Le guerre non si sommano. Si richiamano, si influenzano, si rincorrono. Ogni nuovo fronte modifica gli equilibri degli altri e contribuisce ad alimentare quella sensazione di instabilità permanente che attraversa il pianeta. L’impressione è che il mondo stia vivendo una lunga fase di passaggio: il Novecento non è ancora del tutto alle spalle, ma il secolo nuovo non ha ancora trovato un ordine condiviso. Così, mentre cambiano gli equilibri globali, molti dei leader che occupano la scena sembrano impegnati più a difendere il mondo di ieri che a interpretare quello di domani.

È forse questa la chiave di lettura più efficace per osservare il mosaico delle crisi internazionali che si susseguono senza soluzione di continuità. L’invasione russa dell’Ucraina, la guerra in Medio Oriente ormai allargata al confronto diretto tra Israele e Iran, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina non sono vicende autonome. Sono tessere dello stesso quadro, in cui ogni crisi alimenta quella successiva, trascinando il sistema internazionale dentro quella che molti analisti hanno ormai definito “l’età del caos”.

Più che all’inizio di una nuova epoca, sembra di assistere alla lunga agonia di quella precedente. Non a un crollo improvviso, ma a una lenta dissoluzione dell’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra.

Uomini del Novecento

C’è un tratto che accomuna molti dei protagonisti dell’attuale stagione geopolitica. Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu appartengono, ciascuno con caratteristiche profondamente diverse, a una cultura politica figlia del Novecento. Guardano il mondo attraverso categorie che hanno segnato il secolo scorso: la forza degli Stati, le sfere d’influenza, il prestigio militare, il controllo dei territori, la competizione tra grandi potenze.

Perfino Trump, che pure ha rivoluzionato il linguaggio della politica americana, appare espressione di quell’immaginario costruito sull’eccezionalismo degli Stati Uniti. Il suo “America First” assomiglia più al tentativo di restaurare una centralità perduta che alla costruzione di un nuovo ordine internazionale. Anche Putin sembra muoversi nella stessa direzione. La guerra in Ucraina rappresenta, almeno in parte, il tentativo di recuperare lo spazio geopolitico perduto con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, riproponendo una concezione della potenza che affonda le radici nel secolo scorso.

Il punto, però, non è attribuire giudizi morali ai singoli leader. È comprendere che, probabilmente, stanno cercando di rallentare una trasformazione ormai irreversibile.

Se molti protagonisti della politica mondiale sembrano ancora ancorati al Novecento, le idee del futuro potrebbero arrivare da altrove. La Cina rappresenta il caso più evidente. Non tanto perché proponga un modello necessariamente migliore, quanto perché sembra seguire un proprio ritmo storico, differente da quello occidentale. Lo stesso vale, in misura diversa, per altre potenze emergenti, dall’India ai Paesi del Golfo, che stanno ridefinendo gli equilibri internazionali senza condividere automaticamente le categorie politiche europee o americane. Non è detto che il nuovo ordine sarà più stabile o più democratico. Potrebbe anzi essere più competitivo, più frammentato e meno prevedibile. Ma il dato di fondo sembra ormai evidente: il centro di gravità del mondo si sta progressivamente spostando.

L’Unione Europea in crisi d’identità

Anche l’Unione Europea, una delle più importanti costruzioni politiche del secondo dopoguerra, fatica a trovare una propria collocazione in questo scenario. Pensata per garantire pace e integrazione, oggi appare spesso costretta a rincorrere gli eventi, più che a determinarli. Von der Leyen non sembra in grado di fornire una leadership sicura e autorevole e le varie potenze (Germania e Francia su tutti) a tratti sembrano voler prendere in mano le redini della coalizione mentre in altri momenti sembrano voler svicolare da questo ruolo. Tanto da lasciare, almeno nell’immaginario collettivo, in qualche modo alla Spagna di Pedro Sanchez una sorta di leadership carismatica in grado di contrastare (a parole, s’intende) le grandi potenze mondiali che si agitano con le loro guerre a destra e a manca.

Nei prossimi mesi gli Stati Uniti saranno chiamati a un nuovo passaggio politico importante con le elezioni di medio termine. Tuttavia attribuire a quel voto la capacità di cambiare gli equilibri mondiali rischia di essere una lettura riduttiva. Trump potrebbe uscirne rafforzato oppure, al contrario, estremamente indebolito. Ma il fenomeno politico che rappresenta sembra andare ben oltre la sua figura personale.

La crisi della leadership americana nasce da lontano, dal progressivo ridimensionamento dell’onnipotenza economica e geopolitica degli Stati Uniti. Trump ne è probabilmente la manifestazione più visibile, non la causa originaria. E difficilmente chi verrà dopo di lui, qualunque sia il colore politico, potrà invertire da solo una trasformazione storica che dura ormai da decenni.

Donald Trump durante la campagna elettorale a Glendale, Arizona, Gage Skidmore from Surprise, AZ, United States of America, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Il vicolo cieco del Medio Oriente

Anche il futuro politico di Benjamin Netanyahu continua a essere oggetto di discussione. Ma la domanda decisiva resta un’altra: esiste oggi una proposta politica realmente alternativa per affrontare la convivenza tra israeliani e palestinesi? Il nodo non nasce con Netanyahu e, con ogni probabilità, non terminerà con lui. La soluzione dei due Stati, per decenni considerata il riferimento della diplomazia internazionale, appare oggi sempre più lontana dalla realtà. Le trasformazioni intervenute sul terreno, la crescita degli insediamenti, la radicalizzazione del confronto e la sfiducia reciproca hanno reso quel progetto sempre più difficile da immaginare. Finché non emergerà una nuova idea capace di affrontare il problema della convivenza, il semplice ricambio della classe dirigente rischierà di modificare gli interpreti senza cambiare la trama. La democrazia sotto le bombe

Anche l’Ucraina si avvicina a una fase politicamente delicata. L’ipotesi di elezioni durante una guerra pone interrogativi enormi. Come si organizza una consultazione nazionale quando parte del territorio è occupata? Come possono votare milioni di profughi dispersi in tutta Europa? Quali garanzie democratiche sono realmente possibili mentre una parte consistente della popolazione combatte al fronte? Sono domande senza risposte semplici.

Nel frattempo, Volodymyr Zelenskyy continua a incarnare, agli occhi di molti ucraini e degli alleati occidentali, il simbolo della resistenza del Paese. La sua leadership ha modificato anche il rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa. Se all’inizio del conflitto Kiev appariva soprattutto come il soggetto che chiedeva sostegno, oggi è spesso l’Ucraina a dettare il ritmo del confronto diplomatico con gli alleati, forte di un capitale politico e simbolico costruito in oltre quattro anni di guerra.

Le sanzioni e i limiti dell’Occidente

Anche il caso russo offre una riflessione più ampia. All’inizio dell’invasione molti osservatori prevedevano che le sanzioni economiche avrebbero rapidamente piegato Mosca. I fatti hanno raccontato una realtà più complessa.

La Russia ha certamente pagato un prezzo elevato, ma ha anche trovato nuovi mercati, nuovi partner commerciali e nuove forme di adattamento economico. La cooperazione con la Cina, l’India e numerosi Paesi del Sud globale ha contribuito ad attenuare almeno in parte gli effetti dell’isolamento occidentale. Le sanzioni restano uno strumento importante della diplomazia internazionale, ma difficilmente, da sole, sembrano in grado di determinare gli esiti di un conflitto di questa portata.

Forse il pericolo più grande non consiste nella moltiplicazione delle guerre. Quando ogni crisi diventa il preludio della successiva, quando il conflitto permanente entra a far parte del paesaggio quotidiano dell’informazione, si produce una forma di assuefazione collettiva. La guerra smette di apparire come un’eccezione e diventa la normalità del sistema internazionale. Ed è forse questo il passaggio più delicato della fase storica che stiamo attraversando. Perché il giorno in cui l’umanità considera inevitabile la guerra è anche quello in cui smette di immaginare seriamente la pace.

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