Manifestum sit omnibus vobis quod, existente me Mantue, questio quedam exorta est, que dilatrata multotiens ad apparentiam magis quam ad veritatem, indeterminata restabat. Ovvero: “Sia noto a tutti che, mentre mi trovavo a Mantova, insorse una disputa, la quale, essendo stata più volte accanitamente dibattuta con lo scopo più apparente che reale di raggiungere la verità, rimase – ed è tuttora – priva di determinazione”. Queste le parole di Dante, il 20 gennaio del 1320, presso la Chiesa di Sant’Elena, adiacente alla Cattedrale di Verona. Ovvero, queste le parole di un poeta in esilio, condannato a morte, già molto scomodo alla corte di Cangrande della Scala, davanti al clero cittadino.

A parlare non è il poeta d’amore della Vita nova, né il poeta universale della Commedia (ancora da terminare), non il teorico politico della Monarchia, né il filosofo del Convivio. A parlare c’è lo studioso che vuole dipanare una matassa tra accademici, ovvero tra acqua e terra, quale sia l’elemento in teoria che dovrebbe stare più in alto? Questioni da nerd, diremmo oggi. Questioni che Dante prende molto sul serio.

Questo discorso a noi è pervenuto con una vicenda filologica molto contorta (che vedremo) e dovrebbe essere l’ultima presenza di Dante in terra veronese.

Prima di tutto il titolo. Noi la chiamiamo Questio de aqua et terra. In realtà il titolo è un titolo alla Wertmuller, Questio aurea ac perutilis edita per Dantem Alagherium poetam florentinum clarissimum de natura duorim elementorum aque et terre disserentem. Le domande su questa operina, forse meno avvenente delle altre, sono molte. A noi ne interessano giusto due: quella disputa è davvero avvenuta così? Il testo che noi oggi leggiamo è davvero il testo uscito dalla penna di Dante?

Lo abbiamo già visto, Dante non è un poeta laureato. Non ha un titolo accademico. Non risulta mai essere stato un magister. Eppure la Questio (noi per comodità la chiameremo così), lo vede agguerrito oratore nei panni di un maestro universitario: espone le tesi avversarie, le confuta con gli strumenti affilati del suo ingegno (e della logica aristotelica), arriva a una determinatio, ovvero alla formulazione ufficiale di una dottrina, e rivendica pubblicamente il proprio amore per la verità.

Questo è uno dei passi più belli. “Giacché nella mia fanciullezza sono stato sempre educato nell’amore per la veritò, non ho saputo rassegnarmi a lasciare indeterminata la predetta questione”. E questo è molto dantesco. È un Dante che non riesce a stare zitto. Un Dante per il quale nessuna questione può essergli indifferente. Per amore di verità.

Quindi stiamo parlando di una discussione nata a Mantova, senza una soluzione conclusiva e una arringa, la fissazione della dottrina, esposta oralmente a Verona e successivamente messa per iscritto. C’è già qualche problemuccio, rilevato dagli studiosi: Mantova e Verona non erano al tempo sedi universitarie, mancano un opponens e un respondens riconoscibili, il passaggio da una città all’altra è di per sé insolito, per una procedura che di solito si risolveva nel medesimo luogo.

Eppure va detto che, guardata con gli strumenti della storia delle istituzioni medievali, la struttura formale della Questio non presenta in realtà contraddizioni interne: ogni suo aspetto trova riscontro negli usi culturali dell’epoca, anche fuori dal recinto universitario in senso stretto — come poteva essere, appunto, una lettura pubblica davanti al clero, più libera rispetto al rigido cerimoniale di uno Studium.

Resta il fatto, comunque lo si giudichi, che un poeta in volgare, privo di cattedra, sceglie di presentarsi ai dotti veronesi vestendo i panni del filosofo naturale. È una scelta di autorappresentazione prima ancora che di scienza. E Dante ha sempre avuto, nel suo cammino, grande interessa a costruire la propria identità. Poeta? Profeta? Innamorato? Filosofo? Scienziato? Sicuramente il genio dantesco contiene moltitudini. E questo gesto spavaldo, di Dante che senza titoli parla ai titolati, vero o presunto che sia, a me pare molto dantesco.

Vediamo la conclusione dell’opera: “La presente trattazione di filosofia naturale è stata definita da me, Dante Alighieri, infimo tra i filosofi, sotto la signoria dell’invitto Signor messer Can Grande della Scala, Vicario dell’Imperatore”. Questa chiusa non è innocua. Proprio in quegli anni papa Giovanni XXII aveva colpito con la scomunica Cangrande e altri signori del nord Italia, “rei” di fregiarsi di un titolo — quello di vicario imperiale — che Avignone considerava usurpato. Rivendicare quel titolo, nel gennaio 1320, significava schierarsi apertamente. È un atto politico.

C’è poi una notazione biografica di cui gli studiosi discutono da tempo: secondo alcune ricostruzioni Dante, nel gennaio 1320, si trovava a Verona solo di passaggio, dopo essersi già in parte allontanato dalla corte scaligera; se la data e le circostanze della Questio vengono prese alla lettera, la permanenza veronese del poeta andrebbe comunque prolungata almeno fino ai primi mesi di quell’anno — un piccolo tassello che riapre, ogni volta, la cronologia degli ultimi anni danteschi. Cioè a dire, Dante era ancora ospite di Cangrande o era già ospite di Guido da Polenta, signore di Ravenna? E in tal caso, perché andare a Mantova e discuterne poi a Verona?

Ma c’è un ulteriore problema a rendere questo nodo ancora più avviluppato. Come per tutte le altre opere di Dante, noi non possediamo un manoscritto. Non solo, tutto quello che noi leggiamo dipende da un’unica edizione a stampa, pubblicata a Venezia nel 1508 da un agostiniano, Giovanni Benedetto Moncetti, che dedicò il volume al cardinale Ippolito d’Este dichiarando di aver ritrovato un manoscritto autografo — e di averlo, nelle sue stesse parole, “castigato, limato, elaborato”.

Quindi abbiamo un testo del 1500, ricopiato e “riadattato” da un agostiniano. Capite bene che l’enigma non trova pace e diventa ancora più enigmatico. Quale la portata della “manipolazione” di Moncetti? E se fosse invece un falso? Gli indizi a favore della buona fede dell’editore cinquecentesco non sono pochi: osservazioni di ordine paleografico e la conferma che in punti significativi dell’opera è rispettato il cursus — quella particolare musicalità ritmica della prosa latina colta — inducono a credere che alla base dell’edizione princeps ci fosse davvero un manoscritto trecentesco, riprodotto da Moncetti con più passiva fedeltà di quanta lui stesso volesse far credere.

Ci viene in soccorso, forse, uno dei figli. Nella terza redazione del commento alla Commedia scritta dal figlio di Dante, Pietro Alighieri, si trova un riferimento esplicito a una disputa sostenuta dal padre — se la terra fosse più alta dell’acqua o viceversa — le cui argomentazioni corrispondono, pur con qualche differenza di tono, a interi paragrafi della Questio. È la prima e finora unica testimonianza indipendente sulla realtà di quel dibattito, e resta il punto di riferimento di ogni ricostruzione filologica successiva, comprese quelle più caute.

Si aggiunga, dato che abbiamo fatto 30, facciamo anche 31, che alcune posizione espresse nella Questio vanno in contrasto e in aperta contraddizione con posizioni della Commedia. È anche vero che spesso Dante, da un’opera all’altra, opera delle correzioni o degli aggiustamenti. Dobbiamo poi considerare che se la Questio si pone alla ricerca di una verità scientifica, la Commedia ricerca una verità morale e spirituale. Un po’ come dire, parafrasando Galilei, la Commedia non indica come va il cielo, ma come andare in cielo.

Chi dubita, non nega necessariamente l’intero impianto: l’ipotesi più prudente è che Dante abbia davvero tenuto a Verona una lettura pubblica sul rapporto fra acqua e terra, e che ne abbia lasciato una breve memoria scritta — ma che il testo stampato nel 1508 conservi quel nucleo attraverso interpolazioni e rielaborazioni ben più consistenti di quanto la vulgata voglia ammettere. È una posizione che evita l’alternativa troppo netta fra “tutto autentico” e “tutto falso”, e che forse è la lezione più utile ricavabile dal confronto fra i diversi dantisti: l’autenticità dell’evento — la disputa realmente avvenuta — e l’autenticità della redazione che oggi leggiamo sono due problemi distinti, e vanno tenuti separati.

Restano da capire le ragioni profonde di questo gesto. Se ne possono individuare almeno quattro. La prima è quella dichiarata dallo stesso Dante: mettere per iscritto ciò che aveva sostenuto a voce, per impedire che la “malignità dei molti” ne deformasse il senso in sua assenza — la stessa paura, ben documentata altrove nella sua opera, che la falsa opinione possa crescere e soffocare il vero.

La seconda è di autorappresentazione: un poeta in volgare che si presenta al clero veronese vestendo i panni del filosofo e del cosmografo, mostrando di padroneggiare logica, obiezioni, cause efficienti e finali. La terza riguarda il Paradiso, che Dante sta completando proprio in quegli anni: intervenire pubblicamente su un problema di filosofia naturale significa dimostrare ai lettori più colti che l’autore del poema conosce davvero la scienza del proprio tempo — pur restando, Questio e Commedia, due opere distinte con finalità distinte.

La quarta, forse la più suggestiva, riguarda il destino personale del poeta: un esule che si muove fra Verona e Ravenna, che dipende dalla protezione delle corti, che sta chiudendo un poema capace di ricollocare la propria vita nell’ordine dell’universo. La domanda su dove e perché la terra emerga dalle acque diventa, inevitabilmente, anche una domanda su dove possa collocarsi Dante stesso — nel cosmo che ha appena finito di descrivere, e nella società dei suoi contemporanei.

La Questio de aqua et terra ci restituisce un intellettuale in esilio che, agli sgoccioli della propria vita e del proprio poema, rivendica il diritto di parlare con autorità della forma del mondo. Discutendo di acqua e di terra, in fondo, Dante continua a parlare di sé — del proprio sapere, e del posto che pretende ancora di occupare nella storia. E mi verrebbe da dire, nel mondo del sapere. In ogni suo aspetto.

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