In un Lido veneziano la cui umidità ha raggiunto livelli da Paese tropicale, ci pensa Werner Herzog, con il suo ultimo film di finzione, a raffreddare gli umori del pubblico – aiutato, va detto, dalla gelida aria condizionata delle sale della Mostra. Non perché Bucking Fastard sia un brutto film, tutt’altro, ma per la naturalezza con cui disattende continuamente le aspettative, trascinando lo spettatore verso territori che, fino a un momento prima, sembravano impensabili.

La vicenda è nota: due sorelle gemelle di York si innamorano perdutamente del loro vicino di casa. Un sentimento che si trasforma presto in ossessione e le conduce in tribunale, chiamate a rispondere delle ritorsioni compiute dopo aver scoperto che l’uomo è sposato. Nella prima parte il film sembra uscito direttamente dalla fantasia di Shirley Jackson: Rooney e Kate Mara, entrambe strepitose, interpretano due figure dal fascino gotico che poco hanno da invidiare a Merricat e Constance di Abbiamo sempre vissuto nel castello.

Poi Bucking Fastard cambia pelle. Lo sguardo di Herzog si allontana progressivamente dalla cronaca giudiziaria per concentrarsi sulla condizione di castrazione identitaria vissuta dalle gemelle. Al tribunale si sostituisce la montagna; allo scontro frontale con la società, la ricerca di uno spazio più alto e remoto nel quale poter finalmente vivere in armonia con la natura. Herzog sembra quasi giocare con il pubblico, alternando registri e generi fino a lambire quel documentario che ha sempre rappresentato l’altra anima del suo cinema. La dedica iniziale a David Lynch è commovente. E quando nel film qualcuno afferma che «tutti dovrebbero scavare un tunnel in una montagna», viene spontaneo pensare che anche David Lynch avrebbe apprezzato.

Dalle montagne all’Isola di Pasqua, fino a un reparto di psichiatria adolescenziale

Wild Horse Nine

Santiago, 1973. Il governo democratico di Salvador Allende sta per essere rovesciato da un colpo di Stato. Sull’Isola di Pasqua, intanto, due killer al soldo della CIA si preparano a offrire il proprio contributo alla “causa” statunitense in Cile.

Nel cinema di Martin McDonagh si torna dunque su un’isola e, soprattutto, tornano due sicari come protagonisti. Il richiamo a In Bruges è inevitabile, ma questa volta i morti si contano sulle dita di una mano. Perché in Wild Horse Nine la morte non è più soltanto materia di un divertissement grottesco rappresentando invece il cuore stesso del racconto: la morte del corpo, quella dell’anima e, infine, quella di un ideale. D’altronde, per fare la rivoluzione – suggerisce un John Malkovich in grande spolvero – è necessario un fucile. Forse lo stesso che il suo personaggio potrebbe aver imbracciato in quel celebre novembre del 1963 a Dallas. E se a Malkovich basta un’arma, a McDonagh, parafrasando Godard, bastano un fucile e due killer.

Tant’è che Wild Horse Nine è un buddy movie sotto mentite spoglie, con una sceneggiatura e una regia dal ritmo alleniano e un profluvio di battute che non lascia respiro allo spettatore, se non in qualche sparuto momento di riflessione in cui lo spettro della morte si insinua tra i personaggi, scoperchiando la patina scanzonata del film e rivelando un sarcofago ricolmo dei fantasmi della Storia, rigorosamente Made in USA.

15/18

Siamo nel reparto psichiatrico di un ospedale pubblico che accoglie ragazzi e ragazze tra i quindici e i diciotto anni. Un microcosmo attraversato da personalità, traumi e desideri differenti, che Cédric Kahn osserva attraverso gli strumenti del cinema del reale europeo: come se Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman incontrasse il rigore e la prossimità dello sguardo dei fratelli Dardenne.

La macchina da presa si sposta da un paziente all’altro, assecondandone le oscillazioni emotive tra l’euforia giovanile e gli abissi della depressione, fino a soffermarsi su Éloïse ed Enzo. Tra i due basta uno sguardo perché nasca un amore assoluto, accompagnato dal sogno di una fuga da novelli Bonnie e Clyde.

Kahn racconta esistenze spinte verso l’autodistruzione, dietro le quali affiora quasi sempre un disagio maturato all’interno del nucleo familiare. Storie che appaiono autentiche fin dal primo momento, sostenute dalla precisione della scrittura e da uno sguardo che non giudica né cerca facili spiegazioni ma richiede solo ascolto. Probabile premio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA