Prendere Dante sul serio
Un Sommo Poeta disinnescato dalla nostra comodità: tra infernofilia borghese e oblio del suo progetto politico e spirituale, la Comedìa torna a interrogarci come un grido inascoltato.

Un Sommo Poeta disinnescato dalla nostra comodità: tra infernofilia borghese e oblio del suo progetto politico e spirituale, la Comedìa torna a interrogarci come un grido inascoltato.

«Removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere eos ad statum felicitatis»: questo almeno lo scopo della Comedìa a detta di Dante. Se questa frase è autenticamente di Dante. Stiamo parlando dell’Epistola a Cangrande, la tredicesima lettera che per molti sarebbe la dedica che Dante fa del Paradiso alla città di Verona e al suo signore, lo Scaligero.
Diamola per buona, Dante dice, “(scopo del poema è) allontanare i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità”. La Comedìa, in altre parole, sarebbe un nuovo Vangelo. Un nuovo annuncio. Una nuova lieta novella. E qui iniziano i problemi.
Abbiamo sviscerato ogni mistero dei suoi endecasillabi, ma alla fine ci siamo fermati lì. Ci siamo invischiati in tutte le questioni stilistiche, retoriche, metriche e filologiche, con somma dedizione, e ci siamo persi totalmente la potenza visionaria e morale della sua opera (o forse delle sue opere tutte). Incoronandolo poeta, lui che laureato poeta non fu mai (e a tal senso è emblematico lo scambio tra Dante e Giovanni del Virgilio delle Egloge), abbiamo marginalizzato totalmente la dimensione critico-storico-politica e spirituale.
Dante è diventato padre della lingua, sommo poeta nazionale, al prezzo di vedere affievolita la portata del suo messaggio. Il Dante poeta incoronato offusca il Dante riformatore della società civile e religiosa. Dov’è finito il Dante polemista, censore, critico sprezzante contro un sistema economico che andava a pervertire e sciogliere ogni tipo di relazione umana?
La decisione di Dante di scendere in campo con un’opera come la Commedia è poco meno che scandalosa e, se noi non ce ne rendiamo conto, è perché fu uno scandalo che, riuscendo vincente, fondò il nuovo canone di riferimento. Così scrive Lino Pertile, autorevolissimo dantista, nel suo recente Dante popolare. Di fatto Pertile ci dice che se Dante venisse oggi e vediamo quello che abbiamo capito della sua opera, ci direbbe “voi non avete capito un bel niente”.
Tra i commentatori danteschi del Tre-Quattrocento il francescano Giovanni da Serravalle si chiedeva: «Mi stupisco che un uomo, il quale studi questo libro e comprenda fino in fondo non vada a migliorare la vita sua». Ma con buona pace di questo commentatore, tutti si sono lasciati abbagliare dalla forma e hanno meno considerato la sostanza.
Noi Dante non lo abbiamo mai preso sul serio. E in buona sostanza, più o meno consapevolmente, lo abbiamo disinnescato. Abbiamo pensato che fosse bello da leggere. Non che fosse necessario. E questo perché? Perché per noi Dante è comodo. E Dante lo leggiamo comodamente. Il perché si sia creato questo cortocircuito io non so bene spiegarlo.
Lo scrive bene Federico Sanguineti, dantista e filologo mancato di recente, il quale propone un Dante «decaduto e proletario» che mostra nella propria opera il modello di un Paradiso antiborghese. Inevitabile quindi che il «sacrato poema» venga frainteso di continuo, ostinatamente letto com’è in chiave borghese (e quindi infernale). Così scrive Sanguineti nel suo Paradiso con Dante e Beatrice:
A settecento anni dalla morte
di Dante, più che indugiare a parlare
di lui, conviene senza dubbio leggerlo.
Ma leggerlo in modo rispettoso
non del gusto borghese che ancor oggi
fin troppo spazio dedica all’Inferno.
La borghesia di Dante cosa ha fatto?
L’ha trasformato in un bel viello d’oro:
un feticcio adorato come mito.
Al borghese l’Inferno piace tanto.
Anche noi però abbiamo la nostra dose di responsabilità. Noi siamo comodi e non riusciamo a sintonizzarci con la scomodità di un uomo condannato a morte, esule, solo, povero, che ha dedicato tutto il suo ingegno “in pro del mondo che mal vive”, a favore di un’umanità che vive decisamente male.
Noi siamo comodi e la nostra comodità non vogliamo metterla in discussione. E tantomeno farcela mettere in discussione da uno vissuto settecento anni fa. Che poi quelli del Medio Evo, si sa, erano tutti bigotti, misogini, omofobi, razzisti, conservatori. Figuratevi uno come Dante che mette tutti all’Inferno.
Questo è il sentire comune. Che morale può farci uno come Dante? I tentativi di riduzionismo, in questo senso, sono numerosissimi. Solo in questo settecentenario, ho visto restituito a noi, da personaggi autorevoli, un Dante “barattiere” (e quindi tangentaro), che sognava le donne nude “pieno di desideri repressi”, che ha scritto un Paradiso dove si “concentra il punto debole di Dante”, “per la sua obbedienza rispetto alla filosofia scolastica che dominava nei suoi anni”.
Ma poi non è mancato un Dante di destra, misogino, omofobo, razzista, conservatore, ipocrita, che predicava bene e razzolava male. Questo Dante ridotto ai minimi termini costantemente ritorna e ritorna soprattutto quando l’attenzione si focalizza sul messaggio etico della Comedìa E questa operazione che disinnesca la portata del messaggio dantesco.

Più noi ci avviciniamo a Dante, ce lo adattiamo simile a noi nelle miserie, nelle pochezze, più allontaniamo il suo messaggio. Se Dante non era uno stinco di santo, perché lo dovremmo ascoltare?
E torniamo all’infernofilia di cui sopra. Noi della Comedìa abbiamo una visione infera. E quindi una visione tragica. L’Inferno ci è simpatico. L’Inferno ci è vicino. Con i personaggi dell’Inferno noi ci immedesimiamo. E da qui l’idea rischiosa del “Dante nostro contemporaneo”. Dante è inattuale nella sua attualità. Ovvero nella sua spinta a farci agire.
Ma appunto l’Inferno ci è comodo. Familiare. È alibi per ogni nostra pochezza. Purgatorio e Paradiso sono scomodi. Anzi, dirò di più, sono politici. E quindi chiedono costantemente a noi di cambiare la nostra vita. Il messaggio all’interno della Comedìa è chiaro: è un messaggio profetico/politico. Scritto per farci ragionare sulle nostre comodità e chiederci un grande sforzo: cambiare le nostre menti.
E la felicità che Dante ci propone è una felicità decisamente scomoda. Inattuale. Improponibile. Per la sua visione della trascendenza, della felicità pubblica, per la sua condanna feroce del capitalismo (sì, capitalismo, gli studi di questi ultimi anni di Raffaele Pinto e di Gianni Vacchelli in questo senso sono illuminanti).
Purgatorio e Paradiso sono inattuali perché per la nostra società dei consumi sono irrealizzabili. Se vogliamo allontanarci da uno “stato di miseria”, dobbiamo essere disposti a fare un cammino. L’idea non è mortificare o castigare i costumi. L’idea è quella di risvegliarci, prendere consapevolezza, credere in una vita nova.
Uscire dalla selva. E la selva 2.0 non luogo amaro, aspro, di terrore e morto; la nuova selva è la mancanza di consapevolezza di essere all’interno di una selva. Come il paradosso della “rana bollita”: la metafora secondo cui, se una rana viene messa in acqua riscaldata lentamente, non percepirebbe il pericolo e finirebbe per morire senza reagire.
La Comedìa è un terremoto. Un terremoto d’amore, ma comunque un terremoto. Come tutti i libri sapienziali chiede a chi legge di spostarsi dalla propria zona di comfort, di cambiare il proprio sguardo, di prendere consapevolezza di quello che viviamo dei nostri tempi e provare a liberarci da quanto rende le nostre vite mutile, scisse, non intere e non integrate. La Comedìa è una storia d’amore. E l’amore, quello vero, rende liberi: così Dante a Beatrice, «Tu m’hai di servo tratto a libertate».
Sempre di più mi accorgo che la voce di Dante è una voce che ancora oggi, a distanza di settecento anni, è capace di interpellarci e nutrirci. Ma questa voce non deve più essere fioca o disinnescata. Questa voce è un grido che ci scuote fin nel profondo.
Questo verrà detto a Dante dal suo trisavolo, nel cielo di Marte:
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
Torniamo a far gridare questa voce, questo è il proposito. E torniamo a prendere sul serio questo grido.
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