«Non respiriamo più». Matilde Pallavicini apre così il panel “Il Verde che ci cura” del 13 settembre a Festambiente. I numeri le danno ragione. Verona è l’undicesima città più inquinata d’Italia per il PM10. È la nona per il PM2.5. «I problemi li conosciamo bene», spiega. «Ora conosciamo anche le soluzioni. Dobbiamo attuarle». Tecnologie, rinnovabili, filtri industriali. Ma anche la natura. Le piante riducono l’inquinamento, aiutano ad adattarsi al clima che cambia, sostengono la biodiversità. E fanno bene alla salute, fisica e mentale.

A mantenere vivo il panel, assieme a Matilde, Claudio Micheletto, Pneumologo in ZetaMedica e Direttore dell’UOC di Pneumologia Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona, e Letizia Proserpi, laureata in Medicina e Chirurgia a Pavia, medica e divulgatrice scientifica.

La diagnosi di Micheletto

A moderare è Antonio Bottega di Heraldo. La prima parola va a Claudio Micheletto, direttore della Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona. I dati che porta sono pesanti. Lo scorso anno l’inquinamento ha causato almeno 300mila morti in Europa. In Italia almeno 70mila.

Per questo l’Unione Europea ha rivisto i limiti. La normativa del 2024 chiede agli Stati di adeguarsi entro dicembre. Il 30 agosto le società scientifiche hanno scritto ai ministri Pichetto Fratin e Schillaci. La richiesta: nessuna deroga. Il nuovo limite giornaliero di PM10 scenderà da 50 a 45 microgrammi per metro cubo. I giorni di sforamento consentiti passeranno da 36 a 18. Verona, nel primo semestre 2026, ne ha già accumulati 40. «In sei mesi abbiamo più del doppio dei giorni consentiti», osserva Micheletto. «E con il vecchio limite, non con il nuovo». Dal 2030 arriveranno limiti vincolanti anche per il PM2.5.

Il motivo è scientifico. Le polveri sottili non colpiscono solo i polmoni. Dagli alveoli entrano nel sangue. Incidono sulle malattie cardiovascolari e, secondo le ultime evidenze, anche su quelle neurologiche. «Non si parla più di salute respiratoria. Si parla di salute». L’asma riguarda circa il 20% della popolazione pediatrica. Negli anni Sessanta erano percentuali quasi inesistenti. Micheletto non è ottimista: «Dicembre è dietro l’angolo. Temo che si chiederà una proroga».

Il 30 agosto le società scientifiche dell’area respiratoria hanno scritto ai ministri Pichetto Fratin e Schillaci per chiedere di non farlo. Ma per l’Italia, secondo i nostri politici, pagare le sanzioni potrebbe costare meno (in termini di consenso) che cambiare.

Bottega allarga lo sguardo alla mobilità. In Italia circolano 700 auto ogni mille abitanti. La media europea è sotto le 500. «Dimezziamo le auto e triplichiamo i servizi pubblici», propone. Ma le piste ciclabili funzionano solo se qualcuno le usa. Il cambiamento riguarda tutti. Quest’ultima osservazione è un chiaro rimando al rifacimento della mobilità cittadina veronese, specie sul discorso “piste ciclabili” che hanno sollevato non poche problematiche tra le vie del centro.

Foto generata dall’intelligenza artificiale

Il caldo che isola

C’è poi il clima. Il 2026 ha battuto il record del 2003. Pallavicini ricorda che la soglia di un grado e mezzo è già stata superata. Le isole di calore sono sempre più intense. Micheletto racconta cosa significa in ambulatorio. Un paziente anziano, cardiopatico, è rimasto chiuso in casa per due mesi. «Un isolamento tipo Covid». Usciva solo alle sei del mattino. Il caldo sottopone il cuore a uno stress enorme. Gli accessi al pronto soccorso crescono con le ondate di calore. D’estate si aggiunge l’ozono, irritante per le vie respiratorie. E l’aria condizionata, «un male necessario», porta con sé rischi come la legionella. Il messaggio è chiaro: questa estate non è un’eccezione. «Qualche esperto dice che rimpiangeremo l’estate del ’26».

Le soluzioni però ci sono. Pallavicini cita il progetto eVrgreen, coordinato dall’Università di Verona con il patrocinio del Comune. Partito nel 2023, si chiuderà nel 2027. Nuove stazioni misurano inquinamento e calore. L’obiettivo è individuare gli hot spot urbani. E intervenire lì, con forestazione e manutenzione mirate. «Il verde non è tutto uguale», avverte. Serve una pianificazione condivisa, con forestali, botanici ed esperti diversi. I cittadini partecipano, anche con il biomonitoraggio tramite licheni.

Fuori dall’Italia c’è Parigi. Tra il 2007 e il 2024 ha dimezzato le concentrazioni di biossido di azoto. Si può fare. Eppure la legge di bilancio 2026 ha tagliato del 75% i fondi per l’aria pulita. Nel triennio, 240 milioni in meno sui 320 previsti. «E proprio quando si vedevano i primi risultati».

La natura come medicina

Bottega individua una causa strutturale. Le città sono cresciute privilegiando suolo consumato, auto e rendita immobiliare trascurando il rapporto del cittadino con la natura, la biodiversità. Ricorda le case del piano Fanfani. Ogni condomino aveva il suo orticello. A fine anni Sessanta quegli spazi sono diventati garage. Oggi ne paghiamo il prezzo.

Letizia Proserpi, medica e professionista di terapia forestale, parte dal pensiero sistemico. «Siamo abituati a ragionare per compartimenti stagni». Un albero non è solo ambiente. È salute, economia, società. Le città vanno progettate da urbanisti, medici, economisti, sociologi, botanici. Insieme.

Gli studi, spiega, sono recenti in Occidente. La terapia forestale nasce in Oriente. Una ricerca sulle città europee indica che più vegetazione urbana può ridurre fino al 4% la mortalità prematura. «Sembra poco. È tantissimo». Bastano 120 minuti a settimana in natura, con benefici massimi tra 200 e 300. Scendono pressione e frequenza cardiaca. Cala il cortisolo, l’ormone dello stress. Si riducono ansia e depressione. E non serve la foresta: basta un parco urbano. Non serve nemmeno fare sport. Anche stare fermi funziona.

Proserpi cita uno studio sugli asili finlandesi. Su 75 bambini tra i 3 e i 5 anni, è bastato arricchire il suolo del cortile. Il microbiota dei piccoli è migliorato. Sono cambiati anche i marcatori immunitari. Negli adolescenti il verde migliora memoria e attenzione e aiuta a regolare le emozioni. Con ricadute anche sui costi del sistema sanitario. E stare in natura rende più inclini a comportamenti sostenibili e solidali.

La locandina del panel

Scuole senza verde

Il tema delle scuole riporta tutto a Verona. Pallavicini presenta un’indagine di Legambiente sugli istituti cittadini. In molte scuole elementari il verde pro capite resta sotto i 5 metri quadrati. Alcune scuole non ne hanno affatto. «Il verde che vogliamo è pubblico», sottolinea. Perché solo chi ha auto e risorse può fuggire in montagna. «Vogliamo che stiano bene tutti e tutte». È giustizia climatica.

Proserpi porta un modello: la scuola biofilica di Gressoney-La-Trinité, in Valle d’Aosta. L’ha ideata Giuseppe Barbiero, del Laboratorio di Ecologia Affettiva dell’Università della Valle d’Aosta. Interni con colori tenui, elementi naturali, tante lezioni all’aperto. Dopo tre anni, i bambini recuperano più in fretta dalla fatica mentale. E cresce il loro legame con la natura. «Gli effetti non si vedono dall’oggi al domani», avverte. Servono costanza e quotidianità.

«Ottimi spunti per i programmi elettorali per le prossime elezioni amministrative veronesi» concordano relatori e pubblico.

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