Le sale cinematografiche hanno formalmente potuto riaprire dallo scorso 26 aprile, ma non tutte si sono trovate pronte per quella data. Abbiamo parlato con Nicola Patuzzo, direttore artistico del cinema-teatro Capitan Bovo di Isola della Scala, per capire come una piccola realtà, molto attiva nella propria comunità, riesca a rispondere a questa fase.

Capitan Bovo: un nome, un programma. Da dove proviene?

«Nel 1931 la parrocchia di Isola della Scala ha deciso di aprire un cinema-teatro e dedicarlo alla memoria del capitano Luigi Bovo, concittadino che si era distinto per l’impegno profuso in attività benefiche. La struttura ha lavorato fino al 1985, anno in cui è stata chiusa per poi riaprire nel 2004, grazie alla volontà di un’associazione, diventando una Sala della comunità del circuito ACEC, l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema.»

Parlare con un esercente cinematografico aiuta a capire le abitudini del pubblico. Spesso c’è chi guarda un film senza sapere ciò che sta dietro alla “macchina cinema”. Macchina che aveva smesso di lavorare per via delle restrizioni…

«Si è fermata una filiera e la proiezione non è che l’ultimo anello di una lunga catena. Si è bloccato un mondo che dà lavoro a molte persone, persino quello dei trasporti cinematografici.»

Trasporti cinematografici?

«Un film può approdare in sala in tre modi: tramite satellite, tramite la fibra, oppure su supporto hardware – ovvero un hard disk contente il dcp del film, il file che solo un proiettore cinematografico può leggere. Molte piccole sale di Verona e provincia non dispongono di una connessione tanto potente, quindi fanno affidamento su un corriere che si occupa di recapitare i film alle strutture. Ma non si tratta dell’unico fermo drastico: anche le biglietterie si sono fermate, così come le tipografie che si occupano della stampa delle locandine.»

Nicola Patuzzo, direttore artistico del cinema-teatro Capitan Bovo di Isola della Scala

Quando una macchina si ferma a lungo, i suoi ingranaggi non possono tornare a lavorare dal nulla. Per quanto bella, cosa ha significato la notizia delle riaperture il 26 aprile?

«Anzitutto, noi esercenti dobbiamo rifarci alle distribuzioni, che decidono quali film far uscire in sala e quali invece designare allo streaming. Poi c’è una questione molto più concreta, quella appunto del dcp: per averlo bisogna mettere in moto l’agenzia regionale e i magazzini annessi. Riaprire il 26 aprile, per una struttura come la nostra, sarebbe stata una corsa contro il tempo, ma posso comprendere la decisione. Si è trattato di una riapertura strategica, a ridosso degli Oscar. Non è infatti un caso che, in queste settimane, non siano usciti blockbuster, bensì film d’essai che puntano ad un pubblico di nicchia. E questa è una cosa positiva, perché pur con orari inconsueti dettati dal coprifuoco gli appassionati sono tornati al cinema. Gli ultimi dati Cinetel fanno ben sperare.»

I numeri parlano chiaro: da anni a questa parte gli ingressi in sala hanno avuto tendenze negative. Si è percepito questo calo?

«Sono numeri che vanno interpretati. Ci stanno dicendo che la sala oggi non può più essere un luogo esclusivamente adibito alla proiezione, ma deve puntare a molto di più. A differenza di un multiplex, dove il film è spesso associato ad attività collaterali di merchandising e ristorazione, in una sala periferica è il fulcro della programmazione. Ciascuna sala ha dovuto “interpretare” il pubblico che la frequenta, capirne le esigenze.»

E questo lo potremmo considerare un vantaggio delle piccole sale?

«Decisamente. La sala di provincia è un presidio culturale, senza la quale certi film non otterrebbero i risultati che di fatto ottengono. Un caso nazionale è stato Free Solo, un documentario che narra di un uomo che a mani nude ha deciso di scalare El Capitan. Questo film, Oscar al miglior documentario, è arrivato in Italia grazie a un distributore indipendente e il biglietto aveva un costo piuttosto elevato, ma le sale hanno scelto di promuoverlo attraverso canali specifici, come gruppi di alpinismo e giornali specializzati. Hanno fatto marketing in tutto e per tutto, e ha funzionato. Il film, pur avendo programmazione limitata, ha fatto lievitare il botteghino nazionale.

Ecco, episodi come questo accadono grazie alle piccole sale, che proprio perché piccole possono sperimentare. Ma c’è di più: l’avvento del digitale ha fatto esplodere le produzioni indipendenti, che fino a qualche anno fa dovevano per forza interfacciarsi con una distribuzione per arrivare in sala. Oggi, con il digitale, sono tutti più agevolati. Ci capita spesso di essere contattati da piccoli produttori che gestiscono autonomamente la distribuzione dei loro stessi film.»

Una distribuzione che immagino verrà studiata ad hoc per il pubblico, magari annessa alla presenza del regista in sala che racconti i retroscena del film, che instauri un dialogo con lo spettatore.

«Molte sale di periferia, alle proiezioni “da sbigliettamento”, associano anche cineforum e visioni speciali. Il pubblico di fiducia partecipa volentieri a simili iniziative. Questo affetto si è manifestato anche durante la chiusura. Il Bovo, in collaborazione con il Cinema Teatro Santa Teresa, ha coinvolto gli habitué in un ciclo di incontri online con registi, sceneggiatori e montatori. È stato un tentativo di alfabetizzazione del pubblico, per capire tutto ciò che sta dietro alle due ore di film che lo intrattengono mentre è in sala.»

L’esterno del Capitan Bovo a Isola della Scala, Verona

Quando è arrivata la televisione, alcuni hanno parlato di morte del cinema. Eppure oggi continuiamo ad andarci. Sarà lo stesso per lo streaming?

«Persino quando si è passati dalla pellicola al digitale qualche purista ha gridato alla tragedia. In realtà, in termini economici, ha aumentato lo sbigliettamento. La stessa cosa è probabile che accada per lo streaming: se saremo in grado di sfruttarne le potenzialità, non ci sarà nulla di cui preoccuparsi, anzi. Tutto ciò che riguarda la valorizzazione del film si presta eccome alle opportunità digitali. Se prima era complesso portare il pubblico a conoscere di persona un regista, oggi è tutto più semplice, perché con una videochiamata lo si raggiunge ovunque. L’intervento dell’autore tramite la “sala virtuale” ha un valore enorme per chi ama il cinema e i suoi retroscena.»

Quando si potrà tornare al Capitan Bovo?

«Ci siamo presi del tempo per garantire massima sicurezza al pubblico che tornerà in sala. Ci stiamo occupando della sanificazione dei condotti di areazione, che verranno portati ad una classe superiore. Le proiezioni ripartiranno con ogni probabilità verso la fine di maggio.» 

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