Di ritorno dalla spedizione olimpica, abbiamo incontrato Lucia Scardoni. Nata nel Comune di Bosco Chiesanuova, rappresenta le Fiamme Gialle e la Nazionale Italiana da più di un decennio nel circuito di Coppa del Mondo e nelle principali rassegne nazionali e internazionali. Con lei abbiamo parlato di Beijing 2022, ma prima di tutto della sua esperienza di atleta professionista, dagli esordi fino ad oggi.

Scardoni, com’è cominciata questa avventura?

«Come tutti a Bosco Chiesanuova. Quando ho imparato a camminare, nello stesso momento ho anche messo gli sci ai piedi. Nel mio paese lo sci di fondo rappresenta lo sport a cui tutti vengono iniziati, non ho mai pensato di praticarne un altro. Degli esordi agonistici ricordo l’atmosfera dello sci club, un bellissimo gruppo. Uno dei periodi più belli della mia vita e, a maggior ragione, non potevo ipotizzare di dedicarmi ad attività diverse. Le origini del mio essere atleta nascono da lì.»

Quando lo sci è diventato qualcosa di più di un gioco?

«Ho cominciato a sentirmi una professionista nell’animo verso i 15 anni, quando ho iniziato a partecipare a gare internazionali. In realtà, in via ufficiale lo sono diventata quando sono entrata a far parte delle Fiamme Gialle nel 2010, ma per riuscire ad accedervi devi pensare e comportarti da professionista già ben prima, altrimenti non riesci a superare la selezione. I posti sono pochi.»

Come funziona l’accesso ai Corpi di Stato per un atleta?

«È un concorso pubblico. Devi fare richiesta e presentare la domanda con in dettaglio tutti i tuoi risultati sportivi. Poi vieni chiamato a Roma dove devi superare delle visite e test fisici e psicologici. Il punteggio che determina l’assegnazione dei posti viene calcolato in modo diverso a seconda del Corpo e della disciplina, ma di sicuro le medaglie ai campionati italiani assoluti contano molto, poi i piazzamenti in Coppa Europa e altre manifestazioni internazionali.»

Ha sognato di fare la sciatrice professionista da subito o è stato un percorso naturale, quasi inevitabile?

«Fin da piccola ottenevo risultati, vincevo. Ho avuto un percorso gratificante da subito, prima a livello locale, fino ad arrivare poi ai campionati italiani. A quel punto ho davvero iniziato a capire che il professionismo sportivo poteva essere la mia vita sul serio. Ormai sono passati circa una quindicina d’anni, con gli occhi di adesso però posso dire che avere partecipato ad un gruppo sportivo affiatato, stimolante e divertente mi ha spronato, mi ha incentivato a perseguire quella strada.

Per lei cosa significa praticare sci di fondo?

«Credo che una delle caratteristiche particolari di questo sport sia il fatto che ci sono tantissimi mezzi per allenarsi. Specie d’estate puoi scegliere tra bici, corsa, ski roll e altri. Alla fine, è un’attività molto varia, sempre all’aria aperta, mi piace per questo. In altre discipline questa possibilità di variare non c’è. Inoltre, apprezzo molto di aver avuto la possibilità di girare il mondo, conoscere tante persone, ma questo è tratto comune di tanti sport.»

In questi anni lo sci di fondo, come molti altri sport, è cambiato molto. Evoluzione dei materiali, metodologie di allenamento, format diversi delle competizioni, tutto è mutato. Come giudica questo mutamento?

«Come atleta soprattutto da gare sprint, senza dubbio questi cambiamenti mi hanno avvantaggiata. In generale però, a livello televisivo lo sci di fondo oggi è più spettacolare, più avvincente. Sono evoluzioni positive. In conseguenza delle modifiche di regolamenti e format delle competizioni è molto mutata la costituzione degli atleti. Oggi si punta sulla potenza, c’è più ricerca dello sviluppo della forza e le piste sono anche più dure.
Da un punto di vista tecnico, si punta molto sulla rapidità del piede, si accorcia il movimento alla ricerca della massima espressione di potenza. Un tempo si sciava più lungo. Finlandesi e norvegesi rappresentano in questo momento lo stile esemplare, sono un modello da imitare.»

Nella sua carriera fin qui, c’è stato un momento chiave di svolta?

«Ricordo che due anni fa, nella gara d’esordio stagionale, sempre molto delicata, mi sono qualificata nella gara sprint con il primo tempo. Per me è stato un momento importante, ho acquisito consapevolezza. Dato che la fase di qualifica non è mai stata la più congeniale alle mie caratteristiche, ho avuto modo di credere più in me stessa.»

Ha partecipato a due olimpiadi, le ultime due in Corea del Sud e Cina. Che bilancio traccia?

«Alle mie prime Olimpiadi di Pyeongchang 2018 ero arrivata felicissima. Coronavo il sogno di qualsiasi atleta, ero già appagata dal solo fatto di partecipare. L’ho vissuta come un’esperienza. La gara sprint a tecnica classica era andata anche piuttosto bene, ma alla rassegna olimpica ci sono arrivata libera di testa, senza particolare ansia di risultato. Di contro, erano olimpiadi organizzate in Corea del Sud, luogo privo di quella tradizione che riesce a creare una vera e propria atmosfera olimpica. Il tifo era assente, percorrevamo chilometri senza che nessuno ci sostenesse. Eravamo quasi sempre sole sul percorso di gara. In più il villaggio non era gran cosa e l’organizzazione così così.»

E a Pechino?

«A Beijing 2022 sono partita più consapevole. Ero felice di partecipare, però la vigilia è stata strana, travagliata. Quest’anno, infatti, non sono mai riuscita a raggiungere una forma ottimale, sono stata malata parecchio. Anche alla vigilia della partenza non ero al top. In gara ho dato tutto, ma non ci si improvvisa. Ho faticato all’inizio della spedizione olimpica nelle gare di esordio, poi negli ultimi giorni stavo piuttosto bene. Nella staffetta sprint a squadre mi sono tolta delle soddisfazioni. Al contrario di Pyeongchang, a Pechino l’organizzazione è stata perfetta, ma non è servito a compensare, anche qui, la mancanza di tradizione e di atmosfera.»

Lucia Scardoni in gara alle recenti Olimpiadi di Beijing 2022

C’è qualche momento olimpico, una “cartolina” che si porterà con sé come ricordo?

«Di sicuro la medaglia d’argento conquistata da “Chicco” Pellegrino. Per me è stato un momento di particolare emozione. Vederlo lì sul podio a festeggiare una medaglia di grande valore sportivo è uno di quei momenti che ricorderò.»

Federico Pellegrino, uno di quelli che non è rimasto ad aspettare che cambiassero le cose in Italia, ma che è emigrato per migliorarsi. Lo avrebbe fatto al suo posto?

«Beh, lui lo può fare perché è Chicco, uno che vince e che ha delle possibilità di partecipare a gruppi di lavoro di elite a cui non tutti possono ambire. Però, se qualche anno fa mi avessero chiamato, sì, con tutta probabilità lo avrei fatto. Forse adesso no, non metterei più lo sci di fondo davanti alla famiglia. Pellegrino in ogni caso ha fatto bene a ricercare nuovi stimoli, ad uscire dall’ambiente che c’è qui.»

Le prossime Olimpiadi si terranno in Italia. Appena finita la rassegna di Beijing 2022 c’è stata la corsa a chiedere agli atleti azzurri maturi e più rappresentativi se proseguiranno l’agonismo per altri quattro anni. Cosa ne pensa?

«Cambia molto se questa domanda la si fa a un uomo o a una donna. Per evidenti motivi è diverso. Nell’invitare l’atleta a proseguire l’attività, c’è sempre la superficialità di dire: “vai bene, magari vinci. Cosa ti costa andare avanti quattro anni?”. Così facendo però, si trascurano e banalizzano i sacrifici che stanno dietro alle prestazioni di ogni atleta. Credo non sia mai legittimo mettere pressione in questo modo, in un certo senso si scarica sull’atleta la responsabilità di un suo abbandono e delle conseguenze che ciò comporta sui risultati di un team, di una nazionale.

Come agire diversamente?

«Bisognerebbe pensare a mettere le basi per il futuro, chiedersi perché dietro agli atleti vincenti, i Federico Pellegrino o le Dorotea Wierer, non ci sia un gruppo giovane pronto a raccogliere il loro testimone. Appare scontato che i grandi atleti di oggi diano lustro al movimento e a chi lo rappresenta, ma bisogna pensare di più al domani.»

Nello sci di fondo italiano i risultati scarseggiano: da atleta come valuta questo momento?

«Non vedo un futuro di altissimo livello per questa generazione che si sta affacciando al mondo professionistico e di vertice. Stiamo raccogliendo quello che si è seminato in questi anni. Dopo la generazione d’oro di una Stefania Belmondo e di una Arianna Follis, c’è stato un buco generazionale. Insieme ad altre mie coetanee, siamo arrivate ancora dopo e non abbiamo avuto nessun esempio di vertice a cui ispirarci, da cui trarre gli stimoli migliori. Anche adesso è un po’ così.
Nel panorama femminile italiano manca l’atleta di punta che traini il movimento. Più in generale però oggi non c’è l’ambiente e la mentalità giusta per portare la nostra squadra nell’elite mondiale. Il nostro sistema è basato troppo su interessi politici, relazioni. In tutto il sistema c’è molta falsità. Ognuno tende a tenersi il proprio posto. Però così non si fa il bene del movimento. Bisognerebbe cambiare tutto, allenatori, dirigenti, il sistema nella sua interezza.»

Lucia Scardoni in divisa Fiamme Gialle durante una fase di salita

Se lei fosse dietro a una scrivania a dirigere il suo sport, Cosa farebbe subito per cambiare la rotta?

«Farei venire in Italia un allenatore straniero che sia al di fuori dei legami e della rete di conoscenze. Che sia professionale, che imponga un nuovo sistema e parta senza preconcetti. La professionalità ci manca tanto.
In seconda battuta, entrando nello specifico dell’attività sportiva, a mio avviso occorre proporre metodologie di allenamento diverse da quelle attuali. Molti allenatori, anche se giovani, si sono radicati nelle loro convinzioni, non è la mentalità giusta. Occorre osservare i più forti e prendere esempio, spunti di lavoro. Da noi in pochi lo fanno.»

Le manca una vita diversa, basata su scelte più tradizionali?

«Mi manca la quotidianità, quella classica della sera in cui si torna a casa, della sveglia tutte le mattine, magari alla stessa ora e nello stesso posto. Si, a volte mi manca. Sono sempre con la valigia in mano. Passo pochi week end a casa, anche in quelli non si è del tutto liberi, c’è da allenarsi. D’estate poi è impensabile fare la classica settimana al mare sotto l’ombrellone.»

Oggi avrebbe qualche consiglio da dare a una bambina o ragazza che si avvia all’agonismo?

«Direi di prenderlo più come un gioco, senza pensare troppo, senza doversi sentire ed essere professionista troppo presto. Alla fine, guardando all’indietro, ho preso questo sport troppo seriamente da subito. Gli scandinavi hanno una cultura diversa, tendono a privilegiare il puro divertimento fino ad una certa età. Credo che sia l’approccio migliore.»

Di stagioni in Coppa del mondo ne ha fatte tante, e questo sport nel passato è stato coinvolto in vicende di doping. Crede che si possa arrivare a dominare facendo uso di sostanze e con pratiche illecite?

«Sono arrivata ad alto livello con le mie forze, quindi credo che si possa vincere senza utilizzare il doping. Lo credo e lo voglio credere, altrimenti non avrebbe senso competere, lottare per migliorarsi e inseguire delle posizioni più alte in graduatoria. Ogni tanto qualche dubbio viene, la mano sul fuoco non la metto per nessuno, però sono convinta che si possa eccellere senza aiuti illeciti.»

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