Federico Venco è morto perché, secondo la ricostruzione dei fatti, sarebbe stato scambiato per un «rivale in amore», sebbene non conoscesse nemmeno la donna che si era fermato ad aiutare. Il «rivale», dunque, non esisteva nella realtà, ma nella rappresentazione di chi lo avrebbe percepito come tale.

È bene soffermarci su questo fatto, perché dice qualcosa del modo in cui il mondo affettivo e relazionale viene inteso e frainteso. Quando leggiamo che qualcuno è stato ucciso perché ritenuto un «rivale in amore», comprendiamo immediatamente che cosa significhi. Non abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi in che cosa consista quella rivalità, che cosa ci sia in gioco o perché la presenza di un altro uomo possa essere percepita come una minaccia. Possediamo già culturalmente lo schema necessario per interpretare quella scena.

La rivalità in amore e nell’affettività

Forse è proprio questa immediatezza a rappresentare il problema sul quale vale la pena interrogarsi. Non perché il termine «rivale» sia necessariamente improprio. In questo caso, anzi, descrive efficacemente la rappresentazione che avrebbe guidato l’azione dell’aggressore. Ma proprio il fatto che questa rappresentazione ci risulti tanto intuitiva dovrebbe portarci a chiederci che cosa significhi ancora oggi pensare l’amore e l’affettività attraverso la categoria della rivalità.

In un momento storico nel quale si parla frequentemente della necessità di promuovere una maggiore educazione all’affettività, può essere utile domandarsi se l’immaginario del «rivale in amore» non conservi una concezione delle relazioni affettive e sessuali molto più antica e problematica di quanto siamo soliti riconoscere.

Le parole ci dicono come vediamo il mondo

Il concetto di rivale non rappresenta infatti una scelta meramente linguistica, ma porta con sé una determinata rappresentazione della relazione, dei soggetti coinvolti e del modo in cui immaginiamo la nascita, il mantenimento e la fine di un legame amoroso.

Quando parliamo di un rivale si forma immediatamente una triade nella quale sono presenti una persona desiderata, che deve essere conquistata, e almeno due soggetti che la desiderano e che, proprio per questo, diventano reciprocamente avversari.

È un’immagine culturalmente molto antica e ancora estremamente potente. Nella sua versione più tradizionale richiama quasi l’immaginario di un antico duello d’onore, nel quale due uomini si contendono la mano di una dama. Uno dei due riuscirà a conquistarla, l’altro sarà sconfitto. Abbiamo, dunque, un vincitore e un perdente.

Potrebbe sembrare una rappresentazione ormai anacronistica. Eppure il fatto stesso che continuiamo a comprendere perfettamente espressioni come conquistare una donna, portargli via la moglie, rubargli la fidanzata, riprendersela o sconfiggere un rivale suggerisce che almeno una parte di quella grammatica continui a plasmare il nostro modo di rappresentare le relazioni.

Pensiamo anche al non così lontano istituto del «delitto d’onore», che trovava proprio nella logica dell’onore, del possesso e della rivalità alcune delle proprie radici culturali.

Una rivalità che riguarda sia le donne sia gli uomini

La visione dell’amore come campo di battaglia tra rivali non riguarda soltanto gli uomini. Possiamo osservare la stessa struttura, invertita, in situazioni altrettanto comuni. Un esempio particolarmente frequente, e brillantemente descritto da De André in Bocca di rosa, è quello dell’uomo che tradisce la propria compagna, mentre la rabbia di quest’ultima viene indirizzata soprattutto verso «l’altra donna», accusata di averglielo portato via.

La responsabilità del partner, che ha preso parte attivamente al tradimento, può passare almeno temporaneamente in secondo piano, mentre il terzo viene trasformato nel soggetto che si sarebbe introdotto nella relazione sottraendo qualcosa che apparteneva alla coppia.

Cambiano i generi dei protagonisti, ma la struttura rimane sorprendentemente simile:

Qualcuno aveva una persona, qualcun altro è arrivato e gliel’ha portata via.

Il vocabolario della conquista

Il concetto di rivale appartiene quindi a un più ampio vocabolario della conquista, che rimanda all’idea di dover conquistare qualcuno, riuscire ad averlo, rischiare di farselo portare via, riprenderselo e vincere sull’altro.

Perdere, in questa prospettiva, non significa soltanto dover rinunciare a una relazione desiderata, ma può assumere il significato di una sconfitta personale, accompagnata dall’idea che, se un altro viene scelto al posto mio, quell’altro ha vinto e io ho perso.

La questione diventa particolarmente importante quando il risultato della competizione viene utilizzato come misura del proprio valore. In questo caso «perdere» non significa semplicemente non essere l’oggetto delle attenzioni della persona desiderata, ma diventa la prova che l’altro è stato migliore e, di conseguenza, che io valgo meno.

All’interno di una simile rappresentazione può diventare molto difficile accettare la perdita senza cercare di ribaltarne l’esito. Bisogna riconquistare, dimostrare il proprio valore, screditare il concorrente e impedire che vinca.

Questo naturalmente non significa che pensare in termini di rivalità conduca alla violenza. Tra una metafora quotidiana, una gelosia dolorosa e un comportamento violento esistono differenze enormi.

Vale però la pena riconoscere la struttura implicita di quella rappresentazione. Perché nel momento in cui una relazione viene pensata come qualcosa che si conquista, la persona desiderata rischia progressivamente di essere trasformata da soggetto della relazione a oggetto della competizione.

Identificare un rivale come difesa dell’immagine di sé

In persone diverse e in momenti differenti, attribuire a un terzo la responsabilità della perdita di una relazione può assolvere funzioni psicologiche differenti. Possiamo però riconoscere alcune configurazioni psicodinamiche ricorrenti.

Una di queste è particolarmente interessante: il rivale può permetterci di non confrontarci fino in fondo con la soggettività della persona amata.

Per esempio, se mia moglie mi lascia perché non desidera più continuare la relazione con me, devo confrontarmi con la realtà estremamente dolorosa che lei può scegliere di non volermi.

Posso soffrirne, posso non comprenderlo, posso considerare quella scelta profondamente ingiusta, ma rimane una sua scelta.

Se invece posso convincermi che «un altro me l’ha portata via», la rappresentazione cambia radicalmente e posso pensare:

«Lei sarebbe ancora con me, se non fosse arrivato lui.»

Analogamente, se mio marito mi tradisce, confrontarmi direttamente con ciò che è accaduto significa riconoscere che è stato lui — la persona adulta con cui avevo costruito una relazione e stabilito un patto — a decidere di violarlo.

Se tutta la rabbia viene concentrata sulla donna con cui è avvenuto il tradimento, posso almeno in parte spostare fuori dalla coppia la causa della frattura.

Emerge qui un paradosso psicologicamente interessante: il rivale può contribuire a preservare l’immagine della persona amata e, almeno in parte, persino quella della relazione perduta. Perché se il problema è il terzo, posso continuare a pensare che tra noi, in fondo, tutto funzionasse. Essenzialmente: «Noi stavamo bene, ma è arrivato qualcuno e si è messo in mezzo!»

La rabbia può così essere esternalizzata e concentrata sul terzo, che diventa depositario di sentimenti di rabbia e delusione che sarebbe molto più doloroso rivolgere verso la persona che continuiamo ad amare o desiderare.

Il rivale permette quindi, almeno in alcune situazioni, di semplificare una realtà affettivamente molto più complessa.

Nel duello per la dama manca proprio la dama

Torniamo per un momento all’immagine quasi settecentesca del duello d’onore, con due uomini che si contendono la mano di una dama. Chi è, paradossalmente, il personaggio che possiede meno soggettività all’interno della scena?

Proprio la dama, che è desiderata, corteggiata, conquistata, sottratta, perduta, ma non appare quasi mai come soggetto attivo depositario di desideri, scelte e opinioni.

Dunque, il problema della categoria del rivale non è semplicemente che introduce un terzo nella relazione. È che rischia di trasformare la scelta dell’altro nell’esito di una competizione tra i due contendenti.

«Lei ha scelto lui» diventa: «lui me l’ha portata via».

«Lui ha scelto lei» diventa: «lei me l’ha rubato».

Potrebbe sembrare una differenza puramente semantica, ma non lo è. Nella prima formulazione la persona amata rimane soggetto della propria scelta. Nella seconda rischia di diventare oggetto di uno scambio tra un vincitore e uno sconfitto.

Questo cambia profondamente il modo in cui possiamo elaborare anche il dolore della perdita. Infatti, se qualcuno mi è stato portato via, posso cercare un colpevole; ma se qualcuno ha scelto di andarsene, devo confrontarmi con la sua alterità.

Gelosia, amore e diritto sull’altro

Questo non significa naturalmente patologizzare la gelosia. La gelosia è un’esperienza umana e può essere estremamente dolorosa senza implicare necessariamente controllo, violenza o possessività.

Il problema nasce quando alla sofferenza si accompagna la convinzione che il nostro sentimento attribuisca un diritto sulla libertà dell’altro. L’intensità con cui amo qualcuno non determina la quantità di libertà che quella persona dovrebbe perdere.

È una distinzione apparentemente semplice, ma psicologicamente molto impegnativa. Anche perché una parte della nostra cultura romantica ha frequentemente associato l’intensità della gelosia all’intensità dell’amore.

«È geloso perché ci tiene.»

«Non sopporta di vederti con qualcun altro perché ti ama ancora.»

«Ha perso la testa per amore.»

Espressioni di questo tipo possono diventare problematiche quando il sentimento viene utilizzato per rendere comprensibile, attenuare o romanticizzare un comportamento che appartiene invece al registro del controllo.

Amare qualcuno e riconoscerne l’autonomia non sono due dimensioni contrapposte. Al contrario, forse è proprio il riconoscimento dell’autonomia dell’altro a distinguere progressivamente l’affetto dal possesso.

Educazione affettiva significa anche imparare a non essere scelti

Quando parliamo di educazione affettiva pensiamo giustamente al consenso, alla capacità di comunicare, al riconoscimento dei comportamenti violenti, alla gestione della rabbia e al rispetto dei confini.

Ma educazione all’affettività significa anche imparare a tollerare di non essere scelti e riconoscere che possiamo desiderare una persona senza poterla avere, senza che questo tolga valore a noi stessi.

Non significa legittimare il tradimento o negare la responsabilità di chi viola un patto relazionale, ma attribuire quella responsabilità a chi ha effettuato la scelta.

Se il mio partner mi tradisce, non mi è stato «rubato»: ha scelto di tradirmi. Se la persona con cui sto decide di lasciarmi per qualcun altro, quella persona non mi è stata «portata via»: ha scelto di andarsene.

Può sembrare una distinzione spietata, proprio perché costringe a confrontarsi con una realtà molto più dolorosa, ma è una distinzione necessaria.

Perché nessuno può portarci via una persona se riconosciamo fino in fondo che quella persona non è mai stata qualcosa che possedevamo.

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