È stato ormai certificato dal Consiglio nazionale delle ricerche che l’estate 2026 è stata la più calda di sempre, almeno dal 1950 a oggi. Se poi scendiamo a livello locale, l’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto ha definito l’estate meteorologica 2026 come la più calda della serie di dati Arpav, con una temperatura media di 23.5 °C superiore di 2.8 °C rispetto alla norma climatica 1991-2020 di riferimento.

Nei mesi che ci siamo da poco lasciati alle spalle, abbiamo raggiunto temperature elevatissime, superando in molte zone d’Italia i 40 °C. I fiumi hanno toccato il minimo della loro portata d’acqua causando siccità e l’aumento della desertificazione. Se non bastasse, nel caso del Po il mare è risalito di 20 chilometri lungo il corso del fiume mettendo in difficoltà l’agricoltura.

Nelle pochissime giornate di tregua concesse dall’anticiclone africano siamo stati colpiti da temporali violenti con bombe d’acqua e grandine, venti fortissimi che hanno causato danni ingenti alle case e all’ambiente con alberi divelti.

Le brutte notizie, di per sé già a sufficienza, non si fermano qui. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) ha affermato di recente che la soglia di aumento delle temperature di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali – limite posto dall’accordo di Parigi del 2015 durante la COP21 sottoscritto da quasi 200 Paesi – verrà superato e che ora la sfida è quella di tentare di limitarne il superamento.

Eppure da parte di chi governa, non solo in Italia, nulla di concreto è stato fatto per far marcia indietro. Anzi. I combustibili fossili, tra le principali cause dei gas serra, rientrano ancora come elementi importanti per la crescita dell’economia.

Foto da Unsplash di Val Vesa

Chi ne soffre di più di questo riscaldamento globale, provocando danni irreparabili, è la risorsa più importante che abbiamo: l’acqua. Imari e gli oceani hanno assorbito più del 90% del calore aggiuntivo generato dalle emissioni di gas serraprodotte dalle attività umane. I mari fino a oggi ci hanno in qualche modo protetto da quel riscaldamento globale che noi stessi abbiamo causato, limitando i danni per quelli che come noi abitano la terra ferma. Ma la capacità di continuare ad assorbire calore e anidride carbonica non è infinita e sta già mostrando i suoi effetti negativi sugli ecosistemi marini.

E ancora. Jeremy Rifkin – economista e sociologo tra i più influenti al mondo – nel suo ultimo libro «Pianeta acqua» (Ed. Mondadori) scrive: «Quello che pensavamo di sapere sulla nostra casa nell’universo è sbagliato. Ci siamo convinti di vivere su una terraferma, mentre la verità è che abitiamo un pianeta d’acqua, e ora l’idrosfera, che per seimila anni abbiamo canalizzato, privatizzato, sfruttato e avvelenato, si sta ribellando e minaccia di provocare la sesta estinzione di massa sulla Terra».

Il Mediterraneo, il mare di casa nostra, è l’esempio di un luogo dove la crisi climatica si manifesta con effettiche diventano particolarmente intensi. E noi ne subbiamo le conseguenze.

Il Mare Nostrum, infatti, si sta riscaldando a una velocità superiore alla media globale con effetti diretti sul ciclo dell’acqua e sull’equilibrio del bilancio idrico nazionale. A dirlo è il rapporto 2026 «Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia» di Italy for Climate – Fondazione per lo sviluppo sostenibile (www.italyforclimate.org) – che analizza i nessi tra la crisi climatica e la risorsa idrica mettendo in evidenza come l’acqua sia oggi uno degli elementi più esposti agli effetti del cambiamento climatico. Un focus di questo rapporto è stato dedicato proprio al Mar Mediterraneo dove la temperatura media superficiale cresce da decenni e negli ultimi anni ha superato stabilmente il valore record di 20 °C. Un mare più caldo occupa più spazio per effetto della dilatazione termica e a questo si deve aggiungere il flusso costante di acqua proveniente dallo scioglimento dei ghiacciai. Il risultato? Un innalzamento del livello di 12 centimetri registrato negli ultimi trent’anni. Numeri che possono sembrare piccoli, ma che si traducono in conseguenze concrete e già visibili. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) conta quasi mille chilometri di coste in progressivo arretramento dovuto anche a causa dell’innalzamento del livello dei mari. Il rapporto porta come esempio il livello del mare nella laguna di Venezia che rispetto al periodo preindustriale è già salito di 41 centimetri. Gli eventi di acqua alta, le maree che superano gli 80 centimetri, erano una rarità, poi sono diventati una ricorrenza e infine quasi una routine. Meno di 50 all’anno fino al 1960, poi 100 nel 2002, poi 150 nel 2010. Nel 2024 si è superato per la prima volta il tetto dei 200. Ogni record è distante dall’altro appena qualche anno e questa velocità preoccupa gli scienziati.

Il Mediterraneoche conosciamo sta scomparendo velocemente, oggi assomiglia sempre più a un mare tropicale che ospita nuovi abitanti, le cosiddette specie aliene invasive attratte dalle temperature crescenti e agevolate negli spostamenti dal commercio mondiale via nave. Ma il cambiamento dell’ecosistema marino, fa presente il rapporto di Italy for Climate, non dipende solo dall’innalzamento delle temperature. Circa un quarto di tutta l’anidride carbonica emessa dall’uomo è finito in mare, dove si trasforma in acido carbonico, aumentando così l’acidità delle acque già oggi del 30-40% rispetto ai livelli preindustriali. Un cambiamento chimico che impatta direttamente sulle specie marine a partire dai coralli, alterando catene alimentari costruite nel corso di milioni di anni.

Il clima cambia e i danni in vittime ed economici aumentano. Sempre il rapporto di Italy for Climate stima in danni nel nostro Paese per gli eventi meteoclimatici estremi tra il 1980 e il 2024 in 145 miliardi di euro, causando quasi 57 mila vittime. L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti ed è seconda dopo la Germania.

A livello europeo, c’è scritto nel rapporto, gli eventi estremi dal 1980 hanno causato perdite economiche per 812 miliardi di euro, di cui circa il 50% da alluvioni, il 25% da grandinate e raffiche di vento e il 25% da siccità e incendi, con una forte accelerazione negli ultimi anni: un quarto di tutti questi danni sono avvenuti negli ultimi 4 anni. Restando in Italia, tra il 2019 e il 2025 in cinque regioni del nord si sono concentrati il 60% di tutte le precipitazioni eccezionali. Al primo posto c’è il Veneto, con quasi 1.600 eventi estremi registrati negli ultimi sei anni, poi la Lombardia (oltre 1.200).

Si riduce la disponibilità d’acqua. Secondo l’Ispra stiamo già assistendo in Italia a una progressiva riduzione della disponibilità media annua di acqua: siamo passati dalla media di 166 miliardi di metri cubi all’anno del periodo 1921-1950 ai 135 metri cubi del periodo 1991-2020, registrando una riduzione di circa il 20% nell’arco di un secolo. Anche la media del periodo 2021-2025 – pur non essendo pienamente confrontabile poiché si tratta solo di cinque anni – non fa ben sperare, complice anche un 2022, l’anno più siccitoso di sempre, in cui il nostro Paese ha toccato il minimo storico: solo 67 miliardi di metri cubi di risorsa rinnovabile.

Foto da Unsplash di Sofia Melendez

© RIPRODUZIONE RISERVATA