Lea Ypi, scrittrice e filosofa politica, ha dialogato l’11 settembre scorso a Mantova con il giornalista Christian Elia intorno al suo nuovo libro, Dignità (Feltrinelli, 2026). Il pubblico del Festivaletteratura si presta da trent’anni a riflettere sui problemi del presente senza arrivare a semplificazioni, come è avvenuto anche in questo incontro. Il romanzo è un memoir che intreccia fatti e memorie personali con gli accadimenti dell’Albania. In particolare, oltre alla ricerca d’archivio compiuta dall’autrice sui rapporti tra polizia segreta, spie comuniste e testimonianze di tribunale, figurano anche i ricordi personali della sua nonna, Leman.

Il punto di partenza del libro è una fotografia in bianco e nero comparsa quasi casualmente sui social. È il 1941 e nell’immagine Leman, la nonna di Ypi, è sulle Alpi insieme al marito Asllan: sono giovani, eleganti, in viaggio di nozze, mentre intorno a loro l’Europa è attraversata dalla guerra. Quella fotografia incrina però il racconto familiare con cui Ypi è cresciuta, secondo il quale le tracce della giovinezza della nonna sarebbero andate perdute nei primi anni del regime comunista albanese. Da qui prende avvio la ricerca dell’autrice sulla vita di Leman e, attraverso di lei, sulla propria storia familiare.

L’indagine porta indietro fino al mondo dell’aristocrazia ottomana da cui proveniva Leman, cresciuta a Salonicco come nipote di un pascià e poi trasferitasi, appena diciottenne, a Tirana. Qui incontra Asllan Ypi, socialista vicino al Fronte Popolare, in una famiglia a sua volta attraversata dalle contraddizioni politiche dell’epoca. La vicenda privata si intreccia così con la costruzione dell’Albania moderna, il declino dell’Impero ottomano, la crisi economica, le due guerre mondiali e infine l’affermazione del comunismo nei Balcani.

Ma ricostruire la vita di Leman significa anche confrontarsi continuamente con ciò che non può essere ricostruito con certezza. Ypi si muove tra documenti della polizia segreta, deposizioni processuali, ricordi familiari e immaginazione, facendo della ricerca sulla nonna anche un’interrogazione sul rapporto tra verità e memoria.

Un’indagine tra dignità e indegnità

Sottotraccia, nel libro, corre un’indagine filosofica su cosa sia la dignità e l’indegnità, l’altra faccia della medaglia. Non a caso, il titolo inglese, lingua in cui scrive l’autrice, oltre l’albanese, è proprio Indignity. La dignità è la ragione fulcro delle nostre azioni, per l’autrice: «È lo scarto fra il nostro ideale e ciò che vediamo realizzato».

Nel corso del dialogo sono emerse riflessioni sul concetto di cittadinanza che, per Ypi, è troppo sbilanciato sul significato di nazione, a favore delle destre al potere, e presenta dei limiti perché non considera le situazioni ibride. Elia ha sottolineato il rigore accademico e la geografia emotiva dell’autrice, chiedendole come sia riuscita a produrre una lingua che contenesse entrambi.

Il valore della memoria del singolo

Gli archivi non sono mai neutri, ha sottolineato l’autrice, perché esprimono il pensiero dominante e forse c’è più verità nella finzione romanzesca perché raccoglie tanti punti di vista. Ma, di contro, il valore della memoria del singolo quanto può essere universale e affidabile?

Sul rapporto amichevole fra il nostro Paese e l’Albania Ypi non ha usato mezzi termini e con lucidità ne ha tracciato i limiti. L’Italia ha fatto costruire i centri di accoglienza per migranti in Albania e risulta, a tutti gli effetti, un gesto di impronta coloniale eppure l’Albania elogia la politica italiana. Ne consegue che l’approccio albanese sia puramente strategico per guadagnarsi la fiducia dei partiti di destra europei e poter finalmente farne parte.

Quanto ai suoi figli, che vivono in Gran Bretagna, dove lei stessa vive e lavora, cerca in tutti i modi di crescerli con la consapevolezza di essere cittadini del mondo.

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