Questa è notevole. Licenzi un collaboratore perché, insieme a un altro, ti ha trascinato in un caso di doping che ha messo a rischio la tua carriera. Ti costa mesi di tensione, attenzione mediatica internazionale, ombre sulla reputazione e una discreta quantità di denaro. Poi rientri, vinci il torneo più importante del mondo… e lo riassumi.

No, non è la trama di una nuova serie Netflix: è la realtà – piuttosto surreale – nel mondo di Jannik Sinner, campione assoluto e indiscutibile del tennis mondiale, sia chiaro. Il co-protagonista della vicenda è Umberto Ferrara, preparatore atletico legato a doppio filo alla famigerata pomata al Clostebol, che torna ora nello staff dopo una breve parentesi con un Matteo Berrettini in fase calante.

Ora, tolto il velo della narrazione all’italiana – quella che trova sempre un modo per dire che “non è colpa di nessuno” – il fatto è evidente: Ferrara e il fisioterapista Naldi si erano assunti la responsabilità e, di conseguenza, erano stati allontanati. Oggi, uno dei due è di nuovo al suo posto. Tutto normale?

Perfino lo stesso Sinner, agli US Open 2024, dichiarava di voler attorno a sé solo “aria pulita”. E allora, qualche domanda viene naturale – retorica, ma inevitabile: Federer, Nadal, Djokovic o Alcaraz si sarebbero comportati allo stesso modo? E cosa si sarebbe scritto, qui in Italia, se fosse stato Alcaraz a richiamare uno dello staff responsabile di averlo messo nei guai a 23 anni?

Certo, possiamo leggere la mossa come un gesto di perdono o di riconoscenza. Ma sportivamente e professionalmente resta una scelta difficile da spiegare.

La vicenda Clostebol, peraltro, ormai sembra non interessare più né al nuovo tifoso con canottiera e piedi sul divano, né al giornalismo da comunicato stampa, entrambi schierati a difesa della nuova religione nazionale. E pensare a cosa si sarebbe detto e scritto se il nostro fosse nato dieci chilometri più a est, appena oltre il confine di San Candido.

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