Dante sta bene nelle piazze
Da Pietro Alighieri in Piazza delle Erbe a Boccaccio e Benigni: sette secoli di letture, recite e incontri raccontano un Dante che trova la sua vera voce quando torna tra le persone.

Da Pietro Alighieri in Piazza delle Erbe a Boccaccio e Benigni: sette secoli di letture, recite e incontri raccontano un Dante che trova la sua vera voce quando torna tra le persone.

Noi Dante lo immaginiamo sempre un po’ sul suo piedistallo. Monumentale. Poeta da accademie o da biblioteche. Autore da banchi di scuola. Eppure Dante sta bene nelle piazze. In mezzo alla gente. Lo dimostrò nel 2006 a Firenze Benigni con il suo TuttoDante. Migliaia di persone, lo showman che prima spiega il canto intrattenendo il pubblico e poi lo recita a memoria.
Stiamo parlando di un evento estremamente popolare: 13 serate in piazza Santa Croce, con più di cinquemila spettatori e spettatrici per sera. Divulgazione culturale in ampia scala. E credo che Dante ne sarebbe stato ben contento. Dico Benigni per dire uno tra gli artisti più famosi e amati dal grande pubblico. Potevo nominare Vittorio Sermonti, Vittorio Gassman, Carmelo Bene.
Patrono di tutto questo Giovanni Boccaccio, poeta, scrittore, grande studioso della Commedia. Di proprio pugno trascrisse tre copie della Commedia giunte fino a noi, ma abbiamo indizi che possa averne realizzate altre. Sempre a Firenze, nel 1373, alcuni cittadini chiedono a gran voce che qualcuno legga pubblicamente quel «librum qui vulgariter appellatur El Dante» (“Quel libro che volgarmente viene chiamato Il Dante”). Boccaccio è la persona giusta per questo incarico. Il compenso sarà di 100 fiorini per un anno.
Le letture si tengono nella Chiesa di Santo Stefano di Badia, presso la Badia Fiorentina. Da quelle lezioni nasceranno le Esposizioni sopra la Comedia di Dante. E come andò? Alla fine non benissimo. Boccaccio era in cattive condizioni di salute, arrivò soltanto all’inizio del canto XVII dell’Inferno. Ma forse non fu solo un problema fisico. A Boccaccio venne contestata l’operazione in sé da parte di alcuni intellettuali dell’epoca. Dante era poeta troppo elevato per essere divulgato a mercanti e artigiani.
Del resto, già nel 1359 — quattordici anni prima dell’incarico pubblico affidato a Boccaccio — Francesco Petrarca, in una celebre lettera indirizzata a Boccaccio stesso, aveva espresso tutto il proprio fastidio per la fortuna popolare di Dante. Pur dichiarando di ammirarlo e amarlo, se la prendeva con quegli «sciocchi lodatori» che «sciupano e guastano, recitandoli, i suoi versi», lamentando che «il bel volto della sua poesia venga imbrattato e sputacchiato dalle loro bocche». Dante, scrive Petrarca, era ormai diventato celebre «nei teatri e nelle piazze». Ecco di nuovo il Dante monumentale. Il Dante solo per gli eletti. Il Dante d’élite.
Ma il Dante sulle labbra dei contadini che ne recitano a memoria i versi, sulle labbra dei bambini, il Dante portato, raccontato e spiegato nelle piazze o nelle biblioteche, è un Dante vitale, brillante, un Dante che ogni volta rinasce. Fu quella di Boccaccio la prima lettura pubblica di Dante? La prima istituzionalizzata, certamente. Ma quasi trent’anni prima troviamo a Verona una straordinaria testimonianza di Dante portato tra la gente. E a farlo è proprio uno dei suoi figli, Pietro Alighieri, tra i primi commentatori del poema, esule come il padre e ormai pienamente inserito nella realtà veronese. Siamo intorno al 1346. Non si tratta di un incarico pubblico. Non si tratta di un ciclo organizzato.
Pietro viene invitato da Rinaldo Cavalchini, esponente autorevole dell’ambiente culturale veronese, a esibirsi nell’arte paterna, davanti a una cerchia attenta di spettatori («docili…corona»). Sappiamo tutto questo, perché abbiamo un testimone oculare, un poeta e notaio parmense, Moggio Moggi, rifugiatosi a Verona, il quale descriverà l’evento nel suo Carme V, Petro Dantis iudici (“A Pietro di Dante, giudice”). Pietro recita davanti al «popellus» (“popolo”) e tutto ci viene raccontato in presa diretta, attraverso le emozioni dello spettatore poeta.
Quello che leggiamo è di grande interesse. Siamo in Piazza delle Erbe, nel forum, angolo delle botteghe degli orefici (lato dell’attuale corso Sant’Anastasia), un giorno di festa («Festa dies aderat»), verso il tramonto («Vesperta propinquo»). Pietro viene presentato come un cantore, nell’atto di affondare le dita nella dolce lira. L’immagine è classicheggiante. Non credo vada intesa alla lettera. Pietro non legge e commenta brani della Commedia come farà Boccaccio, ma probabilmente recita un proprio componimento in terzine, oggi perduto, nel quale ritroviamo: Caronte, Acheronte, le anime dei morti, i Campi Elisi, il trono di Dio. Moggio aggiunge una nota personale, «Forse nemmeno lo sai: io ero presente».
L’ascolto è emozionante. «Mentre racconti queste cose, scrive Moggi, io ascolto con le orecchie tese e ardo». Non si tratta di un’esegesi degli scritti paterni, ma di una vera e propria performance a partire dalla materia della Commedia. Quello che constatiamo è che già nel pieno Trecento il poema di Dante non vive soltanto nel circuito dei manoscritti e degli studiosi, ma prende voce nello spazio pubblico e urbano. Anche a dispetto degli intellettuali stessi (vedi le contestazioni a Boccaccio).
Prima che Firenze istituzionalizzi la pratica della Lectura Dantis, Verona portava già pubblicamente la materia della Commedia nel cuore della città. E nella lunga fortuna di Dante ritroveremo spesso un doppio binario: il Dante alto inaccessibile del mondo degli addetti ai lavori e il Dante più sanguigno e ruspante che riempie le sale e le piazze di persone che ancora oggi hanno bisogno di ascoltare, capire e mettere in pratica i versi danteschi.
Non dico che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di accedere a Dante. Sicuramente senza l’approccio filologico, storico e critico noi non sapremmo oggi contestualizzare e restituire al meglio il messaggio dantesco. Dall’altro rendere Dante alla portata di tutti e di tutte non è un atto di lesa maestà, ma significa anche prendere sul serio la scelta politica e culturale dell’Alighieri di affidare il proprio poema al volgare, una lingua capace di raggiungere donne e uomini ben oltre il ristretto pubblico dei lettori del latino.
Simbolicamente, sull’asse Piazza delle Erbe – Santa Croce, si toccano tre tappe di questo movimento che avvicina il poema del cielo e della terra al cuore e alla vita delle persone: Pietro a Verona intorno al 1346, Boccaccio a Firenze nel 1373, Benigni ancora a Firenze nel 2006. Da sette secoli Dante viene posizionato sul piedistallo e da sette secoli se ne scappa via per tornare a stare tra le persone.
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