Il 20 marzo di ogni anno viene celebrato il Giorno Mondiale della Felicità. Questa giornata internazionale è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 2012 per riconoscere l’importanza della felicità e del benessere come obiettivi universali dell’umanità. Questo non è un tema esistenziale nuovo e già nel 1776 la Dichiarazione di Indipendenza Americana l’aveva rivendicata quale diritto inalienabile di ogni uomo.

Ma è veramente possibile individuare nella felicità lo scopo della vita? E quali ripercussioni psicologiche ci possono essere nel fare ciò?

Queste sono domande di grande attualità nel lavoro di un professionista della salute mentale perché sempre più persone, nel cercare sostegno, chiedono esplicitamente di essere aiutate a essere felici. È una richiesta comprensibile, certamente, ma a volte sottende delle aspettative erronee spesso racchiuse nell’idea che un terapeuta possa “estirpare magicamente” sensazioni e sentimenti indesiderati vissuti come un intralcio al raggiungimento di una spensierata serenità.

Jordan Peterson

Jordan Peterson, psicologo e psicoterapeuta, nei suoi libri e in numerosi seminari (facilmente trovabili anche su Youtube) afferma che ricercare la felicità come obiettivo a sé stante è un’idea che non può sostenere il confronto con la realtà umana: se lo scopo della vita fosse solamente quello di essere felici, gli inevitabili dolori e sofferenze che si incontrano lungo il percorso condurrebbero esclusivamente alla più insensata e opprimente disperazione esistenziale. Le motivazioni che ci accompagnano nei nostri sforzi non dovrebbero escludere le pene, ma dovrebbero accettarle come parte ineludibile della realtà individuale e riconoscerne il valore trasformativo e psicologico. Ciò non è però sempre evidente e, come fossimo in una fiaba, finiamo per focalizzarci solo sul “e vissero felici e contenti”, perdendo di vista tutti gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento del desiderato lieto fine che, da originaria tradizione dei fratelli Grimm, non è per nulla scontato.

Nella moderna società che ci bombarda costantemente di immagini pubblicitarie che presentano piacere e benessere a portata di portafogli o che ci richiede di essere sempre sorridenti e gioviali per essere apprezzati e accettati dagli altri, non sorprende che molte persone riferiscano di sentirsi in difetto per il fatto di provare ansia, tristezza o depressione. Sono state delegittimate tutte quelle sensazioni che, per il fatto di essere spiacevoli, sono state erroneamente scartate e svalutate, come se fossero inutili. In un clima simile è quindi inevitabile che una delle reazioni più comuni sia quella di evitare, tacere o negare ciò che ci fa soffrire invece di affrontarlo ed entrarci in autentico contatto.

Dobbiamo invece parlare con le nostre emozioni, anche se indesiderate, angoscianti o strazianti e ascoltare cosa hanno da dirci perché, anche se è difficile vederlo, possono racchiudere qualcosa di cui non siamo ancora consapevoli.

Una delle immagini più forti di questo invito ad accogliere anche tutte le sfumature dei nostri vissuti è stata fatta da Carl Gustav Jung in Processo di Individuazione: “Non dobbiamo cercare di liberarci da una nevrosi, ma piuttosto fare esperienza di quello che significa per noi e di quello che ci insegna. […] Non siamo noi a guarirla, ma è lei che ci guarisce”.

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