«Pare che ci sia una motonave partita dall’Albania, con tremila persone a bordo. Impossibile che siano così tante, ma tu parti per la Puglia». Da tempo era tutto un arrivare di gommoni, tra Bari e Brindisi, ma ovviamente quella notizia poteva annunciare qualcosa di più importante, anche se i numeri parevano davvero poco credibili.

Fatto sta che al mattino dell’8 agosto ero a Bari, insieme alla troupe locale, con la quale avevo lavorata già molte volte. Eravamo in contatto con la Capitaneria di porto, per prepararci a documentare quell’ennesimo sbarco, ma qualcosa da subito non tornava.

Dove stanno andando?

Innanzi tutto la destinazione: continuava a cambiare, tra Bari e Brindisi, e noi continuavamo a fare la spola in auto, depistati ogni volta. Ma a non tornare era soprattutto il numero presunto delle persone a bordo di quell’imbarcazione.

Tremila? Troppe. No, pare siano seimila. Dai, non è possibile.

– «Pronto, chiamo dalla Capitaneria, guardi che sarebbero ottomila…»

– «Ma dove arrivano? Noi ora siamo quasi a Brindisi.»

– «No, tornate indietro. Si dirigono qui a Bari.»

La Vlora

Mi ricordo che ci precipitammo negli ufficio portuali, ma la nave ancora non si vedeva. La confusione era grande e forse per questo qualcuno ci disse che  potevamo andare a piedi sul molo. Probabilmente in una situazione più lucida non ci sarebbe mai stato permesso.

Corremmo e la vedemmo avvicinarsi. La Vlora.

Non credevamo ai nostri occhi. La motonave sembrava un pezzo di pane caduto fuori da un formicaio. Era completamente coperta di persone, aggrappate ovunque.

Stavamo lì a bocca aperta, quando squillò il mio cellulare. «Sono dalla Capitaneria, guardi che pare siano dodicimila…»

Li avevamo lì davanti. Mentre la Vlora si avvicinava al molo, le persone cominciavano a cadere o a gettarsi in acqua. La telecamera era accesa e ricordo che io e i colleghi della troupe riuscivamo solo a dirci «non è possibile!». Avevo il microfono in mano, ma non c’era nulla da dire, nessuno da intervistare. C’era solo una visione che forse avrei immaginato in un film del filone apocalittico.

Come l’arrivo della marea

La Vlora era ormai attraccata e un fiume di persone si rovesciava giù dalla passerella. Noi eravamo fermi, immobili, a riprendere, mentre una marea umana ormai ci circondava e ci correva intorno. Molti, stremati, sfiniti, venivano soccorsi da volontari, altri sembravano simulare malori in modo abbastanza evidente, ma quella traversata in condizioni pazzesche dal mio punto di vista li autorizzava a qualsiasi esagerazione.

Non ricordo più quanto restammo lì, sul molo. Ricordo che ad un certo punto provammo a raccogliere qualche dichiarazione. Una ragazzina diceva «mama, papa Albania…», volendo farci intendere che aveva lasciato la famiglia dall’altra parte dell’Adriatico.

Era una bolgia infernale, aggravata dal fatto che sul molo c’erano dei mucchi di polvere di carbone. Col passare delle ore, il molo si popolò anche di soccorsi e di colleghi di altre televisioni.

Ricordo che ad un certo punto arrivò un gran carico di confezioni di latte. Notammo che era scaduto e lo dissi durante un collegamento in diretta nel telegiornale. La mattina dopo arrivò una grossa auto con due distinti signori. Erano stati mandati dal produttore di quel latte. Diciamo che non si mostrarono proprio contenti della nostra denuncia.

Lo stadio di Bari

Davvero, non ricordo quanto andò avanti quel delirio. Se la memoria non mi inganna i dodicimila vennero accolti un poco alla rinfusa in vari luoghi. Molti però si erano dati alla fuga e ormai girovagavano per la città. Non so esattamente quanto dopo l’attracco, ma nel tentativo di trovare una soluzione logistica a quell’invasione, le autorità pensarono bene di concentrare tutti nello stadio.

Fu un disastro. Io e gli operatori eravamo sotto la parete esterna di una curva e stavamo allestendo l’ennesima diretta, quando cominciarono a piovere dall’interno seggiolini, pezzi di impianto idraulico divelti dalle toilette e dagli spogliatoi.

Contemporaneamente i gruppi che si erano dati alla fuga scorrazzavano in modo sempre più incontrollato tra negozi e bar. Si scatenò quasi una guerriglia urbana. La situazione era fuori controllo e forse non poteva essere altrimenti.

Un evento e le sue ombre

Dodicimila, ma qualcuno parlò di ventimila persone. Molti erano senza documenti. C’erano disperati, bambini piccoli, donne, Ma c’erano anche personaggi che da subito parvero cercare altro che un rifugio.

Lo si capì bene nella settimane seguenti, quando in varie località vennero allestiti campi dotati di roulotte. In certi casi, non si respirava l’aria della disperazione. Erano stati organizzati dei bordelli, con ragazze che “ricevevano” tanto loro connazionali, quanto si offrivano ai locali. Ad invitare erano alcuni di quei dodici o ventimila che subito avevano intrapreso l’attività di papponi con una scaltrezza che faceva pensare che non fossero nuovi alla cosa.

Si seppe poi che quella spedizione pazzesca era stata in realtà quasi organizzata in terra albanese e che a bordo delle Vlora erano stati fatti salire anche alcuni veri avanzi di galera. Più che una traversata della speranza era una prova di forza verso le autorità italiane, per indurle a elargire soldi, aiuti e mezzi. Comprese decine di camionette per la polizia che dopo pochi giorni dalla consegna sarebbero girate allegramente per le vie di Durazzo, guidate da ragazzotti che poliziotti non erano.

Ma questa è un’altra storia, o meglio è il resto della storia, che attiene alle considerazioni, ai retroscena, anche alla politica.

Quel che voglio ricordare oggi – dopo trent’anni esatti – sono quei momenti sul molo di Bari.

Guardo da fuori, me e i colleghi, come se rivedessi la scena registrata. Noi fermi, attoniti. Mentre dodici o ventimila persone ci correvano intorno.

Che fossero più o meno disperati poco importa. Era una massa umana che presentava la potenza della migrazione, che ai miei occhi – per la prima volta – mostrava quanto i confini possano essere solo una inutile teoria.

Poiché la rete e i social hanno spesso il perverso effetto di esaltare solo ciò che produce malintesi, tengo a precisare che quella stagione di immigrazioni dall’Albania, tra gommoni, motonavi, e situazioni meno avventurose, mi ha lasciato in eredità anche alcuni conoscenti e dei carissimi amici.

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