolta un’edizione invernale a cinque cerchi in una Nazione dell’Est. «Per l’occasione vennero fatti grandi investimenti – ci spiega l’autore, il giornalista Lorenzo Fabiano – Quell’Olimpiade rappresenta quello che possiamo definire come l’ultimo sogno di Tito. Doveva essere un po’ l’icona di una Jugoslavia unita e aperta al mondo. Anche se così non era affatto.»

Per molti aspetti  l’evento si tramutò in un grandissimo successo d’immagine: piste bellissime, organizzazione perfetta, un numero di atleti partecipanti mai visto prima. Eppure nel giro di soli otto anni tutto questo successo si sarebbe trasformato in un vero e proprio martirio: un conflitto nel cuore dell’Europa fra i più cruenti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. 

Sarajevo è sempre stata crocevia di culture: un luogo dove l’Oriente incontra l’Occidente, dove i Musulmani convivono insieme ai Cristiano Ortodossi e i Cattolici, dove l’Impero Austro-Ungarico si scontra con quello Ottomano. È una città che nasce dalla fusione di tante anime. Ma quello che rappresenta il suo maggior patrimonio alla fine diventa anche la sua condanna, motivo della sua rovina. Ci furono quattro anni d’assedio per la città, mentre tutto in torno si compiva la disgregazione di quello che era il mosaico jugoslavo messo in piedi dal dittatore Tito.

L’autore del libro Lorenzo Fabiano

A trent’anni di distanza cosa resta di quell’esperienza? «Innanzitutto è doveroso per noi ricordare quella storia – ci racconta Fabiano -. Sarajevo è li a dirci, come un monito per le generazioni future, che dobbiamo stare attenti ad alimentare troppo i localismi, i sovranismi, gli egoismi, perché se poi sfuggono di mano la situazione può diventare, come in quel caso, una bomba a orologeria. Ho cercato nel mio libro di spiegare come si è potuti passare da una città simbolo di fratellanza a un città martire in pochissimo tempo.» 

Oggi Sarajevo è rinata, pur fra mille difficoltà, ma per certi aspetti rimane ancora prigioniera di quella guerra. Gli accordi di Dayton (USA) del 1995, che segnarono di fatto la fine della guerra, sono ancora l’archetipo di ciò che tiene insieme chi invece non può e non vuole stare insieme. «La realtà dice che la comunità serba, da una parte, e quella croata-musulmana, dall’altra, vivono ancora da separati in casa. I serbi vorrebbero unirsi alla madre-patria, ma se lo facessero poi anche i croati potrebbero rivendicare la stessa necessità e a quel punto resterebbe solo la comunità musulmana. Uno Stato esclusivamente musulmano, nel cuore dell’Europa: chi lo permetterebbe?», domanda Lorenzo Fabiano.

Tornando alle Olimpiadi, rimangono ancora oggi nell’immaginario collettivo i personaggi più iconici di quell’edizione, come l’americano Bill Johnson, una sorta di cowboy venuto dal nulla con un’adolescenza difficile, passata entrando e uscendo dal riformatorio. «Lo sci gli darà una chance nella vita, ma la sua vicenda personale finirà poi in maniera tristissima», racconta Fabiano. Eclatante fu anche la vicenda di Jure Franko per il quale tutta la Jugoslavia si strinse. Riuscì ad ottenere una medaglia d’argento nello Slalom Gigante assolutamente insperata, diventando così una sorta di eroe nazionale. Quella è anche l’Olimpiade di Katarina Witt, la pattinatrice della Germania dell’Est che pone la prima pietra della sua lunga carriera proprio durante quella manifestazione.

Lorenzo Fabiano in compagnia di Edin Numankadic, artista che ha creato e difeso il museo olimpico di Sarajevo

«Per noi italiani è, invece, l’Olimpiade di Paola Magoni, una ragazza della bergamasca, che vince nella nebbia di Jahorina lo Slalom Speciale, primo oro assoluto nello sci femminile. Un pezzo di storia assoluto.» L’altra medaglia d’oro per l’Italia arriva dallo slittino – disciplina che già ci aveva dato e ci avrebbe dato in futuro molte soddisfazioni – con Paul Hildgartner. Sempre per lo sci citazione d’obbligo per la doppietta dei gemelli americani Mahre, quando Phil vince lo Slalom Gigante davanti al fratello Steve in una gara a cui non partecipò la grande star del circo bianco dell’epoca, Ingmar Stenmark, che poco prima dell’evento venne dichiarato “professionista” (avendo ottenuto la licenza B che gli permetteva di raccogliere le sponsorizzazioni) e per questo motivo escluso dal Comitato Olimpico internazionale (CIO).

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