Il giornalismo di qualità si avverte in due precisi, e distinti, momenti: quando c’è bisogno di un’informazione che renda conto e spieghi fatti e situazioni che non comprendiamo e su cui abbiamo sete di sapere; quando ci vengono rivelati elementi, eventi e azioni che accendono una luce di verità in ambiti di cui non sapevamo l’esistenza.

Lo stupore che ci prende davanti a una scoperta informativa assomiglia in qualche modo alla meraviglia di cui vive la Filosofia. Non a caso – fatte le debite proporzioni e delimitati i rispettivi campi – sia i giornalisti che i filosofi amano andare oltre le apparenze. Oltre il velo del senso comune.

Il Giornalismo Investigativo – a cui va il Premio Nobel per la Pace assegnato a Maria Ressa, filippina, e Dmitry Muratov, russo – è l’espressione più alta del giornalismo. Non è un qualche cosa di diverso, tuttavia, dal giornalismo quotidiano di cui viviamo e ci alimentiamo. Perché il giornalismo è “investigativo”, oppure non è giornalismo.

Il ruolo del giornalismo investigativo

I giornalisti Ressa e Muratov sono stati premiati “per i loro sforzi nel proteggere la libertà di espressione, condizione necessaria per la democrazia e una pace duratura”.

Maria Ressa è una giornalista di origini filippine. Ha un cognome italiano, perché figlia adottiva con un padre originario del nostro Paese. È stata tra i fondatori del sito giornalistico Rappler. Negli ultimi anni è stata molto critica nei confronti del presidente filippino Rodrigo Duterte e dei suoi metodi autoritari.

Dmitry Andreyevich Muratov è un giornalista russo e direttore del giornale Novaya Gazeta. Ha criticato in più occasioni il presidente russo Vladimir Putin e ha svolto inchieste sui casi di corruzione in Russia. I colleghi giornalisti russi hanno già pagato prezzi assai alti al dissenso, sia durante il regime sovietico che durante il regime di Putin.

La motivazione del Premio Nobel per la Pace 2021 parla chiaro: i due giornalisti, come fa la stampa libera e autonoma, si sono meritati il riconoscimento per il loro impegno per la democrazia e la pace. La stampa svolge, quindi, un ruolo fondamentale a difesa dei valori democratici nel mondo e nell’attività di peace building.

La pace e la democrazia sono connessi al giornalismo perché senza inchiesta, senza investigazione, senza qualcuno che vada oltre le versioni ufficiali – e di comodo – di fatti e situazioni non c’è verità. E là dove non c’è verità vi sono diritti negati, conflitti a danno dei più deboli e negazione della libertà di parola.

i giornalisti Maria Ressa e, a destra, Dmitry Muratov

Oltre le versioni ufficiali e le storie di comodo

Cos’ha di importante il giornalismo investigativo? L’importanza nasce dal fatto che il Giornalismo Investigativo – lavorando con metodo e rigore – va oltre l’ovvio, oltre le narrazioni di comodo. Nel fare questo, il Giornalismo Investigativo – al pari della ricerca scientifica –produce conoscenza. Una conoscenza utile a chi esercita quel Giornalismo; e utile a chi legge i testi (scritti, audio, video o nelle forme più creative).

Qui sta la ragione del fare Giornalismo Investigativo, e l’assunzione di un nuovo frame quando ci si misura con informazione e comunicazione: la ragione è tutta nell’obiettivo di produrre conoscenza, sapere critico, sguardo originale sulla realtà. In quest’operazione è inevitabile che ci si scontra con le versioni ufficiali, con le fonti del Potere, con quei soggetti insomma che hanno interesse a che vi sia una certa narrazione della società e di quanto accade. E che tutto ruoti attorno ai loro interessi.

Nel trattare il caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano (maggio 1971, a Genova) ho applicato proprio il principio della conoscenza e del sapere critico. Non mi sono fermato, pur leggendole e ascoltandole con attenzione e rispetto, alle sentenze giudiziarie e alle versioni ufficiali. Ho voluto capire se vi era qualcosa di diverso e di nuovo da sapere; ho voluto assumere un’angolazione differente nel guardare i fatti accaduti. E mi si è aperto un mondo.

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Giornalista fermato dalla polizia (foto di Markus Winkler – Unsplash)

I media e il mondo del crimine

Il Giornalismo Investigativo non si ferma solo allo scoprire e denunciare il malaffare, le correnti di traffici e denari che inquinano la politica. Non si ferma a denunciare la corruzione e i depistaggi di corpi deviati dello Stato; o le angherie, le prepotenze e la negazione dei diritti da parte di governanti dispotici.

Un ambito molto importante del giornalismo che fa inchiesta è anche quello del mondo del crimine comune, al di fuori delle mafie e dei poteri forti. Lì il giornalismo che investiga, che ricerca, diventa tuttavia assai scomodo perché tenta di ribaltare le narrazioni giudiziarie. Prova a forzare le convinzioni comuni, pregiudiziali e stereotipate; ed entra in rotta di collisione con quelle più difficili da scalzare.

Anche in questo ambito, il Giornalismo Investigativo è presidio di pace e di democrazia. Esercita allo stesso modo che in altre situazioni – dittature, oligarchie, monopoli, organizzazioni criminali – il suo ruolo di scavo, di inchiesta, di messa in luce delle menzogne. E lo fa avendo una base etica importante: il rispetto delle persone di cui tratta e il rispetto del diritto di chi legge a una narrazione basata sulla verità sostanziale dei fatti.

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