C’è un pregiudizio radicato, quasi automatico: quando ascoltiamo il discorso di una persona con disturbi psicotici, tendiamo a pensare che si tratti di parole prive di senso. Un linguaggio frammentato, senza logica, qualcosa da correggere o da tacere. Ma è davvero così? Chi ha ascoltato con attenzione questi discorsi sa che, dietro l’apparente confusione, si nasconde qualcos’altro: una forma di narrazione. Non sempre stabile, non sempre condivisibile, ma tutt’altro che casuale. Una narrazione che cerca, con tenacia, di dare senso a un mondo che sfugge.

Il grande scrittore e saggista Elias Canetti ha mostrato come il potere costruisca spesso visioni del mondo attraversate da sospetto, minaccia e controllo. Non è un caso che molte narrazioni politiche funzionino proprio così: individuano forze nascoste, spiegano ciò che non torna e promettono di rivelare la realtà dietro le apparenze. Questa osservazione apre una domanda più radicale: e se alcune strutture del cosiddetto “delirio” non fossero estranee al nostro modo comune di pensare, ma ne rappresentassero una versione più fragile e meno stabilizzata?

È importante chiarirlo subito: non si tratta di assimilare la politica al delirio. I due ambiti restano profondamente diversi per ancoraggio alla realtà condivisa, funzione e validazione sociale. L’ipotesi è più circoscritta: che esistano strutture di senso comuni, modi ricorrenti con cui gli esseri umani organizzano l’esperienza quando questa diventa incerta. Il lavoro che segue nasce da questa ipotesi. Non si tratta di “giustificare” il delirio, ma di prenderlo sul serio come discorso, ascoltarlo come si ascolta un racconto e osservare come si organizza.

In particolare, emerge un tema ricorrente: quello dell’accesso. Accesso alle risorse, alle relazioni, alla propria storia. Nei discorsi psicotici questo accesso appare spesso incerto, intermittente, mediato da figure ambigue o simboliche. Ecco un breve estratto: “Mi mantiene la famiglia. La famiglia di mia mamma abita in Egitto, quella di mio papà a Dubai. […] Non riesco a contattare la famiglia. Di solito c’è una persona, noi lo chiamiamo Rayban […] quando chiamo Rayban lui porta soldi. […] Però il bancomat l’ho lasciato da un’altra persona e quindi non avevo bancomat. […] Ho tante famiglie in giro. Vorrei tornare alla famiglia”.

A una prima lettura, il testo può sembrare frammentato. Tuttavia, seguendolo con attenzione, si rivela una struttura precisa: esiste una rete familiare ampia e potenzialmente ricca, che però il soggetto non riesce a raggiungere direttamente. L’accesso è sempre mediato, incerto e talvolta bloccato. Da qui emergono figure che spiegano e al contempo tentano di riparare questa frattura. Questa dinamica — accesso e impedimento, rivelazione e ostacolo — non è del tutto estranea ad altri ambiti del discorso umano.

Si pensi, ad esempio, a una recente intervista televisiva pre-referendaria, in cui la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo nel programma di Enrico Mentana su La7, ha argomentato: «Ti fanno credere che voti contro il governo, ma in realtà ti tieni il governo e non riformi nulla: una doppia fregatura». Anche qui troviamo una struttura riconoscibile: un’apparenza ingannevole, una realtà nascosta, un esito negativo che solo una corretta interpretazione può evitare. Il mondo viene organizzato come un sistema in cui qualcuno orienta, qualcuno nasconde, qualcuno rivela.

Naturalmente, le differenze sono evidenti e decisive. Il discorso politico mantiene una coerenza interna stabile e un ancoraggio alla realtà condivisa; quello psicotico, invece, mostra un’oscillazione continua tra accesso possibile e accesso negato, senza una stabilizzazione definitiva. E tuttavia, a un livello più profondo, entrambi sembrano rispondere alla stessa esigenza: rendere il mondo leggibile quando diventa incerto.

Forse, allora, il delirio non è un linguaggio privo di senso, ma una forma estrema — e vulnerabile — di quella stessa attività narrativa con cui tutti noi cerchiamo, ogni giorno, di orientarci nella realtà.

Lorenzo Burti*

*Medico Chirurgo, Professore di Psichiatria, Diplomato in psicoterapia della famiglia.

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