Sono 156 le aziende analizzate nel nuovo rapporto sulla presenza di PFAS nei prodotti di origine animale, realizzato dalla Regione Veneto e dall’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ulss. Il Piano è stato avviato sulla base delle risultanze emerse dal precedente piano condotto nel 2016-2017, per monitorare l’andamento dei livelli di contaminazione dei PFAS negli alimenti a distanza di quasi dieci anni.

Sono state prese in considerazione aziende di zone ad alta, media e bassa intensità di contaminazione. Su 156, 148 (93%) presentano valori al di sotto dei limiti di legge, mentre 8 aziende (5%) superano tali limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino. Sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità, si legge in una nota della Regione.

In queste aziende sono state adottate misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge. A causare l’inquinamento delle carni è, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. Le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti. Le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio, e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti.

In generale, sul totale dei 703 campioni elementari analizzati, 680 (97%) sono risultati entro i limiti di legge, dove esistenti, mentre 18 (3%) hanno mostrato valori superiori ai tenori massimi. In 5 campioni (0,7%), prelevati da 3 diverse aziende (2%), sono stati rilevati livelli di PFOS e PFOA che superavano i livelli indicativi al di sopra dei quali è necessario condurre ulteriori indagini per individuare le cause della contaminazione.

La Regione ha fatto sapere che il piano sarà completato con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio.

Le osservazioni della Rete Zero PFAS Italia

La Rete Zero PFAS Italia ha analizzato i dati del report della Regione Veneto e pubblicato un dettagliato documento di osservazioni. «Benché risulti una diminuzione delle concentrazioni di PFOA e PFOS in alimenti come il muscolo suino (che risulta dentro i limiti UE 2022/1431), PFOA e PFOS sono comunque presenti e la media dei valori è sostanzialmente invariata rispetto al precedente monitoraggio (media precedente: 320 ng/kg; media attuale: 300 ng/kg). Mentre per quanto riguarda il muscolo bovino risulta che l’8% di tutti i campioni analizzati contengono PFOS, con valori vicini o superiori (200-690 ng/kg) al limite consentito per legge (300 ng/kg)» afferma la Rete.

«Notiamo inoltre che il valore medio (2080 ng/kg) del PFOA nel fegato di suino è marcatamente elevato e superiore al limite massimo consentito (700 ng/kg) – proseguono le osservazioni –. Non va molto meglio con il fegato di bovino nel quale anche se il PFOA rimane dentro i limiti con valori più bassi rispetto al precedente monitoraggio, per quanto riguarda il PFOS il valore medio di 1650 ng/kg è notevolmente superiore al precedente monitoraggio con un valore medio di 460 ng/kg e con campioni che arrivano fino a 12500 ng/kg quando il limite UE riporta un limite inferiore o uguale a 6000 ng/kg».

Infine, osserva la Rete, «per quanto riguarda il latte, un alimento alla base della dieta dei bambini, i valori sono: PFOA fino a 50 ng/kg e PFOS fino a 70 ng/kg, quando le concentrazioni soglia UE 2022/1431 raccomandano valori di rispettivamente 20 ng/kg e 10 ng/kg».

In conclusione, la Rete propone «che venga istituito un sistema stabile di informazione pubblica, che consenta ai cittadini di essere tempestivamente informati quando emergono non conformità rilevanti o vengono adottati provvedimenti a tutela della sicurezza alimentare. Chiediamo un piano straordinario di monitoraggio ambientale e sanitario, interventi tempestivi di bonifica e messa in sicurezza del territorio, controlli rigorosi e trasparenza nella diffusione dei dati. Chiediamo inoltre un confronto diretto e pubblico con la Regione, affinché le decisioni siano assunte ascoltando anche le comunità che convivono con questa contaminazione da anni».

Cristina Guarda (AVS): «Monitoraggio non basta, Regione finanzi la ricerca di soluzioni»

L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Cristina Guarda interviene sottolineando l’esigenza di rispondere concretamente al settore agricolo: «Monitorare la presenza di Pfas nei prodotti di origine animale è necessario, e va bene che Regione, Istituto Superiore di Sanità, Istituto Zooprofilattico delle Venezie, Arpa Veneto e Aziende Ulss lo facciano insieme. Ma il monitoraggio da solo non basta» sostiene Guarda.

«La competenza veneta non può si può preoccupare solo degli alimenti regolamentati a livello europeo, deve dare risposte a ogni tipo di coltivazione – compresi i vegatali – grazie ad investimenti veri nella ricerca a servizio degli agricoltori».

«Sappiamo dal 2017 che i vegetali sono contaminati e superano i valori di sicurezza di EFSA – afferma l’eurodeputata vicentina –. Basterebbe confrontare le analisi sui vegetali, uova, carne e pesce del 2017 con gli ultimi valori di sicurezza indicati da EFSA nel 2018 e nel 2020. Per questo serve una ricerca vera: non basta monitorare, serve salvare il settore agricolo e i nostri agricoltori».

«Non è un caso che sia l’Università di Padova, con risorse proprie e alleandosi con ricercatori internazionali, a portare avanti la ricerca su questo tema. La Regione continua a disinteressarsi del finanziamento alla ricerca in una delle aree più contaminate d’Europa, mentre prova a minimizzare e a spostare altrove la responsabilità del problema», aggiunge l’eurodeputata.

«Zaia in tredici anni di governo non ha protetto il Prosecco né le coltivazioni locali dalla contaminazione – conclude Guarda –. Ha semplicemente scaricato il problema sul suo successore, senza avere mai messo in campo una vera strategia di prevenzione e riparazione. Iniziamo da interventi concreti: perché non partiamo dal bandire i fitosanitari contenenti Pfas? Chiediamo che vengano approvati in bilancio emendamenti sulla falsariga di quelli che ho presentato nelle due passate legislature, e che le destre hanno sistematicamente respinto: fondi per la ricerca e per l’assistenza agli agricoltori. Non ci interessa solo restare nei limiti fissati dai regolamenti europei, il che è tutto da provare, visto che il numero dei campioni è probabilmente troppo basso per stabilirlo. Vogliamo dare agli agricoltori veneti gli strumenti e le strategie per non essere danneggiati né dal sito ex Miteni né dalle emissioni di Pfas».

L’uovo contaminato a Vicenza e la richiesta di trasparenza

All’inizio di luglio l’attivista della Rete PFAS Zero Marzia Albiero ha reso noti i risultati di un’analisi indipendente su un uovo proveniente da un pollaio nell’area di Carpaneda (zona occidentale del comune di Vicenza) da cui è emersa la presenza di 13.600 ng/kg per la somma di 4 tipologie di PFAS (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS), per la quale il Regolamento Europeo UE 2023/915 ha stabilito un limite massimo consentito di a 1,7 microgrammi/kg (1.700 ng/kg). Insomma, la quantità di inquinante riscontrata è 8 volte superiore al limite massimo consentito.

I consiglieri regionali del Partito Democratico Chiara Luisetto, vicepresidente della Commissione Sanità, e Antonio Dalla Pozza, vicecapogruppo del PD, hanno commentato affermando che «la denuncia fatta da un’esponente della Rete PFAS Zero sulla pesante contaminazione da Pfas riscontrata nelle uova prelevate in un pollaio della zona di Vicenza obbliga a una rapida verifica. E ripropone in maniera evidente il tema dei monitoraggi e di una informazione, puntuale e costante, riguardante la filiera alimentare nelle zone rossa e arancione. Su questo la Regione è palesemente in grave ritardo».

Pochi giorni dopo, è stata pubblicata una prima parziale sintesi dei dati, con il comunicato della Regione datato 21 luglio contenente una sintesi dei risultati per quanto riguarda gli allevamenti.

Interviene anche Carlo Cunegato, capogruppo di AVS in consiglio regionale: «Lo stop alla vendita di carni contaminate da Pfas, deciso dalla Regione, conferma quello che denunciamo da tempo: il problema dell’inquinamento da Pfas negli alimenti, soprattutto nelle zone rossa e arancione, esiste ancora e non può più essere ignorato» afferma.

Cunegato chiede di pubblicare integralmente i dati della ricerca: «Se i risultati dei monitoraggi già effettuati non vengono resi pubblici – continua il capogruppo – il monitoraggio stesso perde gran parte della sua utilità: serve a poco misurare la contaminazione se poi cittadini e allevatori non possono conoscerne gli esiti. Lo avevamo già denunciato con una mozione sulla contaminazione da PFBA legata ai cantieri della Superstrada Pedemontana, ribadendo la necessità di uno studio epidemiologico e di un monitoraggio esteso a tutti i pozzi e i siti a rischio».

Sul tema hanno depositato un’interrogazione alla Giunta regionale anche Riccardo Szumski e Davide Lovat, rispettivamente capogruppo e consigliere regionale del gruppo Resistere Veneto, per chiedere «la massima trasparenza sui dati relativi alla contaminazione da PFAS e PFBA nella catena agroalimentare del Veneto, sollecitando un sistema di monitoraggio permanente che tuteli fino in fondo le nostre produzioni agricole e la salute dei cittadini».

«I dati emersi dal recente rapporto tra Regione e Istituto Superiore di Sanità sulle filiere di origine animale – affermano Szumski e Lovat – hanno confermato come la contaminazione delle acque di abbeveraggio da pozzi non filtrati si rifletta direttamente sugli alimenti, con il superamento dei limiti di legge in diverse aziende del territorio. Tuttavia, riteniamo che la sorveglianza sia ancora parziale: dal pannello delle sostanze ricercate negli alimenti di origine animale risulta infatti escluso il PFBA, una molecola a catena corta ampiamente presente nel Vicentino anche in relazione ai siti di deposito di terre e rocce da scavo».

* L’articolo di Giulio Todescan, uscito su Vez.News, partner di Heraldo.

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