Robotica e intelligenza artificiale, insieme, possono rappresentare la più grave minaccia al sistema economico e sociale attuale. Lo afferma con preoccupazione Bill Gates, noto imprenditore multimiliardario americano e co-fondatore di Microsoft. L’automazione, trainata dall’intelligenza artificiale, potrebbe raggiungere livelli tali da rendere quasi residuale il lavoro umano, non solo quello manuale e ripetitivo.

Verso un lavoro umano residuale

Non si tratta più soltanto della robotica industriale, già presente da decenni nelle catene di montaggio, ma di veri e propri robot – anche di aspetto umano – in grado di sostituire le persone in moltissimi lavori e professioni, e in diversi aspetti della vita quotidiana. I settori più esposti sarebbero l’industria manifatturiera e la logistica, ma anche l’alberghiero, la sanità e l’assistenza agli anziani, il giornalismo, l’agricoltura e i servizi domestici. La prospettiva è di vivere, anche nelle nostre case, accanto a umanoidi al nostro servizio, capaci di svolgere una molteplicità di compiti, ripetitivi e faticosi, anche complessi, di assistenza e compagnia, con i quali si potrà interagire parlando normalmente, come con qualsiasi essere umano.

La storia dell’umanità è una sequenza ininterrotta di avanzamenti tecnologici che hanno progressivamente ridotto la fatica fisica del lavoro e ne hanno aumentato la produttività. In poco più di un secolo le società occidentali sono passate da un’economia prevalentemente agricola a una industriale e, infine, a un’economia dei servizi. Con l’arrivo di nuove tecnologie sono scomparse attività e professioni diventate rapidamente obsolete, mentre molte altre si sono affermate, non senza tensioni sociali.

Una trasformazione sociale troppo rapida e pericolosa

Oggi, però, i processi produttivi guidati dall’intelligenza artificiale rischiano di modificarsi in modo così radicale e rapido da rendere presto il lavoro umano quasi residuale: robot umanoidi che costruiscono altri robot e intelligenza artificiale che produce il software per gestirli. Molti lavori e professioni potrebbero sparire molto più velocemente di quanti se ne riescano a crearne di nuovi, e più rapidamente di quanto una persona riesca a riqualificarsi.

In questo scenario Bill Gates propone di riservare almeno il 40% dei posti di lavoro agli esseri umani, anche quando le macchine potrebbero svolgerli in modo più efficiente. In sostanza, il magnate americano vede la necessità di garantire una “riserva umana” per preservare occupazione, competenze e relazioni sociali. La domanda che sorge spontanea è: perché un multimiliardario americano si preoccupa di questioni squisitamente sociali anziché dei propri interessi economici? Una conversione improvvisa sulla via di Damasco?

Gates non è certo un buon samaritano. La risposta sta probabilmente nella consapevolezza di quanto sia fragile la tenuta sociale. Una disoccupazione che salisse troppo in alto e troppo in fretta potrebbe innescare rivolte che nessun reddito di cittadinanza, per quanto generoso, riuscirebbe a contenere. Perché gli esseri umani non hanno bisogno solo di un reddito, ma di un lavoro che dia dignità, senso e relazioni.

Un nuovo mondo governato dalle Big Tech?

Si tratta di problemi strutturali che riguardano l’economia e la società in un futuro forse non troppo lontano. È lecito chiedersi, ad esempio, che senso avrebbe il primo articolo della nostra Costituzione in un mondo in cui il lavoro umano diventasse residuale. E il denaro? Come cambierebbero il suo valore e la sua distribuzione? Forse si ridurrebbe a una criptovaluta gestita da un algoritmo. Quali sarebbero gli impatti sulle istituzioni statali, sul sistema fiscale e sulla democrazia? Possono sembrare domande distopiche, ma un mondo dominato dalla tecnologia, in cui le persone fossero relegate al ruolo di “riserve umane”, da chi sarebbe governato? Dalle Big Tech?

Intanto, più semplicemente, possiamo chiederci con quale diritto Bill Gates parla di “riserve umane”, e perché proprio del 40%, e non del 20% o dell’80%. E soprattutto: perché dovremmo lasciare queste questioni ai “padroni del mondo”, che già controllano economia, finanza, ricerca, tempo libero e informazione?

Magari sarebbe opportuno riappropriarsi delle politiche economiche, e rivalutare quel vecchio slogan delle battaglie sindacali di decenni fa: «lavorare meno per lavorare tutti». Un motto che conserva ancora tutta la sua visione sociale e attualità.

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