A otto anni da Vaia, il ciclone extratropicale che tra il 27 e il 30 ottobre 2018 ha colpito il Nord Italia con raffiche di vento eccezionali, piogge battenti e mareggiate, il conto dei danni resta impressionante. Solo in Veneto, la tempesta ha provocato lo schianto di oltre 15 milioni di alberi.

Dopo il Trentino-Alto Adige, la Regione Veneto è stata la seconda più colpita con 11.758 ettari di bosco danneggiati, concentrati prevalentemente nelle province di Belluno (7.800 ettari) e Vicenza (3.700 ettari), secondo i dati del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MIPAAF).

Oggi, a distanza di anni dagli interventi d’emergenza e dai piani di ricostruzione, abbiamo fatto il punto sulla situazione nell’area del Comelico nel Bellunese insieme a due voci da diversi campi: Cesare Lasen, geobotanico e biogeografo, e Iolanda Da Deppo, antropologa e coautrice, insieme a Daniela Perco, del libro Vaia. La tempesta nella memoria (Cierre edizioni, 2024).

Le misure post-emergenza, i ritardi e l’incubo del bostrico

Dal punto di vista ecologico, il giudizio di Cesare Lasen sulle misure adottate è severo: gli interventi sono stati tardivi, insufficienti e spesso dannosi. Per il geobotanico si è persa la possibilità di adottare una pianificazione locale mirata, favorendo invece un’operatività generalista. 

«Questo non è un discorso risolvibile in termini generali, ma comprensorio per comprensorio, versante per versante», spiega Lasen. «Alcune amministrazioni sono state più brave o più fortunate delle nostre. Sta di fatto che, oltre ai ritardi nel prelevare gli schianti e i tronchi messi a terra, si è successivamente innestato il problema dell’infestazione da bostrico — il coleottero che devasta l’abete rosso — che era stato ampiamente previsto. Per cercare di rimuovere il legno morto prima dell’attacco dell’insetto, sono state costruite nuove strade e piste forestali che, in molti casi, hanno causato al suolo e all’ecosistema danni persino superiori a quelli causati da Vaia stessa. Pensiamo alla distruzione di biotopi umidi nel basso Agordino: ferite che non si rimargineranno se non in tempi lunghissimi».

Per Lasen, la perdita ecologica è ben più grave di quella visiva: «Il danno naturalistico è superiore a quello paesaggistico. Quest’ultimo ha colpito comprensibilmente i nostri cuori e le nostre coscienze, ma il paesaggio si rimargina; la perdita di biodiversità no».

Se il danno ecologico misura l’impatto sull’ecosistema, Iolanda Da Deppo evidenzia come le ferite di Vaia siano state anche relazionali e identitarie: «La trasformazione improvvisa dei luoghi ha generato un profondo spaesamento», sottolinea l’antropologa. «Le persone hanno faticato a ritrovare la familiarità nei propri spazi quotidiani, perdendo quel senso di immediatezza e sicurezza che il paesaggio offriva».

La “rivolta” della natura e il senso di colpa delle comunità

Nelle interviste condotte da Perco e Da Deppo tra il 2021 e il 2023 nelle comunità colpite, emerge un elemento ricorrente: la percezione dell’evento come una forma di risposta o “punizione” naturale.

«C’è un diffuso senso di colpa», nota Da Deppo. «Molti hanno interpretato Vaia come una rivolta della natura contro un essere umano troppo invadente e artificiale. Questa visione da un lato riconosce la forza dell’ambiente, dall’altro riflette un’idea antropocentrica: se la natura ci punisce, è perché l’uomo crede ancora di esserne il centro».

Questa lettura si divide poi in due visioni opposte: da una parte le comunità locali, che in maggioranza hanno espresso il desiderio di «lasciar fare alla natura»; dall’altra la visione politica e burocratica. 

I tempi della politica contro i tempi del bosco

La divergenza fondamentale rimane quella cronologica. I tempi della natura non coincidono con quelli della politica. «L’amministratore pubblico ha l’esigenza di mostrare risposte immediate, di far vedere che ha preso decisioni e aperto cantieri», osserva Lasen. «Ma la ricrescita di un bosco segue ritmi decennali. Si è persa una grande occasione per avviare monitoraggi e studiare la rinnovazione naturale spontanea, che produce boschi misti molto più resistenti e resilienti rispetto ai rimboschimenti artificiali di abete rosso». Risultati poi i più vulnerabili a Vaia e al bostrico. 

Lasen sottolinea come i servizi ecosistemici vengano puntualmente messi in secondo piano a favore del guadagno economico a breve termine. A questo si aggiunge la differenza nella gestione del legname: mentre province autonome come Trento e Bolzano hanno congelato i piani tagli per evitare di svalutare il materiale, in altre aree si è assistito alla svendita a ditte estere (come dall’Austria). 

L’abbandono del trauma e il ruolo delle Regole

Un aspetto quasi del tutto trascurato dalle istituzioni è stato il trauma collettivo. «Le persone e le comunità sono state lasciate sostanzialmente sole nell’elaborazione di questo evento disastroso», evidenzia Da Deppo. «Nessuno a livello istituzionale si è preso carico del significato emotivo e sociale di questa devastazione, che ha colpito non solo i boschi ma anche le case e le infrastrutture».

In questo vuoto, il senso di comunità è stato riattivato dal volontariato e dalle istituzioni storiche del territorio, come le Regole (i sistemi tradizionali di gestione collettiva della proprietà fondiaria e forestale). Attraverso l’azione spontanea per riportare l’ordine, gli abitanti hanno potuto ritrovare un senso di utilità e reagire allo smarrimento.

Una lezione ancora da imparare

A otto anni da quella notte che ha cambiato per sempre il volto delle Dolomiti e delle Alpi Orientali, troviamo due principali forze in scena. Da un lato la fretta di ripristinare e piantumare per riaffermare il proprio controllo sul territorio; dall’altro c’è la resilienza silenziosa del bosco, che si riprende i suoi spazi con le proprie regole e i propri tempi.

La sintesi migliore rimane nelle parole del professor Cesare Lasen: «Bisogna imparare a lasciare fare di più alla natura. Non è vero che il bosco ha bisogno di noi: siamo noi ad aver bisogno del bosco».

Articolo firmato da Letzy Miranda uscito su Vez.News, partner di Heraldo.

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