Il prezzo del petrolio da sempre subisce oscillazioni consistenti, per lo più a seguito di guerre e crisi geopolitiche, e i prezzi di benzina e gasolio ne hanno sempre seguito parallelamente l’andamento. Nel 2026, però, il prezzo alla pompa dei prodotti raffinati sembra “impazzito”, con aumenti ben superiori a quelli giustificati dalla pura variazione del costo della materia prima. Cosa è successo al mercato?

Da un sistema energetico verticale a uno globale.

Fino a qualche decennio fa il settore petrolifero era un sistema integrato verticalmente: ogni compagnia vendeva, attraverso la propria rete commerciale, i prodotti finali usciti dalle proprie raffinerie. Per effetto anche della globalizzazione, oggi le compagnie petrolifere commerciano consistenti quantità di prodotti finiti. Gasolio, benzina e jet fuel hanno conquistato un proprio mercato, i cui prezzi all’ingrosso sono registrati e monitorati in tempo reale su piattaforme private; la più rilevante in questo momento è la eWindow di Platts. In condizioni normali di mercato tali prezzi risultano abbastanza in linea con i costi e i margini industriali; non è più così in situazioni di crisi.

Il punto di svolta non è stato il conflitto russo-ucraino, ma i più recenti attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. A partire dall’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea aveva progressivamente vietato, con le sanzioni, l’importazione diretta dalla Russia di gas metano, petrolio e prodotti raffinati. Restava però una scappatoia: Paesi terzi come Turchia e India acquistavano petrolio russo, lo raffinavano e vendevano i prodotti finiti ai Paesi europei. Questo meccanismo ha contribuito a limitare le tensioni sui prezzi dopo le prime oscillazioni.

Guerre per il petrolio e petrolio per le guerre

Solo con il 18° pacchetto di sanzioni l’UE ha vietato, a partire dal 21 gennaio 2026, di acquistare prodotti raffinati ottenuti in Paesi terzi a partire da petrolio di origine russa. Ai Paesi europei non restava che dirottare parte degli acquisti verso l’area del Golfo. Con una tempistica forse non del tutto casuale, a febbraio 2026 iniziavano gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il conflitto ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, interrompendo un flusso di prodotti petroliferi pari a circa il 20% di quello mondiale. Inoltre, la controffensiva iraniana si è concentrata sugli obiettivi energetici dei Paesi del Golfo che ospitano basi americane. L’Iran ha colpito e gravemente danneggiato terminali petroliferi e raffinerie di Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain.

In questo contesto Saudi Aramco, la compagnia petrolifera di Stato dell’Arabia Saudita e una delle più importanti al mondo, a causa dei danni alle proprie raffinerie e alle infrastrutture, ha ridotto drasticamente le esportazioni di gasolio. Analogamente, per i danni inflitti alle proprie raffinerie dagli attacchi di missili e droni ucraini, la Russia ha razionato le vendite di gasolio e ha iniziato a importare prodotti raffinati da India e Turchia.

Il collo di bottiglia delle rafffinerie

È interessante notare che, nonostante i conflitti che hanno coinvolto Paesi esportatori di petrolio, il prezzo del greggio – dai 70-72 dollari al barile precedenti al conflitto con l’Iran – dopo varie oscillazioni si è stabilizzato intorno ai 100-105 dollari. Anche la Cina, riducendo i volumi di acquisto, ha contribuito a calmierare il prezzo del petrolio. Ciò che invece è letteralmente esploso è il prezzo del gasolio, che in Italia impatta in modo particolarmente pesante sul sistema dei trasporti delle merci, ancora quasi interamente basato sulla gomma.

In realtà il nostro Paese, pur avendo ridotto la capacità di raffinazione negli ultimi vent’anni, produce più gasolio e benzina di quanto richieda il fabbisogno interno. Pur essendo un importatore di petrolio, l’Italia è un esportatore netto di gasolio. Questo fatto, però, non incide quasi per nulla né sulla disponibilità del prodotto né sul prezzo interno, che è determinato dagli scambi internazionali.

Gli immeritati straordinari profitti delle compagnie petrolifere

Poiché il costo tecnico della raffinazione è rimasto sostanzialmente stabile, mentre il margine di raffinazione (crack spread) è aumentato in misura eccezionale a causa della scarsità di prodotti finiti, i profitti delle compagnie petrolifere sulla vendita dei raffinati sono diventati molto elevati. Si tratta di rendite generate da uno squilibrio fisico di mercato, amplificate dalla componente finanziaria e speculativa. Il tetto ai prezzi di benzina e gasolio deciso da Eni in questi giorni sulla propria rete di vendita italiana è la conferma indiretta di quanto elevati siano diventati tali margini.

Il petrolio e i suoi derivati restano il motore primo dell’economia. Non sfugge che molti conflitti traggono origine dall’accaparramento di questa risorsa e che le parti in lotta hanno reciprocamente l’obiettivo di distruggere le infrastrutture energetiche dell’avversario. Il sistema economico mondiale si è legato a una fonte energetica altamente inquinante per l’ambiente e per il clima, costantemente esposta a speculazioni di mercato e a guerre.

Sottrarsi al petrolio e sviluppare il più rapidamente possibile le energie rinnovabili è ormai una questione strategica essenziale.

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