Quanti e quali Amleti vediamo, quando noi guardiamo Amleto? 

Questo per dire che il dramma del principe di Danimarca, dramma che si potrebbe anche riassumere sinteticamente con “Amleto deve vendicare la morte del padre e non ci riesce”; in realtà diventa opera-mondo, dove uno “gnommero” complesso di trame e sottotrame, menzogne e complotti, intrighini e intrigucci dietro “l’arazzo della strage degli Innocenti” (come ben aveva intuito Carmelo Bene), ci porta a vedere qualcosa di vasto e inafferrabile.

Amleto è colui che tentenna, l’uomo rapido di pensiero ma lento di corpo, l’esitante, il filosofo di Wittenberg; ma è anche il malinconico, il critico, il fool, il clown finito per sbaglio in una tragedia, il corruttore di parole, il maestro di non-sense, l’uomo dalla fragilità emotiva che porterà prima alla pazzia e poi alla morte della donna amata.

Amleto è un enigma. L’uomo moderno testimone impotente di fronte al “giardino non sarchiato che va in seme”.

Da Amleto ad amletico è un attimo, in effetti.

Ma oltre ad Amleto c’è tutto quanto ruota attorno ad Amleto e che mette a dura prova ogni regista che debba dare coerenza a una sorta di dramma polifonico e centrifugo.

C’è la ghost story, con il fantasma di Amleto senior (sì perché abbiamo un Amleto padre e un Amleto figlio), che passeggia a mezzanotte sugli spalti di Elsinore; abbiamo la Trappola per topi, lo spettacolo che Amleto regista mette in scena per cogliere in fallo il proprio zio e la propria madre; c’è la scena di follia floreale che tanto ispirò il melodramma francese; ci sono Rosencrantz e Guildenstern, con i loro spin-off, e ci sarebbe pure una riflessione sulla guerra e la sua inutilità (dove troviamo in quel di Norvegia un Fortebraccio padre e un Fortebraccio figlio).

E tanto altro ancora, compreso il monologo più citato e meno capito della storia del teatro.

Di tutto questo cosa ne fa Filippo Timi, nel suo Amleto2, in scena al Teatro Romano il 10 e 11 settembre? Ne fa qualcosa di amletico, nel senso più estremo, ludico e imprevedibile del termine.

Prima di tutto, quello che io ho visto la sera dell’11 è un possibile Amleto2 – considerando che l’opera vive e si trasforma in varie edizioni dal 2009.

Essendo la sensazione di work in progress forte, potrebbe anche essere che la mia visione sia stata quella di qualcosa di unico e irripetibile (come dovrebbe essere il teatro sempre).

Detto ciò, l’operazione di Timi (mattatore, sceneggiatore e regista) è sulla carta molto interessante: prendere il canovaccio di Amleto, selezionare un po’ di battute da Shakespeare, inserire Marilyn Monroe come elemento esterno straniante e porre se stesso come capocomico/demiurgo, privilegiando di Amleto il lato Trickster, da briccone divino, la figura trasgressiva che infrange l’ordine così rivelandolo.

Quindi la scelta è scopertamente metateatrale, con varie contaminazioni, innestando la Pantera Rosa, Battisti e perfino il Grande Puffo.

Tutti sono dietro un sipario rosso e a loro volta dentro una gabbia.

La dimensione è circense, ma anche claustrofobica.

Amleto è il despota di questo setting claustrofobico, dove tutti sono costretti a interagire, cercando più o meno di mostrarsi fedeli al copione del Bardo, mentre il protagonista si pone come elemento continuo di disturbo.

Per dire, lo spettacolo si apre con la bellissima voce di Timi fuori campo, in una dimensione da Hamlet Suite (di Carmelo Bene, appunto), per poi dare spazio a un monologo di Marilyn davanti al sipario, per poi aprire la scena su Amleto che si accarezza voluttuosamente con Laerte lascivo in mutande.

Queste sono le tre direttive dello spettacolo: l’Amleto onirico e lunare, l’Amleto surreale, l’Amleto bisex e burattinaio. E ovviamente, da qui in poi, il pubblico lo intuisce, tutto è possibile.

Ma in questa follia, come avrebbe detto Polonio (se ci fosse stato in scena), c’è del metodo.

Le scelte di Timi sono molto più filologiche di quanto si possa pensare.

All’inizio Amleto si lamenta che siamo dei topi e il tema del topo è un tema che ossessiona il dramma originale, da Polonio ucciso dietro l’arazzo perché scambiato per un sorcio a Claudio che chiama Gertrude la sua “topina” (“Lascerete ancora che il gonfio re vi tenti di nuovo a letto, vi pizzichi le guance con lascivia, vi chiami la sua topina?”), fino al già citato Mouse Trap.

Il fantasma di Amleto è interpretato da Marilyn e la scena finisce per diventare uno scambio di baci incestuosi e queer. Ma il tema dell’incesto è un tema del dramma, tanto nella lussuria di Claudio che giace con la propria cognata, quanto nelle ossessioni erotiche di Amleto sulla propria madre (“No, certo, ma seguiteranno a vivere nel sudiciume … Nel sudore e nel puzzo di un letto unto – inseminato –, e marcire nel vizio, fare le moine, e l’amore”), per non parlare della descrizione che l’Amleto di Shakespeare fa della bellezza irresistibile del proprio padre (“Un portamento simile a Mercurio, messaggero degli dèi, appena disceso su un colle che bacia il cielo”).

E così via.

Cosa funziona alla grande in questo spettacolo: tutti i momenti poetici, lirici, dove Timi può dar sfoggio del suo ingegno visionario, del velluto sontuoso della sua voce, del suo talento istrionesco.

Il monologo di Ofelia, incinta, sospesa nel vuoto, sotto una pioggia di bolle di sapone è stato uno dei momenti più toccanti dello spettacolo. Timi nei panni di Gertrude (una Cibele/Mater Matuta, con una gonna gigantesca, e gambe al posto delle braccia) a dialogare con il doppio di Amleto da giovane (un efficace Gabriele Brunelli) è stato un momento grottesco di grandissima potenza scenica.

Ho riso di gusto nei tentativi goffi di Marilyn di uccidersi con la statuetta dell’Oscar. Il post credit dopo gli applausi, con il momento disco tra attori e attrici (e Grande Puffo!) è stato esaltante.

E lo spettacolo sicuramente scorre strabordante, pop, in piena estetica acida, come davvero certi allestimenti di C.B. (una terza volta dovevo nominarlo, trattandosi di Amleto).

Cosa non funziona, secondo me?

Paradossalmente non funziona Filippo Timi in tutti i suoi momenti gigioneschi, di improvvisazione, di dialogo con il pubblico.

Ho sentito battute su Vannacci, su un presunto figlio transessuale di Salvini, ho sentito battute con vari accenti (dal portoghese al meridionale). Il pubblico rideva di gusto, gli applausi erano generosi, ma io mi sentivo in una situazione dissonante, dove sicuramente mi sono sentito la persona sbagliata nel posto sbagliato.

Timi dice che per essere storici “bisogna essere contemporanei”. E sono d’accordo. Ma la sua contemporaneità a me suona forse superficiale. Mi va bene, e non mi disturba quando gli inserti sono inserti legati al mondo di oggi, fatto di parcheggi, icone camp, palloncini e barattoli di Nutella, tutto questo ha una sua coerenza e una sua forza. A me disturba quando a Timi piace vincere facile. Lo diceva anche Luca Bizzarri in un suo spettacolo: basta dire Salvini e il pubblico ride. Non bisogna costruire chissà che. Ecco, le battute di Timi sono battute da comico toscano, quei comici toscani, secondo le sagge parole di Stanis La Rochelle, che “hanno devastato il nostro paese”. Battute a livello basico, estemporanee, battute da animazione turistica. Dire “fruttolo” per interrompere la dichiarazione d’amore di Ofelia può avere un suo (non) senso, ma poi si rischia che non si prenda più sul serio nulla (e il dramma è un dramma da prendere sul serio). Per cui la gente ride con Ofelia e con Marilyn, anche quando forse non dovrebbe.

Ma ripeto, ride il pubblico. E di gusto. E ride soprattutto Timi. Alle sue battute. Prima di dirle, durante e dopo. Sono i momenti in cui Timi si sposta un po’ dalle parti del BarLume, a cui la fama di Timi è in parte legata (ma ricordiamo che Timi è anche il disturbante e grandioso protagonista della serie Dostoevskij).

Paradossalmente, Monroe e la Pantera Rosa sono amletici, Timi che chiama l’applauso del pubblico a fine monologo per lamentarsi che i veronesi non sono reattivi, no.

Ridere alle proprie battute non è un problema per me, è un problema per Amleto, cito: “E fate in modo che quelli che interpretano i vostri buffoni non dicano più di quanto sia stato scritto per loro, perché ce ne sono alcuni che si mettono a ridere essi stessi, per indurre a ridere anche un certo numero di spettatori sciocchi, mentre magari proprio in quel momento dovrebbe essere considerato qualche punto importante del dramma. È una cosa spregevole e mostra una miserabile ambizione nel buffone che se ne serve.”

Passando agli attori e alle attrici, di Timi in parte ho già detto. È bravo. A tratti bravissimo. È un animale da palcoscenico. Tiene il pubblico in pugno e gli fa fare quello che gli pare. Non tutte le intenzioni per me sono buone. Forse il problema, per la mia sensibilità, è il Timi regista di sé stesso.

Marina Rocco interpreta Marilyn e lo fa con grandissima intelligenza, sapendo sempre alternare momenti comici (i meglio riusciti nello spettacolo) con momenti in cui mostra i suoi lati ombra e preannuncia il suo triste destino (un dettaglio notevole, le gambe di Marilyn sono striate di sangue).

Elena Lietti fa Ofelia: è toccante, asciutta, non carica i toni, non cerca l’effetto, è l’Ofelia perfetta per questo spettacolo e per uno spettacolo più tradizionale.

Molto bravo Gabriele Brunelli, versatile in vari ruoli, ora intenso come Amleto giovane, ora spaesato e goffo come sentinella, ora Laerte prestante, ora Claudio in doppia veste, prima showman (con esposizione dei lombi) e poi creatura da incubo.

Bellissime le scene, bellissimi i costumi. Luci e musiche potenziano e valorizzano le idee registiche, specie quelle più immaginifiche e dissonanti.

Lo spettacolo è una bella operazione intellettuale. È un corpo a corpo intelligente con il testo e un format che potrebbe durare altri vent’anni.

Non tutto torna. Non tutto mi convince. Ma va bene così.

Il mistero prismatico di Amleto e dei vari Amleti è comunque restituito.

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