“…svetta sopra l’albero di Natale del Rockefeller Center con un ritrovato senso di libertà. Liberato dalla necessità di destreggiarsi tra due vite, Peter Parker non esiste più, ma Spider-Man continua a vivere…”

Queste sono le ultime righe della sceneggiatura ufficiale di Spider-Man: No Way Home (dir. Jon Watts, 2021). L’ultimo capitolo della prima trilogia con Tom Holland vedeva il protagonista riconoscere il fardello di indossare il costume e proteggere il proprio lato privato. Questo grazie all’incontro con le precedenti iterazioni cinematografiche proposte da Tobey Maguire e Andrew Garfield, denominate poi “Peter 2” e “Peter 3”. Sorvolando sulla natura di quel racconto, del successo che ne è derivato e dell’aiuto fornito ai Marvel Studios per il proseguo della loro nuova saga, il Peter Parker del Marvel Cinematic Universe sembrava essere giunto a una prima conclusione per l’inizio di un nuovo percorso indipendente.

Questo nuovo film diretto dal regista di Shang-Chi (2021) Destin Daniel Cretton riprende i lasciti dei primi tre film puntando a esaltare i lati più tradizionali e fumettistici di un supereroe che continua a riunire le diverse generazioni di pubblico al cinema.

Un “normale” ragazzo a New York

Se alla regia vi è un cambio netto e tramite cui l’opera beneficia, alla sceneggiatura troviamo sempre il duo composto da Chris McKenna e Erik Sommers dei passati tre film. Nel complesso il tema centrale è la fase di vero e proprio burnout generato dalla completa dedizione di Peter Parker nel suo “lavoro” come vigilante. A questo si aggiungono i problemi legati a una mutazione genetica in corso nel suo corpo e il trauma sentimentale con la sua vecchia fiamma Michelle Jones interpretata da Zendaya. Si percepisce quindi il rispetto verso l’idea di Stan Lee che ha sempre visto un uomo normale con problemi strettamente personali dietro la maschera da supereroe.

Oltretutto si aggiunge l’ambientazione finalmente più metropolitana che nelle sue storie più celebri ha sempre svolto un ruolo centrale. I newyorkesi amano il proprio eroe, la città vive e sopravvive grazie al suo intervento e lui stesso viene più volte acclamato dai cittadini. Peter Parker in questo film si mostra devoto al suo sacro impegno, alla sua responsabilità come vigilante mascherato. Cretton svolge un ottimo lavoro nel realizzare, insieme allo stunt team, delle scene d’azione finalmente coinvolgenti. Usa i poteri del personaggio per sperimentare, prende spunto da diversi prodotti di altri media come i videogiochi e gli storici albi a fumetti.

I titoli di coda sono l’emblema di questa visione, non più animati bensì ritraenti semplicemente la vita di un nuovo giorno nella Grande Mela. In questo ibrido tra fantastico e realistico, manca un dettaglio fondamentale. Non si comprende come il supereroe riesca a finanziare il suo “quartier generale”, pieno di ottima tecnologia in grado di aiutarlo nelle sue missioni. L’obiettivo finale della pellicola è quello di rendere chiaro come Spider-Man e Peter Parker facciano inizialmente fatica a convivere. Manca semplicemente un ulteriore attaccamento alla realtà che possa rendere questo personaggio legato al suo pubblico contemporaneo come lo è sempre stato in passato.

Trailer promozionale del film prodotto e distribuito da Marvel Studios e Sony Pictures.

Gli abbellimenti non ben definiti

Si è ben consci del potenziale sempre espresso dall’universo cinematografico espanso, che grazie ai Marvel Studios ha trovato una formula che si è consolidata negli anni. Le recenti notizie rivelano lo sviluppo di un nuovo film della celebre squadra X-Men. Quale miglior occasione per realizzare un crossover di rinomate maschere dei fumetti! Accontentiamo gli storici nerd e creiamo un legame con il nuovo pubblico cinematografico invitandolo a tornare in sala per i prossimi dieci anni! In questa mossa di marketing non vi è nulla di nuovo. Il problema sorge nel momento in cui la mutante telepate Jean Grey, il cui nuovo volto è Sadie Sink (Stranger Things, The Whale), è già ben conosciuta da entrambi i lati.

La saga degli anni Duemila prodotta dalla 20th Century Fox e diretta da Bryan Singer ci ha presentato il suo personaggio dalla parte dei buoni (per gran parte del tempo perlomeno). Creare un legame di difficoltà interiore giovanile con il conflitto personale più maturo di Spidey è una grande intuizione. Tuttavia la risoluzione del problema è affrettata e scritta in maniera confusa. Come può una sconosciuta alleviare il dolore di Jean? Non è la telepate a controllare facilmente la mente della vittima e non viceversa?

La sceneggiatura apre poi delle questioni personali che non chiude. Le relazioni interpersonali del protagonista sono rese meglio grazie anche al cast ma rimangono sospese con l’intenzione di risolversi al prossimo capitolo, che non arriverà molto presto. Punisher/Frank Castle interpretato da Jon Bernthal viene adattato alle atmosfere più teenager che vengono universalmente apprezzate. Torna persino Mark Ruffalo nei panni di Hulk/Bruce Banner per un combattimento da sogno con il personaggio. Dopodiché l’avvenire dell’omonimo Gigante di Giada rimane incerto. Stessa cosa per la breve apparizione della Vedova Nera/Yelena Belova con Florence Pugh che funge da aiutante Avenger. Il Peter Parker famoso per essere aiutato da diversi eroi lungo il suo percorso, che a fine film dichiara di aver imparato a non dover fare tutto da solo. Non esattamente la definizione di coerenza narrativa a cui siamo abituati.

Doveva essere un “nuovo giorno”, una ripartenza fresca per Peter con nuove minacce e forse nuove relazioni. In realtà si è tornati ad uno status quo che potrebbe rimanere per sempre. Le storie più interessanti legate alla lore fumettistica del Ragno potrebbero essere avvenute nei quattro anni di timeskip tra l’ultima pellicola di Watts e questa nuova versione di Cretton. E non le abbiamo viste.

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