Tra le occupazioni – e le preoccupazioni – dei federalisti europei ha un posto di rilievo il tema del cambiamento climatico e delle strategie per l’adozione di fonti energetiche alternative da mettere in atto in modo coordinato a livello europeo. In attesa di riproporre alla cittadinanza del territorio incontri di conoscenza e approfondimento, qui proviamo a fare il punto dopo l’estate più calda di sempre.

L’estate 2026 ha superato ogni limite. Temperature sopra i 40°C in Spagna, Francia, Italia e Balcani, notti tropicali a Parigi e Berlino, fiumi in secca come Po, Reno e Danubio. Gli incendi in Spagna e Francia hanno distrutto decine di centri abitati, allungando nubi di fumo fino a Madrid e Bordeaux. I servizi meteorologici europei certificano che giugno, luglio e agosto hanno registrato una media di 2,5°C sopra la norma del periodo 1991-2020, battendo il precedente primato del 2022.

Ma il dato più allarmante è che il 2003 — l’anno nero con 70.000 morti in più in Europa — è stato superato, e non di poco. Le città, isole di calore senza scampo, hanno visto crollare la produttività e esplodere i ricoveri per colpi di calore. L’Europa non è più un continente temperato: è in prima linea nella crisi climatica.

Di fronte a questa emergenza, ogni Stato che pensi di cavarsela da solo è condannato al fallimento. La causa primaria dell’aumento della temperatura media, e quindi del nuovo clima che si è instaurato, è nota: l’immissione di 40 miliardi di tonnellate di CO₂ ogni anno. Di fronte a questo fatto, piantare qualche albero o togliere asfalto equivale a mettere qualche pentola in più sotto gli stillicidi del soffitto senza decidersi a riparare il tetto.

Il sole al sud, il vento al nord

Basta guardare una mappa: al Sud, il sole batte senza sosta: la Spagna ha più di 2.500 ore di sole all’anno, la Grecia e l’Italia non sono da meno. Il fotovoltaico qui può produrre 3-4 volte più energia che in Germania o in Poloni, mentre al Nord, il vento soffia forte e costante: la Danimarca copre già il 50% del suo fabbisogno con l’eolico, la Germania punta al 100% rinnovabile entro il 2035, e il Mare del Nord è il regno del vento al largo della costa.

Eppure, ogni Paese gioca in solitaria. La Spagna esporta energia solare a prezzi stracciati verso la Francia, ma la rete elettrica è satura e obsoleta. La Germania ha troppe pale eoliche al Nord e poca capacità di trasmissione verso il Sud. L’Italia fatica a collegare le sue isole (Sicilia e Sardegna potrebbero essere hub solari per tutta Europa), e la Polonia brucia ancora carbone mentre potrebbe importare energia pulita dall’Ovest.

Immaginiamo un’Europa in cui la Spagna diventa la centrale solare del continente, con cavi ad altissima tensione che portano energia in Francia e Germania 24 ore su 24 (grazie agli impianti di accumulo), i parchi eolici del Mare del Nord (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio) alimentano l’industria tedesca e polacca, sostituendo il carbone. l’Italia collega Sicilia e Sardegna alla rete continentale, esportando energia pulita quando il sole picchia forte e importando vento quando il tempo è nuvoloso e la Francia usa i suoi impianti idroelettrici alpini come batterie naturali, immagazzinando energia quando c’è surplus e rilasciandola nei picchi di domanda.

Non è fantascienza: è già in parte realtà. Il progetto “North Sea Wind Power Hub” prevede di collegare dieci Paesi con una super-rete sottomarina capace di distribuire 180 GW di energia eolica (quasi il doppio del fabbisogno italiano). Ma occorre accelerare. La Commissione Europea stima che, con una piena integrazione delle reti, l’UE potrebbe risparmiare 40 miliardi di euro all’anno in costi energetici e tagliare le emissioni del 30% entro il 2030.

Il tempo delle decisioni

I nazionalismi energetici non portano da nessuna parte. Se ogni Paese protegge i suoi interessi, l’Europa resterà frammentata, debole e dipendente da gas e petrolio. Invece, unendo le forze, l’UE può divenire uno dei leader mondiali delle rinnovabili, accanto alla Cina e tenere sotto controllo i prezzi per cittadini e imprese, grazie a un mercato unico dell’energia finalmente integrato.

Il clima non aspetta. L’estate 2026 è stata un campanello d’allarme: il prossimo passo potrebbe essere il collasso. Ma l’Europa ha un’occasione storica: essere il primo continente a zero emissioni fossili. L’alternativa? Non riuscire a sopravvivere.

Serve quindi un piano europeo per la rete elettrica continentale, con investimenti massicci in interconnessioni (ogni euro speso ne vale tre in risparmi e benefici) e la presa d’atto che servono impianti solari ed eolici, anche a discapito di regolamenti paesaggistici. Altrimenti, il paesaggio che si vorrebbe preservare sarà consegnato a un futuro di deserto e cenere.

*Marco Spazzini per MFE Valpolicella

Lettura consigliata:
L’urgenza di agire. Perché e come abbandonare rapidamente le fonti fossili – LuCe Edizioni

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