Non importa se splende il sole o se il freddo avvolge la piazza. Ogni giovedì, dalle 18 alle 19, in piazza Bra, a Verona, le volontarie dell’associazione “Donne in Nero” protestano silenziosamente. Sono donne diverse per età e percorsi personali, unite da una stessa esigenza: esprimere, attraverso il silenzio e il lutto, il proprio rifiuto della guerra e delle stragi. Non ci sono slogan gridati, né comizi, ma solo i loro corpi vestiti a lutto e i manifesti che espongono ai passanti. È una presenza discreta, ma riconoscibile, che settimana dopo settimana torna nello stesso luogo.

L’associazione “Donne in nero”, che ha preso ispirazione dalle donne israeliane che già dagli anni ’80 protestavano contro i propri governi perché sottraevano i propri figli per impiegarli nei diversi fronti medio-orientali, non ha una sede; la casa delle Donne in nero, per così dire, è quell’appuntamento settimanale: un’ora in cui incontrarsi, stare insieme e rendere visibile un dolore che riguarda le vittime dei conflitti armati e le popolazioni coinvolte nelle guerre.

Le donne che partecipano sono amiche, sorelle, conoscenti o, semplicemente, persone che sentono di condividere lo stesso disagio davanti alle immagini e alle notizie provenienti dalle tante aree del mondo attraversate dai conflitti. Il loro abito, rigorosamente nero, diventa così un segnale di lutto, ma anche di vicinanza verso chi ha perso la vita. Quella delle “Donne in Nero” è inoltre una presenza inserita in una più ampia rete di associazioni e realtà che supera i confini veronesi, perché altre sorelle in nero sono presenti in tutte le città italiane, tante europee o sparse in varie altre parti del mondo, per incontrarsi, dialogare e collaborare. Una rete che permette di condividere iniziative e riflessioni e mantenere vivo quello che le partecipanti definiscono un “grido silenzioso”.

L’esperienza delle “Donne in Nero” di Verona affonda le sue radici nel 1991, in occasione della guerra in Iraq, quando anche gli italiani, sotto l’egida dell’ONU, hanno partecipato alla guerra per rovesciare il governo di Saddam Hussein con la famosa “Guerra del golfo”. L’intenzione era quella di manifestare pubblicamente, ma senza ricorrere alla parola, il proprio dissenso nei confronti della guerra.

Da allora quell’appuntamento non si è mai interrotto. Le guerre sono cambiate, così come sono cambiati i luoghi e gli scenari internazionali, ma non è venuta meno la ragione che porta queste donne in piazza. «Da allora il mondo è stato travolto da feroci eccidi», raccontano le donne in lutto, ricordando come negli ultimi anni i conflitti abbiano continuato a provocare vittime e sofferenze tra le popolazioni civili. Ed è proprio davanti a questa continuità della violenza che il loro appuntamento ha assunto, con il passare degli anni, un significato ancora più forte.

Ogni giovedì, dunque, piazza Bra diventa, per un’ora, il luogo di una testimonianza senza parole. Le donne restano in silenzio, vestite di nero, mentre i manifesti raccontano ciò che loro scelgono di non urlare. Un’ora soltanto. Ma ripetuta ogni settimana, da oltre trent’anni. Un modo per dire che dietro i numeri delle vittime, dietro le immagini delle distruzioni e dietro le notizie quotidiane, ci sono persone, famiglie e comunità. E che quel dolore, per queste donne, non può diventare semplicemente un’abitudine.

Chi ha visto NAZA, il documentario presentato alla Mostra di Venezia, difficilmente può rimanere indifferente davanti alle immagini e alle storie che raccontano la violenza della guerra sulle popolazioni civili. Il film porta lo spettatore dentro una realtà nella quale il conflitto non è soltanto una successione di bombardamenti e distruzioni, ma una ferita che entra nelle case, nelle famiglie e soprattutto nella vita dei bambini.

Allo stesso modo accade quando ogni giovedì si assiste all’urlo silenzioso delle «donne in nero», simbolo del dolore e del lutto. La loro protesta può suscitare sentimenti profondi: paura, angoscia, rabbia e repulsione di fronte alla sofferenza inflitta a persone che non hanno alcun ruolo nelle decisioni che conducono alla guerra.

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